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Basilicata. L’ospedale sotto casa e i reparti di cartone: i lucani gabbati dalla politica degli affari

Gli interessi nella sanità pubblica e privata crescono all’ombra degli impostori

Antonio fa parte del comitato cittadino per la difesa dell’ospedale del paese che servirebbe, sulla carta, anche gli utenti dei paesi della zona, all’incirca 30mila persone. Antonio e il suo Comitato, organizzano incontri e iniziative di protesta per sollecitare la politica a dare risposte rassicuranti circa il mantenimento di quel nosocomio. Il politico di riferimento della zona rassicura. E rassicura non solo per calmare le acque quando il Comitato si agita e minaccia dure proteste, ma lo fa per mantenere il gruzzolo di voti che raccatta da quelle parti. Non solo, quell’ospedale è anche lo strumento per inventare reparti a misura dell’amico medico che aspira a diventare primario o dell’amico ragioniere che aspira a diventare dirigente: è un bacino di carriere e di progressioni di stipendi. Da queste parti, insomma, l’ospedale non serve i malati, ma i malati servono a sostenere gli interessi dei politici, dei primari e dei dirigenti. Ma Antonio non lo sa. Antonio crede che l’azione di vigilanza del Comitato abbia raggiunto un risultato: quel politico ha fatto aprire il reparto pinco pallo, o ha fatto riaprire il vecchio pinco pallo. Tutti contenti e, non lo sanno, gabbati. Antonio non sa che quel politico si è aperto un varco per favorire un primario o un amico medico che aspira a fare il primario da qualche altra parte. Non sa che quel politico ne approfitta per consentire l’assunzione o il trasferimento di qualche infermiere e di qualche giovincello appena laureato. Arrivano le attrezzature e i presidi necessari, magari di seconda mano, e il cerchio si chiude: reparto, di cartone, è fatto.

Quel reparto avrà un’utenza limitata per ragioni oggettive, i medici faranno poca esperienza, lavoreranno in un ambiente senza stimoli e la qualità delle loro prestazioni sarà molto bassa. L’utenza, già scarsa per bacino servito, scarseggerà ancor di più per causa della reputazione del reparto e dunque anche dell’ospedale. Antonio non sa che avere quell’ospedale sotto casa, così malconcio, è pericoloso. Non sa che quell’ospedale serve altri interessi e non i suoi interessi di salute e quelli dei suoi concittadini.

Antonio dovrebbe capire che il suo diritto alla salute sarebbe meglio garantito da una struttura ospedaliera di qualità, ben equipaggiata da tutti i punti di vista, con specialisti di elevata esperienza che lavorano con giovani medici in un ambiente stimolante sul piano professionale e scientifico, anche se a 30-40 minuti da casa. Antonio dovrebbe capire che quel reparto finto e malandato sotto casa non garantisce alcunché. Dovrebbe capirlo da solo, perché quel politico non ha alcun interesse a farglielo capire. I primari, i dirigenti medici capaci e professionalmente validi non hanno alcuna voglia di esercitare in reparti di cartone. Antonio lo deve sapere.

Quel politico, invece, dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e lavorare a un piano per la salute che garantisca infrastrutture di collegamento agevoli e veloci, un’articolazione capillare dei servizi e delle prestazioni di salute, extra ospedaliere, sul territorio, presidi di soccorso di prossimità, eccetera eccetera. I reparti inutili, con primari inutili, danneggiano la salute e arricchiscono impostori e lestofanti. Quel politico dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e dire la verità ad Antonio, se quella verità entra nel quadro di una comunicazione corale, intenzionale, Antonio capirà.

Quel politico dovrebbe mettersi la mano sulla coscienza e rimuovere tutti i meccanismi distorti nei rapporti di affari tra strutture private e pubbliche. Dovrebbe convincersi umanamente che la salute non può essere uno strumento di potere e di ricchezza personale. Gli intrecci oscuri tra politica e interessi nella sanità pubblica e privata sono un fenomeno vergognoso. Quel politico dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza nella speranza che una coscienza ce l’abbia. Mentre chi lo vota dovrebbe portare a revisione il cervello, nella speranza che un cervello ce l’abbia.