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Sanità in Basilicata: i dirigenti non provano alcun imbarazzo verso i cittadini?

Agli alti compensi corrispondono servizi male organizzati e di scarsa qualità: “l’esperienza di mia madre”

Nella mia attività lavorativa ho operato anche nel settore socio assistenziale e sanitario lucano. Dapprima nelle “storiche” ULSSS e, dopo vari passaggi, anche nel Dipartimento Sanità della Regione Basilicata. Posso dire di avere, dall’interno, una buona esperienza sia nell’ambito dei servizi diretti che in quello programmatorio burocratico legislativo del campo. Conosco bene le molte pecche, non solo regionali, di questo settore cruciale per l’esistenza di tutti i cittadini nessuno escluso, anche perché oltre a lavorarci ho anche operato politicamente e sindacalmente per contribuire al miglioramento di servizi e prestazioni. E sono perfettamente cosciente del significato di espressioni come “malasanità”, “disservizi”, “cattiva gestione” ecc.

Mi mancava l’esperienza quale utente, sia pure indirettamente

Poco meno di un mese fa, 11 settembre, ricoverammo al S. Carlo mia madre novantacinquenne per problemi di anemia. Entrò nel nosocomio perfettamente autosufficiente dal punto di vista fisico, in discrete condizioni mentali (novantacinque anni!) e di buona loquacità. Uscì dopo dieci giorni su una sedia a rotelle con gli occhi chiusi ed emettendo rantoli al posto di parole. Per tutto il periodo di ricovero non è stato possibile entrare nel reparto di degenza, se non in maniera sporadica e per pochissimi minuti.  Ogni qualvolta giungevo al reparto per capire cosa stesse accadendo a mia madre, trovavo nell’atrio gruppi di parenti di ricoverati che come me aspettavano notizie senza avere la possibilità di contattare il congiunto, di norma un novantenne, o giù di lì. Contemporaneamente si udivano provenire dall’interno lamenti di pazienti che imploravano i propri visitatori di riportarli a casa. Fra questi anche mia madre che, data l’età e le sue condizioni, mostrava delle reazioni piuttosto energiche. Per cui abbiamo ipotizzato che siano state usate abbondanti quantità di sedativi per calmarla. Tornati a casa il 21 settembre abbiamo iniziato un’azione di assistenza che dopo alcuni giorni l’ha portata a recuperare in parte l’uso della parola ma non la capacità di camminare e reggersi in piedi, e comunque ormai non più autosufficiente. Contemporaneamente abbiamo attivato le procedure per ottenere i presidi terapeutici del caso (letto antidecubito, traverse, pannoloni). La sedia a rotelle ce la siamo procurata privatamente (per fortuna!). Solo il 5 ottobre, ci sono pervenuti pannoloni e traverse. Del letto, fondamentale supporto per coloro che assistono il paziente e strumento importante per alleviarne le sofferenze, al momento, 7 ottobre, nemmeno l’ombra.

Naturalmente non ho alcuna intenzione di parlare dell’aspetto personale della vicenda. Per ora voglio solo esporre delle considerazioni che potrebbero interessare tutti i cittadini che abbiano la ventura (o meglio la sventura) di imbattersi nel servizio sanitario.

Alcune considerazioni

Pensiamo all’ospedale. È indubbiamente reale il problema del covid. Ma mi chiedo: è veramente necessario sottoporre i pazienti a questo inaudito calvario di isolamento affettivo che nella maggior parte dei casi porta a drammatiche conseguenze, quando non definitive? Possibile che non si riesca a pensare ad una soluzione che, con tutte le cautele del caso, riduca al massimo i rischi e consenta ai pazienti di godere del conforto dei propri cari? E proprio riguardo alla presenza dei parenti in corsia, pensate alle conseguenze positive che deriverebbero alla struttura in termini di aiuto al personale sanitario terribilmente sottodimensionato rispetto alle necessità (ho visto la faccia stremata degli infermieri che operavano nel reparto e la mortificazione su quella dei medici). Io sono convinto che le soluzioni ci siano ma in questa sede non ho alcuna intenzione di suggerire alcunché. Paghiamo fior di stipendi a dirigenti, dirigenti generali, amministratori, manager e via discorrendo. È loro dovere trovare le soluzioni a tutti questi problemi. E non si faccia riferimento a questioni di carattere economico. Le risorse ci sono! Tanto per dirne una, ma è solo un minimum, invece di costruire quel futuristico palazzone di vetro (di nessuna utilità reale per la comunità) davanti all’entrata principale del S. Carlo si potevano impiegare quei fondi per costruire stanzette mono o biposto, nei reparti, che sarebbero state utili in questo periodo di pandemia! Invece si continuano a buttare soldi in stipendi astronomici, che nemmeno il presidente degli Stati Uniti si sogna, per pagare persone che fino a questo momento ci hanno propinato una sanità che definire da terzo mondo sarebbe un eufemismo. Alla faccia del miglior servizio sanitario del mondo! Dovrebbero vergognarsi innanzitutto coloro che fanno queste nomine e in contemporanea coloro che le accettano senza dar prova di competenza.

Stesso discorso vale, ovviamente, per l’ASP

Come innanzi accennato, solo oggi sono cominciati ad arrivarci, alcuni e non tutti, i cosiddetti presìdi terapeutici richiesti già da parecchi giorni. È ridicolo pensare di dover aspettare più di una settimana per poter usufruire del pannolone o della traversa. Nel frattempo dove portiamo le persone non autosufficienti a fare i bisogni? Nei bagni del “Madre Teresa”? O in quelli del dipartimento regionale della sanità?

Ma chi li organizza questi servizi? Pulcinella? Ne sa qualcosa l’assessore regionale al ramo? Sarebbe interessante avere una risposta a questa domanda. Perché, se ne sa qualcosa, allora l’assessore sarebbe complice di una inconcepibile malasanità, viste le risorse finanziarie impegnate. Se non sa niente la faccenda sarebbe altrettanto grave, significando che il capo della sanità lucana sarebbe quantomeno un ignorante della situazione, e quindi quanto meno inutile in quel ruolo!

Qualcuno può pensare che questo sia lo sfogo di una sfortunata e isolata vittima del sistema? Alzi la mano chi non ha mai avuto almeno un problema con questo servizio sanitario. Il fatto è che tutti noi paghiamo bei quattrini di tasse per mantenere in piedi la sanità regionale e nazionale e abbiamo il diritto di ricevere i servizi che ci spettano. È importante che gli incapaci se ne vadano. Loro e i loro padrini.

Perché, vedete, è inutile prendersela con qualche infermiere maleducato (e qualcuno ce ne sta) che non ti fa entrare nel reparto o qualche medico cafone (anche di questi ce ne sono) che ti guarda come un essere inferiore – e di questo argomento spero che una buona volta si cominci a discutere seriamente. Ma sulle teste di costoro vi sono altri livelli di responsabilità che avrebbero il dovere di vigilare e far sì che certe cose non accadano, che l’infermiere maleducato non faccia il maleducato o il medico cafone non faccia il cafone. Ma soprattutto devono organizzare i servizi, come è loro precipuo dovere. Alla fine questi soggetti sono pagati con i nostri soldi. Come direbbe qualcuno: sono nostri dipendenti.

La Basilicata fa parte di una delle più ricche nazioni del mondo. Non provano un minimo di imbarazzo ad amministrare questa miseria?

  Dr. Eduardo Bellarosa

Sociologo con perfezionamento in sociologia della condizione giovanile, educatore nel Parastato, funzionario Regione Basilicata in vari settori e dipartimenti, presidente regionale e componente direttivo nazionale Aisp