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La morte di Dora e il “carnevale della sofferenza”

Quel giornalismo “pornografico” che usa il dolore per farne uno show

Una ragazza cade dal balcone e muore. Accade a Potenza. Gli inquirenti cercano di capire se si sia trattato di un incidente, di un gesto volontario, o di altro. Stanno lavorando bisogna aspettare gli esiti delle indagini. Tuttavia, qualcuno non ha la pazienza di attendere. Certa stampa ha l’ansia di raccontare episodi e circostanze che nulla hanno a che fare con la morte della ragazza. Telecamere, giornalisti, tutti addossati sull’uscio dell’appartamento dove viveva Dora con il suo compagno.

In un Paese normale la vicenda sarebbe stata raccontata nella maniera più giusta e opportuna. La prima notizia era: “ragazza muore cadendo dal balcone, indagano i carabinieri”. La seconda notizia era: “ragazza morta cadendo dal balcone, indagato il fidanzato per istigazione al suicidio”. Per la terza notizia bisognerebbe aspettare l’esito delle indagini. E invece? Il solito assalto al buco della serratura.

Microfoni e telecamere per raccontarci cosa? Se si amavano, come si amavano, se litigavano come litigavano, se si divertivano come si divertivano, se erano gelosi e chi più dei due era possessivo. E lei com’era vestita? No, era nuda, e quindi? Ma dov’è la notizia? Qual è la notizia? Perché ogni volta che una ragazza muore seppure in circostanze ancora non chiarite, si scatenano perfidia e cinismo di un giornalismo “pornografico” che usa il dolore per farne uno show? E perché l’opinione pubblica ha bisogno di sbranare l’intimità e la riservatezza di una coppia di ragazzi?

Nel caso di Dora, anche la sua personalità solare diventa un retroscena per intrigare la trama di un giallo artefatto da un’informazione affamata di audience. È tutto uno show, un “carnevale della sofferenza”. E noi siamo solo spettatori, complici di un giornalismo senza pietà.