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Il Sistema di saccheggio che tiene al guinzaglio la Basilicata: i rapporti tra pubblico e privato

Molta gente pensa che il Potere esista perché c’è un qualche “cattivone” che lo esercita: nulla di più sbagliato

Sul Potere in Basilicata abbiamo scritto abbastanza. Mutazioni, variabili, reticoli, protagonisti. Abbiamo scritto anche di quei poteri che agiscono nell’ombra, che muovono i fili della politica e dell’economia. E di quelli che decidono, nel chiaro scuro, assunzioni, nomine, carriere nei posti chiave dei settori strategici: energia, acqua, sanità, università. Eppure, c’è ancora molto da capire, in particolare sul versante della percezione dei cittadini e dell’opinione pubblica. Come viene percepito il Potere politico-economico-imprenditoriale dalla gente comune? Parliamo del Potere visibile e di quello invisibile ma percepibile. La domanda non è peregrina, perché la risposta può fornirci informazioni su come e quando gruppi organizzati o singole persone reagiscono a comportamenti di abuso, illegittimi, ingiusti. Dunque, il ragionamento riguarda quei poteri che tengono al guinzaglio, per scopi privati e autoreferenziali, la libertà, la dignità, le vite delle persone, quei poteri che agiscono nell’economia, nella politica, nella cultura, nei mezzi di informazione, per finalità che nulla hanno a che vedere con l’interesse generale.

Qui vi proponiamo una sintesi estrema della realtà che a nostro parere stiamo osservando. Partiamo da un dato di esperienza: molta gente pensa che il Potere esista perché c’è un qualche “cattivone” che lo esercita. Questo pensiero, spoliticizza la questione e indebolisce ogni tipo di reazione. Il Potere non è il cattivone di turno che in un dato momento lo esercita, il potere sono le strutture che lo generano, lo mantengono, lo rafforzano. È un sistema di strutture e sovra strutture di natura materiale e immateriale. Combattere contro il “cattivone”, ottenere le sue dimissioni o il suo allontanamento dal posto di comando e credere che il Potere sia stato così sconfitto è pura illusione. È il sistema di Potere nella sua totalità ad essere cattivo, quando lo è. Insomma, Potere non è la somma di cattivoni in combutta tra loro.

Quello che bisogna capire è che siamo in un campo squisitamente politico, e quindi anche sociale. Il sistema di potere non lo cambi se cambi i suoi detentori o esercenti, lo cambi se rovesci le strutture su cui poggia. Il potere naturale di marcire di una mela puoi fermarlo soltanto intervenendo a mutare le condizioni che rendono possibile quell’esito. Scardinate quelle condizioni si riduce la quantità di mele marce. Il “nemico” non è il fuoco che distrugge la foresta, né il piromane, ma il sistema che consente la tragedia. Se quel sistema non viene scardinato nelle sue strutture, avremo sempre un piromane a disposizione e fuoco a volontà.

In politica, nel mondo dell’economia e della finanza, nelle istituzioni, tutto ciò che si muove e agisce – nel bene o nel male – è generato da una infinità di variabili sistemiche, interagenti che sono causa e conseguenza di ciò che accade. Siamo dunque, oltre che in un campo squisitamente politico, in una vasta zona di complessità. La semplificazione con la figura del cattivone non funziona. Il potente passa, il potere rimane.

Eppure permane la tendenza a personalizzare il Potere, a identificarlo con una persona o un gruppo di persone. Ai tempi delle vecchie monarchie morto un re se ne faceva un altro, ma se volevi combattere il sistema di potere monarchico dovevi rovesciare la monarchia con tutte le sue strutture. Oggi la faccenda è più complicata. Il potere è liquido, ramificato, depersonalizzato, desovranizzato, pervasivo, invasivo, mutevole, imprevedibile: è ovunque. Eppure, sotto molti aspetti e forme, è identificabile, soprattutto se contestualizzato nei confini di un territorio limitato. Dunque non trattiamo i poteri mondiali che ignorano i cambiamenti climatici, che producono disuguaglianze, povertà, guerre, sfruttamento: siamo ad altri livelli. E neanche trattiamo il potere smisurato delle corporation della Silicon Valley, ne riparleremo.

