Il dramma della cultura in Basilicata: o la borsa o la vita

Le risorse culturali tra banalizzazione e indifferenza: la vera emergenza è la mediocrità nella politica

Il pasticcio sulla biblioteca “Stigliani” di Matera, l’immobilismo intorno alla Film Commission, il silenzio sul futuro del Centro Internazionale di Dialettologia, sono alcuni fatti che segnalano un pericoloso approccio della politica ai giacimenti di produzione culturale. Ed è un approccio superficiale, dilettantistico e di sostanziale indifferenza.

Sono passati oltre 35 anni da quando l’allora ministro del Lavoro, Gianni De Michelis coniò questa felicissima espressione: “giacimenti culturali”. Da allora molte cose sono cambiate nella sensibilità sociale e politica nei confronti della cultura. Che cosa intendeva con quella espressione De Michelis? “Che la nostra sedimentazione culturale, certamente unica al mondo per eterogeneità e consistenza, non costituisce l’insieme dei gioielli di famiglia, nobili ma improduttivi, bensì un tesoro da sfruttare economicamente, come si trattasse del nostro “oro nero” (Lemme, 2006).

Tuttavia, qui in Basilicata, a parte l’episodio di “Matera 2019”, a farla da padrone è “l’oro nero” di cui parlavano Bardi e Salvini nel corso della campagna elettorale per il voto regionale del 24 marzo 2019: il petrolio.

Non a caso tutto oggi gira intorno, direttamente o indirettamente, ai giacimenti petroliferi: investimenti, ricerca, think tank, finanziamenti, contributi, e così via.

Intorno ai giacimenti culturali, invece, scarsi investimenti, poca ricerca, niente think tank, soltanto improvvisazione, estemporaneità, propaganda spicciola. Lo Stesso Piano regionale cultura non è altro che la somma di briciole distribuite nello spezzatino di iniziative che nascono e muoiono senza lasciare traccia alcuna: visione zero.

Basta osservare quello che accade nei Comuni dove anche la sagra delle patate, con tutto il rispetto per le patate, è inserita nella categoria “cultura”. È inutile sottolineare che in molti casi la confusione tra ricreazione, divertimento e cultura è imbarazzante. L’arte, la musica, il teatro, il cinema, sono vittime di una feroce banalizzazione nella piena inconsapevolezza, e ignoranza, dei decisori politici.

Per alcuni amministratori regionali e locali, la cultura non è altro che “culturame”. Lo si capisce dal posto fuori podio che viene assegnato nei bilanci e nella programmazione alle risorse culturali, ambientali, naturalistiche, storiche, artistiche del territorio. Ma lo si capisce anche dalle parole, imbarazzanti, di politici che credono o vogliono far credere di essere pozzi viventi di cultura.

La rozza materia del petrolio, della speculazione sulle energie da fonti rinnovabili, dell’industrializzazione esogena e selvaggia, del saccheggio finalizzato ai profitti, prevale nettamente sulla bellezza e sui suoi fattori di sviluppo. I “giacimenti culturali” di De Michelis avevano una motivazione fortemente economica poiché trattati alla stregua di un cantiere in produzione che avrebbe creato ricchezza e occupazione (industria culturale). Oggi, sarebbe meglio fare un salto di qualità e parlare di “risorse culturali per lo sviluppo”. Perché la cultura non è soltanto questione di crescita economica, ma è fattore di sviluppo della conoscenza, delle sensibilità umane, della coscienza critica, del nutrimento cognitivo, della resistenza democratica, della cittadinanza consapevole e del pensiero libero.

Ci può essere crescita del Pil senza cultura, ma non ci può essere sviluppo (democrazia, libertà, cooperazione, pace, giustizia sociale, …) senza cultura. Se attribuissimo il significato di borsa (denaro) alla rozza materia, e di vita alla Cultura, scopriremmo di essere costantemente sottoposti a un ricatto: o la borsa o la vita. In questo senso esiste un’emergenza culturale che risiede nella mediocrità della politica. In Basilicata poi, siamo fermi ai giacimenti di petrolio.