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Basilicata. In vista delle elezioni, si sente un cattivo odore di soldi e di potere

Senza una svolta non solo generazionale ma nella qualità del personale politico, questa regione è destinata a soccombere ai padroni del territorio: quelli di sempre e quelli appena aggregati alle carovane dell’ingordigia

Incontri romani tra politici e imprenditori: si tratta di tutelare la quiete degli affari nella valle del Sauro e nei dintorni di Tempa Rossa. Altri politici incontrano imprenditori ed editori al bar: si tratta di decidere le sorti di una squadra di calcio, di uno stadio, e di cambiare passo nelle decisioni amministrative intorno agli interessi legati all’energia cosiddetta alternativa. Altri politici ancora, più o meno nell’ombra, attraverso giornali amici, aprono l’offensiva denigratoria contro i probabili avversari alle prossime elezioni, con manovre oscure all’interno degli stessi partiti. Si sente un cattivo odore di veleno e denaro. Sullo sfondo le risorse del Psr e del Pnrr.

I recenti cambi nella Giunta regionale e al Comune di Potenza, i salti della quaglia in Consiglio regionale, non sono altro che lo spostamento di tasselli per un nuovo puzzle. È tutto un divenire di progetti, di alleanze attuali e future, di interessi da amalgamare nel pentolone delle istituzioni e nelle caldaie dell’imprenditoria predatoria. Soldi, soldi.

C’è chi si muove nel Pd per scalciare gli avversari interni dalle prossime competizioni elettorali. C’è chi si muove in Fratelli d’Italia per aggregare interessi e saldarli con le ambizioni di alcuni imprenditori. C’è chi si muove in Italia Viva per indebolire dall’interno il partito democratico e per posizionare i renziani in posti chiave nel prossimo futuro. C’è chi si muove nella Lega, per stringere patti con ambienti democratici e forzisti e chi si agita, sempre nella Lega, per cercare alternative e compromessi in vista della sconfitta alle prossime elezioni. C’è chi, nel M5S, scalpita dietro le quinte per garantirsi un posto al sole nella prossima primavera, senza esclusione di colpi da una parte e dall’altra del “fuoco amico”. Sembra un Vietnam, ma non lo è.

Alla fine chi più chi meno avrà la sua fetta di potere e di denaro. Importante è stare in cucina, manovrare utensili, impastare ingredienti, nel quadro di una competizione tipica tra cuochi, aiuto cuochi, camerieri e titolari di locali. In fondo anche i ristoratori e gli albergatori hanno la loro associazione a tutela degli interessi comuni. Allo stesso modo tutti questi signori e signore, politici, portaborse, imprenditori competono ma nel quadro di interessi comuni. E badate, non si tratta di interessi comuni nel senso di tutti i cittadini, ma di interessi comuni alle loro confraternite.

Nulla contro i partiti, che dovrebbero essere un baluardo della democrazia. Ma gli uomini e le donne che li gestiscono come una società per azioni, i personaggi che girano in quelle stanze come le mosche intorno al miele – per usare un eufemismo – non sembrano affatto tutori della democrazia e promotori di sviluppo. Appaiono sempre più chiaramente difensori e promotori di se stessi, delle loro carriere e dei loro sodali scudieri, giullari e finanziatori. La Basilicata non è più un fine, ma un mezzo.  Non è più un futuro all’orizzonte, ma un bancomat sotto casa.

Senza una svolta non solo generazionale ma nella qualità del personale politico, la Basilicata è destinata a soccombere ai padroni del territorio: quelli di sempre e quelli appena aggregati alle carovane dell’ingordigia.

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