I cosiddetti partenariati pubblico-privato

Torniamo invece a parlare della Basilicata e dei poteri che agiscono entro i suoi confini. Ci siamo già abbondantemente occupati di petrolio, energia, acqua e dei soggetti visibili e invisibili che esercitano un potere in questi settori strategici. Oggi apriamo una finestra sui cosiddetti partenariati pubblico-privato. Qui siamo di fronte a un fenomeno complicato che non serve spiegare, in questa sede, di ritiro della responsabilità pubblica e della massiccia crescita dell’influenza del settore privato nella gestione dei servizi e nella produzione di beni primari: acqua, energia, trasporti, salute, eccetera. I partenariati in Basilicata si configurano sotto forme diverse: partecipazioni pubbliche in aziende di natura privatistica, concessioni con previsione di ristorni, convenzioni, affidamenti tramite appalti. Queste forme rientrano a pieno titolo nella definizione generica che le Nazioni Unite attribuiscono ai partenariati pubblico-privati: relazioni volontarie e collaborative tra vari attori in campo, statali e non statali, in base alle quali tutti i partecipanti concordano di lavorare insieme per conseguire un obiettivo comune o di assumersi un compito specifico, e di condividere rischi e responsabilità, risorse e benefici”. Senza entrare nello specifico, diciamo che si tratta in genere di contratti, con garanzie pubbliche, di medio e lungo periodo tra istituzioni pubbliche (nel nostro caso Regione, Comuni, Province, Aziende Sanitarie) e soggetti privati. È il caso delle concessioni per lo sfruttamento delle acque minerali, del petrolio e gas; è il caso del trasporto pubblico, della gestione dei rifiuti, delle convenzioni con le strutture o servizi sanitari privati. Per farla breve, l’esperienza ci dice che questi partenariati spesso sono giacimenti di estrazione del profitto da parte dei privati e molte volte in condizioni di scarsa trasparenza. In aggiunta questi soggetti privati, mentre agiscono per estrarre profitto, influenzano direttamente la politica e condizionano le scelte normative di amministratori pubblici e del legislatore regionale.

È inutile aggiungere che non sempre la gestione in partnership pubblico-privato garantisce servizi di qualità e un risparmio per la pubblica amministrazione, anzi in alcune circostanze il partenariato si configura come un costoso finanziamento pubblico ad attività private. E non sempre quel costo è di natura direttamente monetaria ma come avviene nelle concessioni petrolifere il costo è di natura patrimoniale (consumo e spreco di beni naturalistici e di patrimonio ambientale).

I partenariati funzione del Potere

Negli spazi di questi rapporti nascono relazioni di convenienza tra i partner: non tra pubblico e privato, ma tra soggetti – persone – che rappresentano il pubblico e coloro che esercitano la titolarità sull’azienda privata. Si tratta dunque, ai margini dei rapporti contrattuali, di relazioni in cui l’esponente del contraente pubblico diventa un soggetto egli stesso privato, nella misura in cui cerca di ricavare da quel rapporto formalizzato, legale e legittimo, convenienze per se stesso e per il gruppo di appartenenza. Accade in val d’Agri e a Tempa Rossa, singoli individui o anche appartenenti ad ambigue consorterie politiche, ricavano vantaggi da rapporti privati con dirigenti di aziende ai quali fa gioco mantenere quel tipo di relazioni. Se abbiamo ragione, domani che la Total trasferirà da Tempa Rossa un dirigente chiacchierato che sarebbe protagonista in questo sistema di convenienze, nulla dovrebbe cambiare.

Questo accade anche nella sanità, dove singoli medici, specialisti, titolari di ambulatori e cliniche private accreditati e convenzionati hanno creato condizioni di reciproca convenienza con singoli soggetti esponenti delle istituzioni i dei partiti politici. A farne le spese sono sempre i cittadini vittime del sistema di rapporti pubblico-privato, dove l’universalismo del servizio sanitario diventa una barzelletta.

E che dire dei mezzi di informazione finanziati in forme più o meno opache dalle istituzioni pubbliche o da singoli esponenti politici? Qui si crea un sistema di disinformazione o manipolazione delle notizie in direzione del continuo rafforzamento di quelle relazioni private tra istituzioni pubbliche editori, testate e giornalisti. Vogliamo parlare degli enti di formazione? Del mondo cosiddetto della cultura e dell’Università? Fermiamoci, avremo tempo per parlarne ancora.

