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Terremoto 1980: Cosa rimane, in Basilicata, del grande sforzo finanziario per la ricostruzione e lo sviluppo?

Simonetti (Cseres): "Spesi 4 miliardi, 2200 occupati nell'industria. Ecoballe e rifiuti nei capannoni dismessi. Ateneo in declino"

Sono trascorsi 41 anni dal sisma del del 1980. Cosa rimane del grande sforzo finanziario dello Stato per la ricostruzione e lo sviluppo con circa 4 miliardi di euro spesi?

La ricostruzione è stata completata da tanto tempo anche con buoni esiti di recupero e valorizzazione dei centri storici dove ora prevalgono case sfitte in una regione dove si registrano 75.000 abitazioni vuote. Sono gli effetti della caduta verticale della natalità non dell’emigrazione che conserva i tassi di sempre legati alla mobilità dei flussi interni ed esterni mitigati dalla presenta di circa 24 mila stranieri, di cui 3000 studenti, che diventano circa 50.000 con con i lavoratori che ogni anno sono reclutati da altre regioni per il lavoro in agricoltura, nel ciclo delle costruzioni e nel lavoro di cura.

Si tratta della realtà, quasi sempre ignorata, con lo sterile lamento attorno allo spopolamento. Parliamo invece della incapacità di proporre un piano concreto per il riuso delle case, l’unificazione dei servizi tra Comuni e politiche di inclusione dei migranti e di formazione professionale oltre ad un piano di neo alfabetizzazione.

Affrontare la questione demografica a 41 anni dal sisma comporta (per superare lo sterile dibattito, senza proposte, sul declino dei paesi e sulla carenza di servizi e lavoro) spostare l’attenzione e l’impegno degli Enti e delle parti sociali sull’allocazione e gestione corretta delle risorse umane e materiali. Un compito arduo in una fase che vede l’affermarsi del piccolo campanile e della divisione comunitaria e sociale al tempo della politica fattasi misera.

Continua invece la rincorsa di quanti rivendicano infrastrutture mastodontiche a scapito della manutenzione del territorio, in particolare delle strade, delle case e l’utilizzo delle innovative pratiche di risparmio energetico: dal domestico alle macro aree. La cultura dei pochi “borghi” ha preso il sopravvento sulla integrazione dei comuni, pratica ormai diffusa a livello europeo. Si afferma la poetica del silenzio e del ritorno al fascino della miseria contrastate nel dopoguerra e dai movimenti di rinascita e dalla lotta per la terra con l’eliminazione del latifondo e, successivamente,  con la realizzazione dei progetti irrigui, di bonifica, della casa e lo sviluppo delle attività produttive.

Il ricorso alle parole magiche “transizione” e “PNNR”, trascura il possibile, il necessario, l’utile, per catapultarsi nei progetti fantasma dopo la programmazione rifiutata. E’ il caso della mancata predisposizione di piani industriali e per il lavoro connessi con le importanti risorse disponibili e la ristrutturazione in atto, anche per gli effetti pandemici, e di riorganizzazione produttiva e della logistica. Le vicende energetiche e dell’ automotive vengono affrontate con approcci provinciali e di corto respiro che si rintracciano anche nelle 170 pagine del recente Piano Strategico regionale. Altro che programmazione e piani strategici: solo gestione disordinata e approssimativa, come sta accadendo con il PNNR.

L’eredità del dopo sisma è ancora consistente. Sono circa 2200 i dipendenti nelle aziende industriali e dei servizi sopravvissuti che si aggiungono agli altri 32000 occupati nell’industria. Tutto questo nonostante i circa 100 capannoni vuoti o non utilizzati, preda dei ladri di rame e dei trafficanti di rifiuti. Un patrimonio ereditato da investimenti statali, fallimenti e curatele decennali, gestioni imprenditoriali sbagliate, speculative. Il tutto aggravato dalle gestioni dei Consorzi industriali, (che la Corte dei Conti e la Magistratura non affrontano pienamente), attraverso la fabbrica del debito e della illegalità, come dimostra il caso dell’Asi di Potenza dove sono state revocate o annullate gare, con atti privati e nulli, che hanno prodotto debiti ed altro. Al momento non si avvertono segni di ravvedimento operoso. Al contrario, per le due imprese coinvolte nel traffico di rifiuti, a Baragiano ed Atella l’Asi non è ancora intervenuta. E’ impegnata a svendere il poco che è rimasto: capannoni, terreni, qualche auto, non ancora scrivanie, sedie e quadri. Per ora si naviga nell’immaginario: la vendita del lago di Pignola.

Si afferma la cultura del declino nonostante le risorse finanziarie a disposizione della Basilicata, che sono enormi, a dispetto delle pseudo analisi sui divari, povertà, mancanza di investimenti. Il bilancio pubblico allargato regionale si attesta attorno a cifre importanti, solo la Regione viaggia oltre i 3,5 miliardi anno, al netto di quello privato.

Il sistema bancario è gonfio di risparmio ma non investe nella regione mentre riutilizza il “tesoro” dei risparmiatori sui mercati finanziari esterni. Basta dividere il monte risorse pubbliche e private per 570 mila abitanti per conoscere la spesa pro capite ed il loro uso.

Ne contempo si consolida il potere esteso della criminalità, in particolare nel Metapontino ed in altre aree, come descritto dal recente rapporto della DIA e dagli ultimi interventi della Commissione antimafia. Da tempo “l’isola felice” è solo un ricordo mentre le bande che si occupano di estorsioni, spaccio di droga, appalti, caporalato della manodopera e nei servizi, riciclaggio senza omicidi, operano con le tecniche raffinate dei colletti bianchi.

Una delle istituzione che soffre è certamente l’Ateneo lucano, nonostante gli ultimi finanziamenti per Medicina. Sono 7000 gli studenti, molti fuori corso, circa 700 i professori e gli amministrativi. Un bilancio finanziario disastrato, proprietà immobiliari inutilizzate, spese fuori controllo. L’Università fu istituita anche per cambiare il paesaggio culturale lucano con la vertenza sindacale per legge 219 che si concluse con una manifestazione di 5000 persone a Roma che si aspettavano un centro che potesse attrarre tutto il Sud non l’esito attuale. L’Ateneo lucano non ha fatto carriera. Perché? Forse è giunto il momento di fare qualcosa di nuovo e di diverso per rilanciare l’Università senza ricorrere ad iniziative agiografiche e autoreferenziali che possono solo assicurare una lenta agonia.

Pietro Simonetti CSERES