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Nucleare, a Scanzano una meteora: la retorica del 2003 e la sconfitta del 2021

Non fu una manifestazione con una visione di futuro ma una protesta generata dalla paura: fuoco di paglia

La manifestazione di Scanzano del 2003 non fu una rivolta per l’ambiente, in quanto questione di interesse generale, ma in quanto minaccia del Governo contro una somma di interessi. Liquidata la possibilità del deposito di scorie nucleari, tutti ritornarono alle loro faccende. Il concetto di interesse generale era circoscritto entro le mura del proprio paese, della propria azienda agricola, della propria famiglia. Quello che è successo dopo ne è la prova. Una regione travolta dal petrolio e dalle discariche abusive ha lasciato sole piccole minoranze di oppositori. La gente avvertiva la bomba sotto il divano.

Scanzano 2003 non fu una manifestazione con una visione di futuro ma una protesta generata dalla paura. A sfilare non c’era un popolo ma una popolazione. È tutta qui la differenza che non dovrebbe sfuggire agli analisti sociali. Il rischio reale di una trasformazione radicale dell’economia e della vita quotidiana di un intero territorio spinse (costrinse) le persone a scendere in piazza. La paura di perdere la salute, di perdere il valore delle aziende agricole e delle potenzialità turistiche è stata la scintilla che ha fatto scoppiare la bomba pacifica della protesta. Una somma di interessi individuali, famigliari, aziendali ha prodotto l’opposizione della gente al provvedimento governativo che voleva a Scanzano il deposito unico nazionale dei rifiuti nucleari.

A quella paura si sono aggiunti i timori e le angosce di una classe politica che vedeva calare a picco il consenso. Alla protesta, dunque, si sommarono le insistenze dei parlamentari e dei politici lucani di tutti i partiti affinché il governo Berlusconi bloccasse il provvedimento. Ci fu un calcolo politico. Se si fosse realizzato il deposito un’intera classe politica regionale avrebbe perso irreparabilmente il consenso elettorale. Sarebbe scomparsa. “L’interesse nazionale” fu sacrificato all’interesse elettorale dei politici locali. Il dietrofront del Governo avvenne per la protesta delle popolazioni, originata dalla paura. E avvenne per l’insistenza dei politici lucani, determinata dalla paura di perdere il consenso. Politici subito scomparsi dal fronte ambientalista. Al centro della vicenda di quelle settimane c’è dunque la paura e il calcolo politico del consenso. Chi attribuisce a quella marcia dei centomila un contenuto di alto valore civico forse non ha tutte le ragioni. Sarà la storia degli anni successivi al 2003 ad insinuare il dubbio che Scanzano sia stata una grande manifestazione di cultura civica, di partecipazione di popolo in difesa del bene comune.

Prima di allora e dopo di allora, infatti, assistiamo allo scempio del territorio, alla distruzione del nostro patrimonio idrico, forestale, agricolo, paesaggistico, archeologico senza che ci sia una sollevazione popolare. E questo perché tutto quanto accade a nostro danno appare lontano, distante, di là da venire. Vero, c’è stata la manifestazione studentesca del 2014, ma nulla di più, fuoco fatuo anche quello. È come un film in cui gli attori sono anche spettatori passivi, incapaci di applaudire e altrettanto incapaci di fischiare. Perché solo se sentiamo minacciati i nostri immediati interessi, solo se vediamo la dinamite con la miccia accesa nel nostro cortile, solo allora siamo capaci di scendere in piazza, di usare ogni mezzo per difenderci. Solo allora, perché il nostro interesse, “le zucchine del nostro orto”, il tetto della nostra casa sono in pericolo. In tal caso ci aspetteremmo una bella manifestazione, anche spontanea. Una manifestazione di interessi infilzati nello spiedino dell’egoismo familiare. Se vogliamo dare un futuro ai nostri figli dobbiamo decidere che la nostra casa, quella da difendere, da tutelare, da salvaguardare è la Basilicata, è il mondo intero. E’ il futuro non dei nostri figli, ma di tutti i figli.

La protesta di Scanzano, novembre 2003