Alcune forme di partnership che coprono interessi particolari le troviamo in quelle aziende finte private ma sostanzialmente pubbliche che funzionano malissimo nello scopo di garantire servizi pubblici di qualità ai cittadini. Da Acquedotto Lucano SpA, alla Società Energetica Lucana SpA, all’Egrib, all’Arpab, al Consorzio di Bonifica, alla Film Commission, eccetera. Qui l’esperienza e la storia non solo recente, ci portano a dubitare che l’interesse generale sia davvero ed esclusivamente perseguito. All’interno di questi contenitori spesso prevale un fenomeno di privatizzazione in capo a singoli individui di un ente pubblico. Le convenienze personali e di relazione – nei contesti economici e politici – prevalgono sulle finalità e sulla missione di queste Società create dalle istituzioni pubbliche.

Il cattivone non esiste

Torniamo al nostro ragionamento di partenza. Nulla contro le forme di partnership tra pubblico e privato, soprattutto quando funzionano e quando, date le condizioni, sono necessarie. Ma qui il senso che vogliamo dare alla riflessione riguarda il Potere. Dovrebbe essere chiaro che il presunto “cattivone” dirigente della società partecipata Pinco Pallo, è un anello sostituibile del macchinoso ingranaggio del Sistema. Dimesso o sostituito lui, nulla accade, proprio perché il sistema di Potere di cui parliamo sono i meccanismi interni di funzionamento a ciascuna delle realtà considerate e nelle interazioni, intrecci, convenienze tra le istituzioni, le imprese, la politica, la cultura, l’informazione, e così via. È un sistema autoregolato e flessibile dove le convenienze si incontrano e si scontrano su campi larghi, aperti e chiusi, e su piccoli spazi interpersonali. Non è una piramide, è un insieme composto, e scomposto all’occorrenza, di piccole e grandi ragnatele. Colpire il ragno o un ragno è illusorio. Tuttavia, dobbiamo ammettere che una delle strutture su cui poggia il Potere, è il popolo sottomesso per volontà, taciturno per paura o per convenienza.

La reazione di chi si oppone

Messa così la faccenda possiamo provare a spiegarci le forme di reazione al potere di persone e gruppi diciamo “antagonisti”. Un potere inafferrabile e a tratti invisibile, indebolisce le possibili reazioni di contrasto da parte di cittadini attivi e volenterosi. Le reazioni sono frazionate e dilazionate nel tempo, sono estemporanee, dipendono da chi si sveglia la mattina di un giorno qualsiasi grazie a un articolo di giornale o a un incidente ambientale: indignazione sui social, gruppetti di manifestanti isolati dal resto del mondo locale. Reazioni Improvvisate e personalizzate: tutti leader di se stessi, sigle senza militanti, spesso in un mondo virtuale dove ognuno è autore e intellettuale guida, ognuno ha l’illusione di far parte di un “popolo” o addirittura di guidarlo, tutti artefici dell’informazione. Reazioni che svaniscono in bolle di sapone mediatiche. Reazioni frammentate e settarie: ognuno decide contro quale cattivone del giorno combattere in base a notizie di stampa o a episodi di malaffare, corruzione, inquinamento, e così via. Gruppi depoliticizzati, in lotta tra loro per affermare banali e vacue primogeniture nelle spesso inutili iniziative di contrasto al Potere. E poi c’è il popolo dell’astensionismo al voto, gente che non ce la fa più, che avverte un profondo senso di impotenza, che ha deciso di mollare. Tutto questo non scalfisce per nulla il sistema di potere che saccheggia ogni giorno risorse e futuro della Basilicata.

Che fare?

Certo, gli uomini e le donne che in un dato momento esercitano o rappresentano il Potere, sono importanti nel determinare meccanismi, scopi, risultati e forme di gestione. La differenza tuttavia è che essi rispondo al sistema di cui fanno parte e non a principi di interesse generale. Dunque se cambi il management di un pezzo di potere nulla accade perché la regola è “servire il sistema”.

Scopo di questa riflessione, come tante altre pubblicate nella sezione approfondimenti del nostro giornale non è fornire verità, né soluzioni, ma aprire un confronto, a partire dal punto di vista qui esposto, da cui possono scaturire considerazioni e analisi diverse o più ampie e soluzioni possibili.