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Il Lavoro

Quando ci accorgeremo del trucco ideato dagli sciamani del neoliberismo, sarà troppo tardi

Michele Finizio

C’è la storia di Giovanni, che lavora in una fabbrica, otto ore al giorno e turni di notte. “Fisicamente ti annienta questo lavoro. Tra lavoro e sonno, mi restano poche ore per vivere la mia famiglia, i mei amici, i miei hobby, le mie passioni. Avrei voluto fare il chitarrista e guadagnarmi da vivere suonando nei locali, ma non è andata così. Comunque posso dire di essere fortunato: io un lavoro ce l’ho, il pane non mi manca, anche se i turni sono massacranti, la paga è bassa e qualcuno dei miei colleghi ci ha rimesso la pelle.”

C’è la storia di Anna, che lavora in una fabbrica che produce mine anti uomo e dispositivi per carri armati. Otto ore al giorno e turni di notte, alla catena di montaggio. “L’angoscia di produrre strumenti di morte, spesso mi assale nel sonno. Quando alla tv fanno vedere scene di guerra, bambini morti e feriti, cambio canale. Poi penso che se quel lavoro non lo faccio io, lo fa qualcun altro. È un lavoro e basta. E sono fortunata. Ma questo lavoro, Anna, ti dà dignità? Non so rispondere a questa domanda.

C’è la storia di Salvatore, lavora in un’azienda dell’indotto petrolifero. Ogni mese deve restituire una parte del suo salario, in contante, al titolare. È umiliante, e mi sento uno schiavo. Se mi ribello torno a fare il disoccupato e non posso permettermelo. Fuori da qui ci sono centinaia di disgraziati senza lavoro disposti a sostituirmi a condizioni anche peggiori.

Nella genesi 3.19 leggiamo: “Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. (…) Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Da qui la semplificazione culturale, sopravvissuta fino ai giorni nostri, per cui “se non lavori non mangi”.

Lavorare è sempre stato, nella cultura occidentale, un dovere. Perché nel tempo è diventato un diritto? “Il lavoro, notava George Simmel, è innanzitutto fatica, molestia e difficoltà; di modo che, quando il lavoro non è tutto ciò, si suole mettere in evidenza che non si tratta di vero lavoro”.

Il “vero lavoro” descritto da Simmel, quello non scelto liberamente, nel volgere di un secolo si è trasformato da Dovere in Diritto. Quando ci accorgeremo del trucco ideato dagli sciamani del neoliberismo, sarà troppo tardi.

Dopo secoli di riformismo e di capitalismo siamo ancora di fronte a una sfida di civiltà: “…che nessuno sia tenuto ad accettare un impiego pubblico o privato e una durata di lavoro imposti sotto la minaccia della necessità materiale assoluta. Non c’è gioco democratico possibile al di fuori del potere di dire di no, e questo è annullato se implica il pericolo immediato di morire di fame”. (Alain Caillé, 1991)