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Malapuglia, nel saggio di Leccese struttura e riti criminali delle mafie pugliesi

Oltre a chiarire la storia del passato, l'autore ci consente di conoscere l’attuale stato dell'arte

Nel saggio Malapuglia, di Andrea Leccese, viene gettata luce sul fenomeno relativamente recente delle mafie pugliesi. Luciano Violante è stato tra i primi a descrivere la “mafiosizzazione” di una criminalità originariamente priva di tradizioni prettamente mafiose. In prima battuta, il saggio di Leccese chiarisce i termini della questione “organizzazione mafiosa”. L’applicazione del dettato dell’articolo 416 bis del codice penale consente di stabilire quando un’associazione sia di tipo mafioso. Tale norma penale risale al lavoro del deputato comunista Pio La Torre, ucciso in un attentato mafioso, per il suo impegno contro cosa nostra. L’associazione mafiosa si avvale di una forza intimidatrice, facendo leva su una fama criminale acquisita col tempo. Tale fama genera assoggettamento e omertà; d’altro canto, l’organizzazione mafiosa, come ogni attività capitalistica, punta al controllo di attività economiche, appalti, fornitura di servizi, etc. In più, essa punta ad alterare la qualità della democrazia, inquinando l’esercizio del voto durante le competizioni elettorali.

Così come il riconoscimento di una malattia è il primo passo verso un’auspicata guarigione, Leccese ricorda come Leonardo Sciascia cogliesse un’analogia tra i mali sociali e le malattie individuali. Nascondere e minimizzare un male sociale come l’infiltrazione mafiosa crea un grave danno. È quello che è successo in Puglia, ogniqualvolta i “Don Ferrante” della nostra regione abbiano negato pervicacemente la presenza mafiosa, nonostante le ripetute sollecitazioni ricevute dalla Commissione parlamentare Antimafia. Questo sottile confine tra eccessiva prudenza e complicità, ben evidenziato da Andrea Leccese, ha garantito l’ingrediente essenziale dell’impunità ai virgulti mafiosi pugliesi, insieme all’agio di poter proliferare. I soggiorni obbligati di mafiosi siciliani e camorristi, sin dagli anni ‘70 hanno favorito la colonizzazione della Regione. Il proselitismo mafioso è stato efficacissimo nelle carceri pugliesi.

La nascita della prima mafia pugliese, la cosiddetta Sacra Corona Unita (Scu), si deve al riconoscimento della ‘ndrangheta, la quale agì come nume tutelare, sostenendo i pugliesi che reagivano alle ingerenze della camorra napoletana, con il motto “la Puglia ai pugliesi”. La nuova mafia pugliese nacque con un’impronta capitalistica fin dalle origini. Malapuglia ne descrive la struttura e i riti criminali. Fu merito della Corte d’Assise di Lecce, nel 1991, se si ruppero gli indugi e si riconobbe alla Scu la definizione di associazione mafiosa.

Oltre a chiarire la storia del passato, Leccese ci consente di conoscere l’attuale stato dell’arte delle mafie pugliesi. Cos’è accaduto alla Sacra Corona Unita? C’è una mafia a Bari? E in provincia di Foggia? Tutte domande che trovano chiara risposta in Malapuglia, edito da Castelvecchi.

La presenza della malavita a Bari si rintraccia in un clamoroso maxiprocesso del 1891, con 179 imputati di “associazione alla malavita”. Anche allora si commise un grave errore di sottovalutazione del fenomeno. Anche allora qualche benpensante definì la sentenza infamante, trovando un valido appoggio nell’orgoglio ferito di quanti trovassero impossibile la presenza di una “camorra barese”. Neanche Leccese intende oggi “denigrare la regina delle Puglie” – come allora si scrisse. La mafia barese di oggi ha una struttura orizzontale, organizzata in numerosi comparti territoriali. La sola città di Bari vede operanti almeno 9 sodalizi criminali che prendono il nome dalle famiglie che ne costituiscono il nucleo fondamentale. Anche la mafia barese nacque in carcere, si avvantaggiò di una sottovalutazione da parte della politica e di alcuni magistrati, subì l’influenza di una mafia storica: in questo caso, auspice fu la camorra. Ha anche alcune specificità, evidenziate da Luciano Violante sin dagli anni ’90, come quella di avvalersi di minorenni e kalashnikov (provenienti, presumibilmente, dalle floride rotte balcaniche). Al contempo, è analoga alle altre mafie quanto a riti, modalità di affiliazione e cursus honorum interno, fino alle caratteristiche del cosiddetto welfare mafioso, che tutela i carcerati e le rispettive famiglie, soprattutto per garantirsi il loro silenzio. Andrea Leccese fa notare che una caratteristica della mafia barese è rappresentata dal ruolo sempre più rilevante ricoperto dalle donne dei clan, che riescono efficacemente a sostituire i congiunti detenuti nel ruolo di comando e gestione degli adepti operanti sul territorio. Sono organizzazioni che puntano alla cosiddetta pax mafiosa, all’inabissamento, che consente di perseguire indisturbati le proprie finalità criminali, senza attrarre l’attenzione di polizia e investigatori.

Anche nel foggiano, negli anni Ottanta, si gridavano slogan del tipo “Foggia ai foggiani”. Nasceva allora la cosiddetta “Società Foggiana”. Solo nel 1994, essa ottenne il ‘bollino” di organizzazione mafiosa, al termine di un maxiprocesso. È significativo che la Commissione Parlamentare antimafia, per giustificare l’incredibile ritardo nel riconoscimento del fenomeno mafioso foggiano, scrivesse: “per Foggia si adoperavano stereotipi rozzamente sociologici o addirittura etnoculturali per l’enfatica descrizione di una fenomenologia della violenza tipica di contesti arcaici e sottosviluppati“. La provincia di Foggia ha un’articolazione mafiosa che coinvolge, oltre alla società locale, anche il ramo cerignolano e quello garganico, tutte con una salda struttura interna di carattere familistico, con un modello di tipo ‘ndranghetistico e un approccio criminale particolarmente feroce, caratterizzato da reati efferati e una spiccata vocazione affaristica. Ciononostante, in quel complesso contesto, nel 2013 è stato soppresso il tribunale di Lucera: un’azione giustificata come “taglio alla spesa pubblica”. La mappa interattiva dei comuni sciolti per mafia, resa disponibile dal sito di Avviso Pubblico è un utile termometro per verificare la collocazione territoriale delle organizzazioni mafiose.

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