Quantcast

Denunciò presunte anomalie nelle vaccinazioni, rinviato a giudizio: “Avrei dovuto fare il vigliacco”

La "vicenda kafkiana" di un docente in pensione di San Fele (Potenza) accusato di simulazione di reato

“Avrei dovuto fare il vigliacco”. Nelle parole di Donato Ricigliano, docente di Lettere in pensione di San Fele (Potenza), si avverte tutta l’amarezza di chi ancora non riesce a capacitarsi di fronte ad una “vicenda kafkiana”.  L’uomo, 67 anni, con una lunga militanza politica di sinistra e due volte consigliere alla Provincia di Potenza, dovrà affrontare un processo per simulazione di reato per aver segnalato, con un esposto inviato via pec alla Procura di Potenza probabili anomalie nella somministrazione dei vaccini anti covid dell’11, 12 e 13 febbraio 2021 a San Fele. La ricostruzione di quanto accaduto, in una lettera aperta che il professor Ricigliano indirizza al Presidente della Repubblica, al Consiglio Superiore della magistratura, al ministro della Giustizia e al presidente della Commissione nazionale antimafia. Di seguito il testo.

“On. Sig. Presidente della Repubblica, Egr. Consiglio superiore della magistratura, On. Ministro della giustizia, On. Presidente della Commissione nazionale antimafia, la fiducia riposta nelle istituzioni, etica dell’impegno e valori di solidarietà e giustizia inducono lo scrivente rivolgersi a Loro con questa lettera aperta per rappresentare una vicenda dagli effetti surreali, generata dalla pandemia che ancora ci affligge e che avrebbe dovuto spingere tutti al rispetto delle regole e a comportamenti degni di un Paese rispettabile.

Il sottoscritto ricorda ancora, con compiacimento, le parole che, oltre un anno fa, il Capo dello Stato pronunziò contro i furbetti del vaccino, cui seguirono quelle del Presidente Draghi e di altre autorevoli figure istituzionali a biasimo dei reiterati episodi di inammissibile privilegio nell’inoculazione dell’antidoto. A chi scrive parvero anche un indiretto appello a far tutti la propria parte perché episodi così riprovevoli non si ripetessero, ma, ahimè, gli uomini derogano spesso ai dettami di autorità politiche e scientifiche, oltre che al dovere civico.

E così, poco prima che nella Bergamasca l’angoscioso corteo di autocarri militari traslasse anonimi feretri e lasciasse attoniti milioni di Italiani, similmente ad altri luoghi, anche nel desolato Comune di San Fele (Pz), arroccato sulle montagne lucane, pare che qualcosa di anomalo sia accaduto nell’inoculazione dei vaccini l’11, il 12 e il 13 febbraio 2021. Di lì a qualche giorno, difatti, il sottoscritto ascoltò casualmente dicerie di persone sconosciute, che parlavano di immunizzazioni effettuate a vantaggio di persone che non ne avevano diritto.

Per tale ragione, e nella moltiplicazione delle voci nei giorni seguenti, sottoscrivendosi, non da adespoto, inviava un esposto alla Procura della Repubblica di Potenza per riferire le chiacchiere udite, delle quali dubitava, invitando l’autorità giudiziaria ad accertare la verità dei fatti. Cultura della legalità e indignazione lo inducevano al passo suddetto, non il leopardiano “io solo combatterò, procomberò sol io”.

In particolare, scriveva testualmente che, “da alcuni giorni, in questa comunità, circolano voci relative all’avvenuta vaccinazione di persone non rientranti nelle categorie prescritte, legate da rapporti di parentela o amicali con non ben individuati esponenti politici locali. Ritenendo si tratti di dicerie, che, comunque stanno provocando lamentele e proteste fra non pochi cittadini del posto, chiede all’adita Procura di accertare se i fatti segnalati corrispondano al vero e, consequenzialmente, di valutare eventuali profili di illiceità penale e di individuare, ove veritieri gli accadimenti, i soggetti responsabili, al fine di procedere nei loro confronti.”

E’ utile ricordare che lo stesso Presidente della Giunta Regionale di Basilicata, Gen. Bardi, nelle settimane susseguenti, si rivolse alla Gdf per sollecitare accertamenti su eventuali dichiarazioni false relative a “un uso improprio e truffaldino del vaccino”, a fronte di molteplici episodi analoghi segnalati in vari Comuni lucani dai mezzi di informazione locale, come, ad esempio, a Policoro (MT), “dove è successo di tutto, e non risulta che sia stato indagato chi, pur non facendo nomi, ha segnalato la indegna pratica di privilegiare parenti ed amici”, come riportava il quotidiano on line “Talenti lucani”.

