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Basilicata. Piano strategico regionale: alcuni spunti di riflessione a caldo

Novità e criticità del documento che traccia il "futuro" della regione

La bozza del Piano strategico regionale, presentato con un grave ritardo rispetto ai tempi stabiliti dallo Statuto, finalmente esiste. Il ritardo è motivato, ma le motivazioni non convincono: un Piano può essere, anzi deve essere modificato, in corso d’opera.

Detto questo, leggendo le oltre 150 pagine e riflettendo su quanto scritto dagli autori, onestamente mi sembra un documento in gran parte condivisibile, soprattutto nell’orientamento strategico di fondo. Giustamente, “le finalità e gli obiettivi di gestione devono essere misurabili e monitorabili in modo da potere verificare il loro grado di raggiungimento e gli eventuali scostamenti fra risultati attesi ed effettivi”, tuttavia rimangono due anni di legislatura e ci sarà poco da misurare. È vero, il Piano guarda ai prossimi 10 anni, ma francamente ne occorreranno almeno 20 di anni, se tutto andrà secondo quanto previsto.

Condivisibile è l’approccio programmatorio sui temi strutturali e non congiunturali. Una novità importante. Importante la centralità attribuita alle risorse endogene nell’ottica di uno sviluppo di lunga durata. Interessante anche il superamento della logica compensativa con l’armonizzazione degli interessi regionali e nazionali. Condivisibile il ragionamento sulle aree interne, sugli assi infrastrutturali e, a grandi linee, sulla crisi demografica. I punti critici più delicati, si cui agire, appaiono in tutta la loro ampiezza. Ci sarà tempo per entrare nei dettagli e affrontare discussioni più circoscritte. Per il momento diamo credito al documento, con qualche osservazione critica.

Molte delle azioni indicate non corrispondono al come fare, ma al cosa fare, a tratti è ambigua la distinzione tra mezzi e fini. Non è chiara l’idea di sviluppo, ossia la visione complessiva dell’identità di sviluppo da dare alla Basilicata. Al momento la visione ci pare sfocata. Uno degli argomenti fondamentali che incidono sullo sviluppo è il capitale sociale. È vero che l’argomento emerge trasversalmente in tutti i campi di analisi e in molte delle azioni perviste dal Piano, ma ci sono variabili che sarebbe stato opportuno considerare con maggiore approfondimento: legalità, fiducia, conflittualità, fenomeni criminali, devianze del personale politico e degli apparati della pubblica amministrazione, devianze del sistema imprenditoriale endogeno ed esogeno, tanto per fare degli esempi. Incidere su queste variabili significa garantire, o almeno tentare di garantire, solidità, efficienza ed efficacia alle azioni. Sarebbe fallimentare poggiare l’incudine su un piano fragile e precario. La sostanza che sta sotto l’incudine delle azioni, è troppo debole e trattata con leggerezza. Gran parte delle buone intenzioni e delle azioni previste nel Piano rischiano di venire ingoiate ad uso e consumo del sistema lucano “malato” che dovrebbe reggere l’esecuzione del Piano strategico.

Certo, il Piano non può essere un trattato di sociologia o di economia politica, tuttavia trattandosi di un documento strategico per lo sviluppo, gli autori non possono evitare di inquadrare visione, missione, e obiettivi. Qui siamo di fronte ai soli obiettivi che derivano da un’analisi debole delle “minacce” e degli ostacoli tutti interni che fanno capo ai mali antichi della Basilicata: qualità della classe dirigente, fenomeni crescenti di criminalità, consumo sfrenato di fiducia sociale senza compensazioni riproduttive e quindi crescita di sfiducia nel circuito delle relazioni sociali, rapporti patologici e illegittimi tra imprese e politica. Se non si analizzano i mali non puoi costruire il bene.

Non è sufficiente un’esposizione dei dati freddi, degli indicatori socio-economici tradizionali per analizzare la realtà in vista della costruzione di una nuova realtà.

Emerge dal documento un approccio prevalentemente economicistico, che guarda alla crescita e molto meno allo sviluppo. Mette al centro il Pil, non il resto degli indicatori di sviluppo. Ancora una volta emerge l’idea per cui crescita e sviluppo siano sinonimi: nulla di più sbagliato. Lo si vede anche dall’approccio all’analisi delle povertà e delle fragilità: le variabili complesse che sono a fondamento di quei fenomeni non vengono trattate nella giusta misura. Il welfare sociale viene ingabbiato nelle categorie della tutela, della protezione, dei servizi, dell’assistenza. La funzione emancipativa del welfare è completamente assente dall’orizzonte del programmatore. La cultura poi, questa sconosciuta.

Come è possibile riformare la sanità se la politica continua ad inseguire i desideri localistici “dell’ospedale sotto casa”, anziché convincere i cittadini che è meglio avere presidi sanitari funzionali, attrezzati, sicuri, con specialisti prestigiosi, a 30 minuti, anziché una serie di reparti finti, malandati, inefficienti, pericolosi a 5 minuti?

Come è possibile conciliare gli interessi particolari del politico che aspira a mantenere e a crescere il consenso elettorale con la necessità di fare quello che va fatto a costo di apparire ed essere impopolare? Come è possibile che la politica sposi un approccio finalizzato ai necessari cambiamenti di lungo periodo invece che al consenso cash?

La bozza del Piano strategico non prevede quali mutamenti “antropologici” siano necessari nel sistema politico.  Non prevede quali regole, leggi, siano necessarie per spingere in una direzione o nell’altra i comportamenti degli attori che devono poi eseguire le decisioni. Sarebbe l’occasione questa, per la politica, di analizzare se stessa e di indicare a se stessa le strade del cambiamento di se stessa.

Chi deve attuare il Piano, il dirigente corrotto, fannullone, raccomandato, targato? No di certo, il Piano prevede mutamenti importanti nella pubblica amministrazione, ma chi l’ha scritto non dà l’idea di aver capito fino in fondo la questione, almeno per quanto riguarda la tempistica, altro che 10 anni.

Detto questo, il Piano contiene una serie di spunti innovativi, specie nell’approccio alla programmazione, che andrebbero colti da tutte le forze politiche e sociali. Il documento rappresenta una bussola interessante che va meglio tarata nel corso del tempo. Ci auguriamo che la discussione in Consiglio regionale, il Piano è in bozza, sia produttiva, libera da condizionamenti strumentali e che dia il segnale, sebbene a livello embrionale, che quei mutamenti nella politica sono possibili.

Qui la bozza completa del Piano