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“Mio figlio in guerra. Vivo aspettando le sue chiamate”

Il toccante racconto di Svetlana, ucraina che vive nel Vulture da 12 anni

“Il giorno in cui è iniziata l’invasione russa, mio figlio Kristi era in Belgio, anche se in passato era stato soldato ausiliare dell’esercito ucraino. Neanche 48 ore di tempo e si è messo in viaggio per arruolarsi e difendere il nostro Stato. Ha incontrato alla frontiera ricchi uomini ucraini con grosse auto che fuggivano in Europa, anche pagando, per evitare la chiamata alle armi”. Inizia così il racconto fiume di Svetlana, 52 anni, donna, mamma e anche ‘nonna’ di origini ucraine, che vive in provincia di Potenza ormai da 12 anni. Il suo racconto spesso si interrompe a causa del pianto. Pianto di madre, sofferenza di chi vede il proprio Paese di origine, la propria famiglia, “sotto attacco” per di più senza che ce ne sia “un motivo”.

“Non volevo che mio figlio si arruolasse, che sofferenza” Quando ha appreso che il suo Kristi stava lasciando il Belgio per raggiungere la terra d’origine, l’Ucraina, Svetlana ha avuto un sussulto. “Figlio mio non partire, resta in Belgio”, gli ha detto in videochiamata. Ma Kristi aveva deciso. “Mamma, devo tornare, è un dovere, ho fatto 3 anni di militare, sono addestrato, so usare le armi”. Si può solo immaginare quanti pianti abbia fatto Svetlana. “Poi ho parlato con mia nuora, la quale con decisione mi ha fatto capire che la scelta era di Kris, che non era un bambino, e che io non potevo cercare di proteggerlo come se lo fosse”.

“Sono orgogliosa di lui” Svetlana ha dovuto accettare la scelta di suo figlio trentenne. Sono settimane angoscianti per tutti, lo sono, ancora di più, per chi ha affetti stretti, coinvolti negli scenari di guerra. “E’ da quel maledetto giovedì 24 febbraio, giorno dell’invasione, che mi chiedo perché sia avvenuto, perché un solo uomo debba decidere sulle sorti di molti”. Poi è arrivata la chiamata del figlio che tornava in patria per arruolarsi, e l’angoscia si è trasformata in insonnia. “Mi disse che partiva”. E da quel momento il tempo si è come fermato. “Quando ci siamo sentiti, qualche giorno dopo, mi ha detto che era a sud, a Kherson, una delle aree più calde del conflitto”. Ed è per questo che il suo pensiero non può che essere lì. “Spesso gli mando messaggi e non mi risponde. Dormo col cellulare sotto il cuscino in attesa che mi chiami. Non può farlo tutti i giorni perché spesso manca la linea, e io sono sempre in attesa che lo faccia”. E ancora: “Mi ha mandato delle foto, mi ha detto che la mamma di un soldato che sta con lui gli porta spesso da mangiare, mi ha detto che una bomba ha colpito una casa vicino ad una delle loro postazioni. Ha detto che si spostano in continuazione”. Svetlana ha accettato la decisione di Kristi di arruolarsi, seppur col cuore a pezzi. “Ora sono orgogliosa di lui, non sta combattendo, sta ‘difendendo’ la nostra Ucraina da un solo uomo che ha deciso di attaccare, sono fiera”, ribadisce. E poi si ferma un attimo. Singhiozza e riprende fiato.

“Siamo un popolo in pace, non ci aspettavamo questa guerra” Andando oltre il rapporto madre-figlio, Svetlana prova a guardare le cose in senso più ampio. “Siamo un popolo che non ama la guerra, non ce lo aspettavamo, ed io da qual maledetto giovedì, quando tutto è iniziato, non penso ad altro. Mi sento vicina alla mia città, Cernivtsi, e ancora di più sono al fianco dei miei connazionali che si stanno difendendo con il cuore da questo attacco. E prego sempre Dio, sempre”. L’ultimo pensiero, inevitabile, va al suo Kristi: “Ha due bambini, è tanto giovane. Mi chiedo perché sia accaduto tutto questo”.

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