Appare ancora opportuno rammentare che, un anno dopo, per lo stesso Presidente, come riferisce un quotidiano del 20 febbraio 2022, “il tampone (era) uno spartiacque del potere. C’era chi poteva, e subito. E chi non poteva, e doveva aspettare. Nella sofferente sanità lucana, allo scoppio della pandemia da Sars Cov 2, c’era chi come Salvatore Parisi doveva attendere dieci giorni con le dita viola, senza respiro e un febbrone da cavallo…”, e chi godeva del privilegio di ricevere il vaccino, senza averne titolo.

In seguito al predetto esposto, in data 5 marzo 2021 veniva interrogato nella Stazione Carabinieri di San Fele, ripetendo quanto raccontato nella segnalazione alla Procura, senza poter riferire i nomi degli autori delle dicerie, perché ignoti, confermando però di averle ascoltate in luogo pubblico, casualmente, e con l’intenzione di rappresentarle, successivamente, al Magistrato competente, a cui avrebbe riferito la medesima circostanza, credendo, ignaro di pratiche giudiziarie, che di lì a poco sarebbe stato interrogato dallo stesso.

Sorprendentemente, in data 7 maggio 2021, gli veniva notificato un avviso di garanzia a firma del P. M., Dott. Maurizio Cardea: era indagato, testualmente, “del reato p. e p. 367 C. P. (perché il sottoscritto) simulava indizi del reato di abuso in atti d’ufficio, peculato riferendo con denuncia in Procura di avere appreso della vaccinazione di persone non rientranti nelle categorie prescritte, ma solo perché legati da rapporti di parentela e amicali con non ben noti individuati esponenti politici locali”.

Si noti, intanto, l’uso capzioso del termine solo, che non compare nell’esposto inoltrato in Procura e che ripetuto nel successivo rinvio a giudizio, come si vedrà, altera i fatti, assolutizzando un dato che non attiene a forma e sostanza della denuncia.

L’art. 367, lo ricorda a se stesso, recita: “Chiunque […] afferma falsamente essere avvenuto un reato, ovvero simula le tracce di un reato, in modo che possa iniziare un procedimento per accertarlo, è punito con la reclusione da uno a tre anni”.

In realtà, nell’esposto, non affermava alcunché, se affermare equivale a “dare per certo, sostenere con forza, ritenere vero”, ma avrebbe comunque, a detta della giustizia, simulato un reato, con relativo peculato, asserendo, falsamente, l’esistenza di un illecito; e non simulava proprio nulla se simulare significa fingere, far credere vero un fatto inesistente. Quale “movente” e quale vantaggio per sé nel riferire voci, quali secondi fini riprovevoli? Era più rassicurante ricorrere all’anonimato? In quella triste fase nazionale, a dire il vero, le “simulazioni” raccontate ogni giorno dai media erano diffuse dall’Alpi alla Sicilia.

L’avviso delle rituali conclusioni delle indagini preliminari lo ha lasciato, pertanto, incredulo e deluso: rivolgersi alla Magistratura è stato dannoso e controproducente, ma era comunque fiducioso che tutto sarebbe finito con una richiesta di archiviazione, sbagliando. In data 30 novembre, infatti, gli veniva consegnata copia di citazione a giudizio per il reato di cui sopra. Da profano, senza alcuna sicumera e reputando azzardato quanto stava accadendo, ha provato amarezza, alleviata dalle parole di Moro: “Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi”, e le ragioni di tali asserzioni saranno esplicitate di seguito. Possono comprendere, frattanto, turbamento e risentimento suoi, oltre al dispiacere per gli oneri finanziari e morali derivanti dall’incresciosa vicenda.

Ma ecco i fatti. E’ fondamentale ricordare, preliminarmente, che in quella fase le somministrazioni erano rivolte esclusivamente agli ultraottantenni e che, nella denuncia segnalava due eventuali, incerte irregolarità: la somministrazione ad altri soggetti e i rapporti di parentela di alcuni presunti vaccinati con indefiniti esponenti politici locali, circostanze ambedue poi confermate dai verbali delle indagini, per quanto queste ultime claudicanti.

In realtà, sarebbe bastato il Consiglio comunale di San Fele del 2 marzo 2021, per sentir confermate, da un autorevole Consigliere, analoghe parole, di seguito trascritte dalla registrazione audio-video, prima che si passasse ad altro punto all’odg: “Un attimo solo, riguardo a questo, Sindaco…Le voglio chiedere…. corrono voci, se lei è a conoscenza, che sono stati somministrati dei vaccini a persone che non avevano alcun diritto. Lei è a conoscenza di questo? Sono delle voci, ho visto anche qualche denuncia fatta, fatta a ignoti in quanto sono stati somministrati delle dosi pur non avendo diritto, a dei cittadini”. Il Consigliere, dunque, riferisce, egli pure, a prescindere dall’esposto di chi scrive, cui allude, di aver udito circolare voci, suffragando, in tal modo, quanto in esso dichiarato.

