In Basilicata il potere logora chi ce l’ha

Storia di un andazzo non più tollerabile che si consuma da decenni nel sistema politico lucano: l’interesse di parte prevale sull’interesse generale

“Con nota del Presidente della Regione Basilicata, il DG dell’Apab,  Antonio Tisci, è stato sospeso dalle funzioni, e gli sono state contestate le gravi e e reiterate violazioni di cui il Presidente della Regione è venuto a conoscenza nella giornata di ieri. Tisci potrà presentare – come previsto dalla normativa – le sue eventuali controdeduzioni.”

Tutto parte quando il 17 settembre 2020 il presidente della Giunta regionale decreta la nomina di Antonio Tisci a direttore generale dell’Arpab. Un nome – si spiega negli ambienti politici –  fortemente sponsorizzato dall’assessore Gianni Rosa. In verità i due sono legati da una frequentazione politica comune: Fratelli d’Italia. Insomma amici di partito e di battaglie.

La nomina avviene secondo regole non scritte, di consuetudine, nel quadro delle spartizioni tra partiti e ed esponenti politici degli incarichi negli enti regionali e sub regionali. L’amico Tisci da un giorno all’altro si ritrova a dirigere una struttura complessa, delicata e strategica per la vita dei lucani. Nell’immediatezza della sua nomina sorgono dubbi sulla regolarità della selezione. La Cgil chiede lumi sui requisiti e presenta addirittura un esposto alla Procura e alla Corte dei Conti. L’Associazione ambientalista Epha chiede l’accesso agli atti al Dipartimento ambiente ed energia della Regione Basilicata ai sensi della 241/90 al fine di verificare la documentazione relativa alla nomina di Tisci. Accesso negato. Questo stesso giornale ha più volte interrogato l’assessore Rosa chiedendo di rendere pubblici i documenti della selezione: ad oggi nessuna risposta.

Fin qui il primo passo del percorso che, in questa regione spesso e volentieri, viene adottato per nominare dirigenti: amico, fedele, esponente di un partito di maggioranza.

Il secondo passo riguarda le conseguenze. Quasi sempre si tratta di persone che poi si rivelano inadeguate e a pagarne lo scotto sono i cittadini. Chi ci guadagna è il nominato che incassa uno stipendio di tutto rispetto e i suoi amici che condividono l’esercizio di un potere che decide sui concorsi, sulle carriere, sulle assunzioni.

Il terzo passo è l’esercizio del potere. E qui la faccenda si fa ancora più seria. Dirigere un’agenzia come l’Arpab, che in fondo è un’azienda, richiede non solo capacità tecniche e competenze specifiche, ma soprattutto abilità nella gestione delle relazioni, della comunicazione, consapevolezza del ruolo, serietà nella funzione pubblica e rispetto delle regole. Non ne abbiamo viste. Il nostro Tisci si è più volte lasciato andare sui social come un alex76 qualunque postando dichiarazioni e commenti oltre modo imbarazzanti che hanno costretto il presidente Vito Bardi a richiamarlo a comportamenti più decenti.

L’ha fatta grossa con la faccenda del Covid, mettendo a rischio la salute dei suoi dipendenti e di altri ignari cittadini che lo hanno incontrato loro malgrado. L’ha fatta grossa perché ha assestato un altro colpo pesante all’immagine e alla credibilità dell’Agenzia che avrebbe dovuto dirigere. In fondo lui viene dagli ambienti e dalla “cultura” del “me ne frego!” L’ha fatta grossa perché è stato capace, in una dichiarazione rilasciata alla Tgr, di smentire l’ispezione del Nas nelle stesse ore in cui questo giornale pubblicava, in esclusiva, la comunicazione dei Carabinieri al presidente della Regione in ordine al controllo effettuato negli uffici dell’Agenzia. L’ha fatta peggio perché poteva dimettersi e chiedere scusa, sarebbe stato un gesto apprezzabile, ma niente da fare.

L’esercizio del potere basato sulla prepotenza e l’arroganza è quasi sempre l’esito di nomine e incarichi decisi dai partiti politici in barba alla responsabilità civile e morale nei confronti dei cittadini. La cifra è quasi sempre la stessa: interessi di parte prevalgono sull’interesse generale.

Il caso Tisci non è un episodio che riguarda soltanto l’uomo, il politico, il direttore, è una faccenda che chiama in causa la politica, i partiti, le istituzioni. Il comportamento inaccettabile di Tisci è figlio di un andazzo non più tollerabile che si consuma da decenni nel sistema di potere lucano. Il direttore generale dell’Arpab, ormai ex, è vittima egli stesso di questo sistema e sarebbe ingiusto che a pagarne le conseguenze morali fosse soltanto lui.

L’andazzo riguarda molte altre postazioni di comando, a diversi livelli, guidati da uomini e donne amici, fedeli, parenti, amanti e frequentatori dello stesso partito del potente di turno. Questa vicenda, emblematica, dovrebbe servire da lezione alla politica intera. Oggi il presidente della Regione non poteva fare altro che sospendere il direttore generale che lui stesso ha nominato per la gioia di Gianni Rosa. Non poteva fare altro? Ci auguriamo che non finisca tutto in bolla di sapone: nella legge 1/2020 si parla di revoca e sostituzione con il direttore scientifico, dov’è scritto che “entro 15 giorni Tisci deve presentare le proprie controdeduzioni”, di quale normativa si tratta?