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La Basilicata tra le pagine de L’Amica geniale

Nella saga di Lila e Lenù, caso letterario mondiale, c'è anche la città di Potenza

Giusi Cavallo

C’è un filo che lega la saga de L’Amica geniale alla Basilicata ed è la città di Potenza. Al contrario delle descrizioni a cui ci ha abituato la Ferrante non si va mai oltre la citazione. L’autrice non fornisce alcun dettaglio del Capoluogo lucano. È quindi un filo sottilissimo, irrilevante nell’economia dell’intera storia. E potrebbe finire qui. Ma che appassionati (se pure tardivi) lettori saremmo se non provassimo a immaginare che tra Potenza e le vicende di Lila e Lenù ci sia qualcosa che va oltre la semplice citazione?

È bene, però, avvisare il lettore che questa riflessione, nata per dar spazio ad una curiosità che certamente potrebbe far piacere ai lucani, è diventata un goffo tentativo di non staccarsi da una storia. Come tutte le saghe che si rispettino anche quella di Lila e Lenù, che Elena Ferrante ci racconta nella una quadrilogia edita da edizioni e/o, rimane lì sul comodino dopo l’ultima pagina. Sai che è finita, ma non riesci a separartene. Ma soprattutto sai che non puoi sottrarti al fascino del mistero che avvolge l’autrice, che nonostante il successo continua a nascondersi dietro uno pseudonimo. E così non perdi occasione per provare a capirne di più scomponendo e ricomponendo un piccolo dettaglio che forse non meriterebbe altre parole.

È dal capoluogo lucano che si affaccia più volte nei ricordi di Lenù, ormai studentessa di successo e poi scrittrice, quella donna che si “era creduta più madre di sua madre” permettendole così di sottrarsi alla “violenza” culturale del rione. La maestra Oliviero, che era andata a battere i pugni in casa Greco affinché Lenù potesse continuare a studiare dopo la quinta elementare, a causa di una malattia, si trasferisce a Potenza dalla sorella, dove, dopo un breve ritorno a Napoli, finirà i suoi giorni.

Da Potenza Lenù, ormai laureata alla Normale di Pisa e autrice del suo primo libro, riceve un pacco postale inviatole dalla sorella della maestra Oliviero. Apprende così della morte dell’insegnante mentre, addolorata per la notizia ricevuta, si accorge che quel plico contiene una verità che in fondo lei ha sempre conosciuto. La maestra aveva conservato i quaderni di Elena Greco delle Elementari e La Fata blu, il “libro” che, Raffaella Cerullo, Lila, aveva scritto a dieci anni. La donna li aveva custoditi fino alla sua morte e con essi aveva custodito il suo apprezzamento per l’alunna Cerullo. Mentre sfoglia la Fata Blu Elena legge le note della maestra: “brava”, “bene”, “bellissimo” e passa così dal dolore alla rabbia: si chiede perché “la vecchia strega” non avesse convinto i genitori di Lila a farle continuare gli studi così come aveva fatto con suo padre e soprattutto con sua madre? Ora che la Oliviero è morta, a Potenza, nessuno può risponderle.

Da Potenza, la Fata Blu, torna nelle mani di Lila, operaia nella fabbrica di salumi di Bruno Soccavo. Elena si riavvicina a Lila proprio per farle leggere quello che la maestra Oliviero pensava veramente di lei ed è in quell’occasione che apprende delle condizioni in cui vive e lavora la sua amica geniale. A cosa serve, ora, sapere che la maestra Oliviero aveva così tanto apprezzato il racconto scritto da Cerullo? Oggi quella bambina è un’operaia debole nel fisico, che spolpa carne in un salumificio, che ha giusto il tempo di sfogliare velocemente La Fata blu prima di gettarlo nel fuoco perché bruciare quello che era potrebbe aiutarla a non soffrire per quello che non è diventata. La bambina figlia dello “scarparo” che scrive un libro a dieci anni, l’adolescente che inventa un modello di scarpe di successo, la giovane sposa che trasforma il negozio di piazza dei Martiri in un salotto frequentato da “gente che conta” oggi è un’operaia che respira puzza di carne morta in un salumificio in cui, oltre a sgobbare per poche lire, deve difendersi dalla violenza verbale e fisica del padrone e degli operai.

Ma torniamo a Potenza. È soltanto una casualità che la maestra Oliviero vi si trasferisca? È una casualità che a Potenza, prima di morire, la maestra Oliviero chiede alla sorella di spedire quel pacco a Elena Greco? E se fosse un indizio che l’autrice ha voluto seminare tra quelle pagine per stuzzicare la nostra curiosità sulla sua vera identità? Elena Ferrante ha avuto un qualche legame con il Capoluogo lucano e la Basilicata? Chi si appassiona ai suoi libri si appassiona anche al mistero che cela (forse) la vera identità dell’autrice. E non perché sapere chi si nasconde dietro quello pseudonimo sia importante ai fini squisitamente letterari, ma perché chi ama le saghe non è mai sazio di particolari.

Forse dovremmo farci bastare la piccola curiosità che in una storia diventata un caso letterario mondiale, con oltre 10 milioni di lettori nel mondo e la traduzione 27 lingue, c’è anche un pezzettino di Basilicata. Quanti di quei lettori stranieri avranno googlato per vedere dove si trova Potenza? Quanti avranno poi approfondito le ricerche sulla Basilicata? Speriamo tanti.

A noi resta lo spirito ‘investigativo’ che, partendo da Potenza, e attraversando un’altra storia ‘lucana’, ci ha fatto collegare piccoli, insignificanti dettagli, portandoci ad ipotizzare la vera identità di Elena Ferrante. E no, non è il momento, e forse mai lo sarà, di violare l’anonimato scelto dall’autrice. Farlo significherebbe far morire Lila e Lenù e “cancellare definitivamente le tracce” di una storia di amicizia e di emancipazione femminile, di cadute e di rinascite, di riscatto sociale e di mutamenti storici in cui ognuno di noi può collocare un pezzettino della sua vita. No, non è ancora il momento di abbandonare l’Amica geniale alla polvere di uno scaffale.

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La copertina della quadrilogia

L'amica geniale