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25 Aprile, passata la festa restano le polemiche

Con una significativa novazione, invece di essere le destre a caricare di significati impropri la celebrazione ci ha pensato l’assordante concerto dei giornali di sistema

Pietro De Sarlo

Anche quest’anno il 25 aprile è stato contornato da polemiche. Con una significativa novazione, invece di essere le destre a caricare di significati impropri la celebrazione ci ha pensato l’assordante concerto dei giornali di sistema. Con lo stesso ardore da iconoclasta con cui ha fatto propaganda al MES, Job Act, taglio delle pensioni e tutta la paccottiglia una volta considerata di destra, e che ora è invece patrimonio immateriale del PD e della sedicente sinistra, questi ‘scrittori salariati’ ne hanno approfittato per fare propaganda all’invio di armi in Ucraina e il mondo intero in guerra.

Chiariamo un punto. Le celebrazioni di un evento storico riguardano il passato, e da questo occorre trarre lezioni, non il futuro. Il passato che celebriamo è il mondo unito che si liberò dalla tragedia del nazifascismo. Di questo sono grato agli USA, ma anche ai 25 milioni di morti russi e ucraini. Portare le bandiere della NATO, organizzazione successiva, è un improprio storico e significa snaturare il significato stesso della ricorrenza.

Se poi facciamo diventare il 25 aprile la giornata della resistenza contro gli invasori, beh allora non si può parlare solo di quella dell’Ucraina, ma di tutte le resistenze contro tutti gli stati invasori presenti e passati. Dall’Iraq, all’Afghanistan passando per la resistenza delle popolazioni del SUD Italia contro l’invasione piemontese. Se dobbiamo celebrare la strage nazista di Acerra dobbiamo ricordare anche le stragi di Auletta, Casalduni e Pontelandolfo. Se parliamo di genocidio in Ucraina allora a maggior ragione, oltre a quello degli ebrei, non possiamo dimenticare quello degli armeni, dei curdi, degli indiani d’America e quello dei meridionali.

Se, come dice Marc Bloch, più importanti dei fatti per capire la Storia sono i dati allora occorre ricordare che la repressione del brigantaggio, sulla popolazione interessata dell’epoca, cha va da un minimo di 600.000 a un massimo di 1.000.000 di persone, causò, in funzione delle analisi storiche, dai 20.000 agli 80.000 morti, ossia da un minimo del 2% ad un massimo del 13%. Le vittime italiane della seconda guerra mondiale furono 472.000, pari a poco più dell’1% della popolazione dell’epoca.

Eppure paragonare quanto avvenne al Sud con l’Unità d’Italia e la Resistenza e la Liberazione è profondamente sbagliato, e non si fa onore alla Storia. Perché quello che avvenne al Sud fu la feroce repressione di una lotta di classe, anche se con qualche connotazione di fedeltà al vecchio stato, mascherata dalla lotta ai briganti, termine con cui gli scrittori salariati dell’epoca, come li definì Antonio Gramsci, chiamarono i poveri contadini del Sud. Uno sterminio frutto della visione che la forza delle armi avrebbero risolto tutti i problemi e di cui il neo stato italiano aveva già dato prova nel 1849 a Genova e che poi continuerà a Pietrarsa e con Bava Beccaris a Milano. Ignorare questo significa non poter comprendere le origini stesse del fascismo in Italia. Se si chiama tutto Resistenza, Liberazione e genocidio niente è più Resistenza, Liberazione e genocidio e la storia diventa un misto di melassa retorica e melma di interessi inconfessabili, un indigeribile, inutile e pericoloso miscuglio.

E così chi pensa che l’invasione russa dell’Ucraina sia stato un fatto improvviso e imprevedibile dimentica che in ogni libro di storia c’è sempre prima di iniziare il capitolo di una guerra il paragrafo ‘cause prossime e remote del confitto’. Si può parlare di ricerca della pace ignorando il paragrafo introduttivo?

Però le parole devono avere un senso e delle conseguenze. Se pensiamo che la posizione di mediazione del governo italiano sia quella espressa da Di Maio, ‘Putin è un animale’, oppure da Austin, ‘dobbiamo indebolire Putin per evitare altre guerre’, o quella di Biden, ‘Putin è un maiale’ e ‘Putin non può rimanere al Cremlino’, oppure quella dell’ineffabile Draghi che aspetta 45 giorni prima di mettersi in contatto con Putin e sperare in quello che definì il dittatore Erdogan, allora è inutile ricercare la pace. Se poi diciamo che Putin è come Hitler, che è il male assoluto, allora occorre essere conseguenti perché contro l’impero del male occorre combattere senza se e senza ma fino alle estreme conseguenze e costi quel che costi, anche la guerra atomica. Se non vogliamo l’atomica almeno occorre combattere fino all’ultimo uomo, meglio se ucraino. Però a tutti quelli che chiedono l’invio delle armi suggerisco di alzare il culo dalla loro comoda poltrona e di prendere mitra e bombe a mano, mettersi la via sotto i piedi e andare in Ucraina a dare man forte. Fare la guerra per interposto ucraino mi pare ipocrita e vigliacco.