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Mafia, ci sono zone della Basilicata che adesso bisogna prendere per i capelli

Il consenso sociale e la pervasività della cultura criminale nelle aree ad alto rischio non sono più un rischio, ma una inquietante verità

Lo abbiamo scritto per anni, e in tutte le salse: la criminalità organizzata punta al consenso, ad accumulare capitale sociale a costruire un sistema di regole valido nel reticolo delle relazioni locali. Nel Metapontino, e a Scanzano Jonico in particolare, emerge una realtà finora occultata a più livelli. In quella zona il consenso sociale si registra osservando i comportamenti della gente nei luoghi banali di frequentazione sociale: bar, strada, piazza.

La criminalità organizzata ha ormai assunto una connotazione politica, nel senso che cerca il potere e il consenso sociale. Ciò accade soprattutto nell’area della val d’Agri, della valle del Sauro e nella fascia jonica. E si caratterizza come fenomeno della società locale, localmente concentrato, cresciuto nell’attività di protezione-estorsione e ramificato nel mercato degli stupefacenti. Il salto politico avviene quando si sviluppa un capitale sociale a uso e consumo dei clan. Questo salto politico a Scanzano Jonico è eclatante.

Se analizziamo il voto di domenica 7 novembre e raccogliamo le testimonianze di chi ha vissuto momenti difficili per causa delle intimidazioni mafiose, diventa evidente una certa resistenza a nuove sperimentazioni. Due cittadini su tre hanno preferito affidarsi al vecchio sistema politico-amministrativo. Nessuno dei tre candidati sindaci ha messo al centro del programma, né ai margini, il tema della lotta alla mafia. Un tabù che potrebbe spiegare cosa sta succedendo in quella zona. Qualcuno pensa che parlare di mafia a Scanzano sia un danno all’immagine della città, lo dicevano anche per il paese di Corleone. Scanzano non è mafiosa, Scanzano è vittima dei mafiosi e deve reagire non soccombere. E’ così difficile da capire?

Il salto di qualità della criminalità organizzata segnala una sconfitta per tutti

A un certo punto il funzionamento dei gruppi criminali si è avvalso di risorse relazionali. Il meccanismo dell’estorsione-protezione, oltre a essere uno dei canali di arricchimento dei clan, costituisce un efficace strumento per affermare e rendere operativo nel tempo il controllo del territorio. È tutto qui il salto. Si è creato un “ambiente negoziale” nel quale i clan contrattano coperture e protezioni.

Nella fascia jonica e nella terra del petrolio il fenomeno mafioso può essere già letto in termini di capitale sociale e richiamare l’attenzione sulla capacità e sulle risorse relazionali dei criminali. I clan in quella zona hanno accumulato capitale sociale che traggono dalle relazioni instaurate con altri attori. Hanno sviluppato una capacità di networking che gli permette di fare da mediatori, patroni, protettori in strutture relazionali di natura diversa che essi riescono a utilizzare per i propri obiettivi.

Esistono segnali forti di sviluppo della capacità criminale dei clan sia nella fascia jonica sia nelle terre del petrolio. Il passaggio dal controllo dei traffici illeciti al controllo delle attività economiche, legali e illegali, che si svolgono sul territorio non è più un rischio, è un dato di realtà.

Oltre a vendere protezione a cittadini e imprenditori, questi gruppi sono in grado di comprare protezioni e coperture, per se stessi, nelle istituzioni locali. E questo è un altro salto di “qualità”: la creazione di un’area di consenso e di collusione in grado di tutelare l’organizzazione dall’intervento repressivo.

Sono obiettivi in parte raggiunti, i criminali hanno conquistato molti spazi di controllo. Lo dimostra l’uso evidente di altri strumenti di “gestione del territorio”, tra i quali l’arruolamento di manodopera criminale, la corruzione di funzionari pubblici, la conquista del consenso popolare da usare come scambio politico nelle competizioni elettorali. In ultimo l’instaurazione sistematica di scambi con la sfera politica. Per intrecciare relazioni di questo tipo, lo strumento privilegiato dai gruppi mafiosi è, più che la violenza, la corruzione.

La lotta “militare” alla Mafia, lo abbiamo già detto in altre circostanze, spetta alle forze dell’ordine. Com’è noto, questo non basta. Occorrono un fronte sociale di contrasto alla mafiosità e un cordone di protezione civile intorno alle vittime del ricatto mafioso. Occorrono, inoltre, una stampa meno distratta e più incisiva sui temi della lotta alla criminalità: non basta fare il megafono delle procure o il passa carte di qualche cancelliere. Per il resto, meno protocolli, meno convegni, meno retorica e più fatti. Tra l’altro sono ancora molti i campi da più parti sottovalutati in cui si nascondono percorsi e fenomeni criminali: energia, acqua, bonifiche, rifiuti.

Che fare?

Per farlo con efficacia, lo ribadiamo, bisognerebbe: a) allontanare la politica e i politici che agiscono una pedagogia e una cultura ai limiti della legalità e che alimentano il mercato nero del consenso (clientele, favori, raccomandazioni, connivenze); b) l’associazionismo sociale, le organizzazioni di volontariato, i partiti e i movimenti, insieme con i Comuni e le istituzioni scolastiche, dovrebbero creare gruppi locali di contrasto alla mafia e alla mafiosità e di sostegno alle vittime secondo il modello dei gruppi di protezione civile (formazione, promozione culturale, capacità di mobilitazione) ed essere i tutori territoriali della legalità. Denunciare illeciti amministrativi, favoritismi ingiustificati, connivenze; c) le associazioni imprenditoriali, le organizzazioni sindacali, le istituzioni regionali, dovrebbero controllare, denunciare e contrastare comportamenti illegali nella gestione degli appalti e del mercato del lavoro. Una rete regionale di contrasto alla mafiosità e al potere delle organizzazioni criminali andrebbe creata prima e non dopo che il territorio finisca sotto il controllo dei criminali. Eppure, mentre le mafie avanzano, la società e la politica indietreggiano. Siamo di fronte ad un immobilismo pericoloso e a tratti colpevole.

È evidente che, insieme ad azioni collettive di questo tipo, occorra una politica di sviluppo che crei lavoro, che restituisca trasparenza alle istituzioni. Una politica capace di ripristinare la fiducia tra cittadini e istituzioni, tra giovani e politica. Continuare con i concorsi truccati, con le raccomandazioni, con il clientelismo, con i privilegi, con l’opacità negli atti amministrativi è un modo per produrre mafiosità e agevolare ulteriormente la strada alle mafie.