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“Fiero della disabilità. A Dio chiederei di rinascere così”

Nella giornata internazionale dei diritti delle persone disabili, parla Peppino, coordinatore regionale per la Basilicata della rete italiana disabili. “Il vero handicap? Una regione che lascia fuggire le sue migliori menti e non riesce a garantire neanche la viabilità ordinaria”

Istrionico, estroverso e determinato. Quando per telefono esordisce col suo “ti posso dire una cosa”, capisci che vuole parlare a lungo e ti vuole portare con la discussione esattamente dove vuole lui. È Peppino Laccertosa, 53 anni, di Montemilone, coordinatore lucano della rete italiana disabili.

Nella giornata europea dei portatori della disabilità (3 dicembre) invita tutti alla sua diretta pomeridiana delle 17:30 su fb. Ma anche questo appuntamento lo vive con dissacrante ironia. “Abbiamo capito – sottolinea – che questa è solo una giornata per fare audience, che non si risolverà nulla”. Già, perché per lui è proprio la società “normodotata” che spesso non riesce a comprendere, specie se vissuta in un Sud ricco di contraddizioni tutt’altro che normali.

“Il nostro handicap è aver fatto fuggire le menti migliori” Peppino è diplomato, lavora con una cooperativa che fa capo all’azienda sanitaria locale e la realtà lucana la conosce bene. “Io – suggerisce – dovrei sentirmi disabile in una Basilicata che negli ultimi anni ha perduto per strada decine, centinaia di migliaia di giovani partiti e che non faranno mai ritorno?”. Identifica proprio in questa “incapacità” di trattenere le migliori menti, le menti giovani, un “errore imperdonabile”. È ironico, ma va dritto al punto. “Prima ancora che incapace di ascoltare i disabili – aggiunge – la nostra è una società incapace di ascoltare, confrontarsi, fare sintesi al suo interno”. Tra poco, rimarca con forte amarezza “qui da noi non rimarrà più nessuno. Non è questo il vero handicap?”

“A Dio chiederei di rinascere esattamente come sono” Peppino non indulge nel pietismo e nell’autocommiserazione, anzi, proprio il contrario. “Davvero e non scherzo – afferma – se potessi chiedere a Dio qualcosa, chiederei di farmi rinascere proprio come sono, disabile e fiero di me stesso, con la mia croce da portare esattamente come la portano tutti gli esseri umani”. Su un punto però, ce l’ha con le istituzioni. “Quando bisogna legiferare in materia di disabilità, mi spiegate perché non includono proprio noi disabili nelle scelte da fare? Che ne sanno loro?” E fa un esempio: “È un po’ come chiedere a un farmacista di decidere sulle leggi per l’editoria, cosa ne saprà mai”. È caustico e tagliente Peppino, non fa sconti alla società come a se stesso.

“Mancava un documento, andai a Potenza a cercarlo” Il suo lato precisino e ostinato Peppino lo racconta attraverso un aneddoto, sul lavoro, che gli capitò qualche anno fa. “Mancava un documento – racconta – dall’ufficio di Palazzo San Gervasio dove operavo nessuno riusciva a trovarmelo”. È visto che per vie telefoniche con gli addetti agli sportelli non c’era verso, Peppino ha preso il pullman ed è andato a Potenza, all’Ufficio provinciale del Lavoro. “E secondo te – sottolinea col suo inconfondibile ghigno – tornavo a casa senza quel documento? Certo che l’ho trovato”. La sua determinazione non conosce ostacoli. “Quando c’è da risolvere qualcosa vado fino in fondo, non mi fermo”.

“Barriere architettoniche? No, barriere mentali” Peppino crede fino a un certo punto nelle barriere architettoniche. “Mi spaventano molto di più le barriere mentali, specie nella mia regione”. E chiarisce: “Mi spaventa l’incapacità di realizzare una rete di strade. Ho una cara amica che è morta qualche giorno fa sulla provinciale Montemilone-Venosa. Ma mica è una strada quella, è una mulattiera pericolosissima. Tante persone rischiano la vita tutti i giorni. Sono assai amareggiato”.

“A scuola le ragazze si innamoravano delle mie poesie” Ma siccome è troppo vulcanico, Peppino, mica si ferma ad un argomento, ha bisogno di spaziare. Inevitabile qualche riferimento alla sua sfera affettiva. È sposato, ha una figlia ormai grande, ma con la mente va alla sua adolescenza. Ai primi contatti, a quei primi sguardi che ti segnano la vita. “Scrivevo frasi, poesie, che poi le amichette di quel periodo ripetevano ad alta voce. Diventavamo subito amici”. Peppino è restio, giustamente, a parlare della famiglia che nel frattempo ha messo su. Ma il suo lato affettivo, empatico, riesce a colpirti e a lasciarti un segno. Ha scritto anche un libro: “Tra il dire e il fare c’era di mezzo il mare”. Collabora con ‘RadiosenzaBarriere’, inoltre vorrebbe raccontare altre mille cose. Corre veloce, Peppino. Superando stereotipi, barriere e pregiudizi. Ma sempre con inesauribile ironia.

Laccertosa
Laccertosa
Peppino Laccertosa