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“Prof, ma quando torneremo alla vita normale?” Le domande degli alunni all’insegnante col rientro in classe

La scuola ai tempi di Omicron raccontata da Emma

“Vedo ragazzi impauriti ma assolutamente alla ricerca di una parola, un gesto che incoraggi, al di là delle lezioni e delle nozioni da imparare”. Emma è una docente di Lingue alle Scuola superiore. Insegna nel Vulture-Melfese e a lei abbiamo chiesto come è stata la prima settimana tra i banchi dopo le festività e il rialzo di contagi.

La guerra invisibile “Non ci aspettavamo che il ritorno in classe sarebbe stato così – racconta – Ho 5 classi e ogni giorno giunge la notizia di nuovi alunni e alunne positivi che quindi vanno in Dad; così è un po’ come stare sempre sul filo del rasoio”. È un po’ come vivere “una guerra invisibile – aggiunge – ma in cui il bollettino è reale e spinge a tenere sempre la guardia alta e a rispettare con scrupolo le norme sui distanziamenti”. In questa “guerra invisibile”, ci sono anche dei particolari colonnelli, i “responsabili covid”. Sono degli insegnanti che girano tra le classi e verificano che le norme siano rispettate. E ci sono dei registri, anche virtuali, chiamati “Argo”, dove viene aggiornato il computo dei ragazzi che si sono “positivizzati” e quelli che rientrano in classe dopo aver passato la quarantena ed essersi negativizzati. E i consigli di classe, come gli incontri coi genitori, nella guerra invisibile diventano incontri virtuali fatti su ‘Meet’.

“Prof, ma quando torneremo alla normalità” Emma ha tanti alunni, divisi per 5 classi. E la domanda più ricorrente che si sente porgere dai ragazzi è la seguente: “Prof, ma quando ritorneremo alla vita di prima, quando ritorneremo alla normalità a cui eravamo abituati?”. Ed ecco che il ruolo dell’insegnante diviene un ruolo a tutto tondo, che va un po’ oltre ciò che era la didattica fino a un paio di anni fa. “Personalmente ho creato dei gruppi anche su w app con i ragazzi – rivela – quindi anche fuori dalle ore di lezione se qualche ragazzo è a casa perché è risultato positivo, mi informo sulle sue condizioni, anche per chiedergli semplicemente ‘come stai’”. E questo approccio, prosegue Emma, “sembra particolarmente gradito in questa fase”. Con questo strano rientro in classe dopo le festività natalizie è proprio “il fattore emotivo” ad essersi dilatato. “Te ne accorgi da tanti piccoli dettagli – sottolinea Emma – i ragazzi sono impauriti, scossi, quasi come in uno stato di confusione e aiutarli, provare a farli sorridere, a fare anche una battuta in più nelle ore di lezione, serve a sciogliere quella tensione che si è accumulata e che è dovuta al momento così incerto”.

“La guerra invisibile durerà ancora un po’” Ragazzi più tesi del solito, un bollettino in continuo aggiornamento con nuovi e vecchi positivi. Chi ritorna in classe e chi all’improvviso resta a casa a causa dell’esito del tampone. “Evidentemente anche nelle settimane successive sarà così – osserva la prof – basta guardare la ‘curva covid’ per convincersene. Quindi è inevitabile che oltre ad insegnare loro nozioni e a spiegare e interrogare, siamo proprio noi insegnanti a dover trovare quell’empatia, quel sorriso, quella parola che possa aiutare questi adolescenti a non accusare troppo il colpo, a non trasformare questo loro presente da fantascienza in un futuro fatto di traumi superati male”. Così l’insegnante si tramuta in una sorta di guida spirituale cui affidarsi nella tempesta. “Sulla chat di w app siamo già d’accordo – conclude – quando finisce l’emergenza andremo a farci una pizza tutti assieme; è una promessa. È utile per loro, ma anche per noi insegnanti”.