Dal fascicolo giudiziario, in seguito, conosceva i seguenti elementi che pone alla Loro attenzione: 1) nelle giornate dell’11, 12 e 13 febbraio, di fatto, venivano vaccinate anche alcune decine di persone under ottanta affette, non tutte, da gravi patologie, perché, essendo avanzate dosi, sensatamente, non venivano sprecate, ma inoculate ad altri, meritoriamente, dal personale sanitario.

E’ utile ricordare, però, che i soggetti con patologie erano centinaia e centinaia, e non si capisce, perciò, con quale criterio e priorità siano stati scelti i vaccinati, considerato che “tutte le vaccinazioni erano state previamente autorizzate e concordate con i Dirigenti Sanitari dell’Asp nel caso in cui fossero rimaste dosi di vaccino inutilizzate”, come si legge nel fascicolo giudiziario.

Se così, perché non si è preventivamente predisposto un elenco di riserva di tutti i soggetti fragili, stabilendone le priorità? A prescindere da questo, i fatti, chiaramente, non contrastano con quanto segnalato alla Procura preposta;

2) dagli elenchi riportati, risultano, senza ombra di dubbio, le parentele anzidette delle quali si omettono i dati per ragioni di opportunità e rispetto personale. D’altronde, il rapporto di cognazione non è affatto “colpa” del cittadino che ha ricevuto la vaccinazione, né chi scrive conosceva l’identità di coloro che erano stati oggetto di immunoprofilassi.

Dunque, dal verbale delle indagini emerge, inconfutabilmente, che: 1) non sono stati vaccinati solo ultraottantenni; 2) che sussistono relazioni di consanguineita’ di vaccinati (e non tutti con gravi patologie) con esponenti politici locali, cioè proprio quanto, dubbiosamente, esponeva alla magistratura.

Orbene, il comune cittadino, ignaro di cultura giuridica ma guidato da elementare buonsenso, si chiede: dov’è la simulazione se le indagini convalidano quanto la vox populi narrava? Rimane un inesplicabile mistero al quale il preposto Tribunale della Repubblica, a tempo debito, si spera, saprà fornire lumi, rispetto all’ignoranza del comune cittadino.

E sorgono i seguenti interrogativi: 1) perché l’incaricato delle indagini non si è procurato i certificati di famiglia storici dei vaccinati attestanti le relazioni di parentela o quant’altro necessario all’uopo, piuttosto che riempire il fascicolo di inutili certificati di residenza e situazione di famiglia?; 2) perché non ha richiesto alla struttura sanitaria competente i moduli di consenso alla vaccinazione sottoscritti dai vaccinati, avulsi da eventuali dati sensibili, dai quali potrebbero risultare anche i nominativi di altri soggetti, non fragili e molto più giovani degli under ottanta, cui sono state somministrate le dosi avanzate (cognati, zii, conviventi, cugini, ad esempio)? Questo, probabilmente, è il punctum dolens dell’intero episodio, che rischia di essere insabbiato.

Ancora, stante alle pubbliche dichiarazioni del Presidente del Consiglio comunale di San Fele nel consesso consiliare in precedenza citato, in paese sono arrivate, in febbraio, 64 fiale di vaccino Pfizer-Biontech, ciascuna bastevole per 6 inoculazioni, se esatta la nota riportata sul sito dell’Aifa il 28 dicembre 2020, ragion per cui il totale delle dosi iniettabili sarebbe dovuto ammontare a 384.

Da elenco fornito dall’Asp, i vaccinati ultraottantenni in quelle giornate risultano essere stati 317 (due assenti da San Fele risultano regolarmente vaccinati, altra stranezza); se si aggiungono i 24 under 80 immunizzati, più i 13 non compresi negli elenchi dell’Asp di cui si narra nel fascicolo delle indagini, si arriva a un totale di 354 dosi, comprendendo i due assenti di cui sopra. Che fine hanno fatto le restanti 30-32? E’ possibile, invece, che da ogni fiala siano state ricavate 5 dosi? Allora il totale sarebbe di 320, incompatibile coi numeri sopra esposti (354 inoculazioni totali effettuate). Rimane, evidentemente, un enigma ancora insoluto.

A fronte di tali incontestabili elementi di fatto e di semplice inferenza logica, non si capisce la ratio che ha spinto il pm ad emettere il sopraccitato avviso di garanzia nei suoi confronti, elementi, appunto, che confermano le voci di paese, raccolte e comunicate all’autorità giudiziaria. E non si comprende a maggior ragione, il rinvio a giudizio, che affronterà con olimpica serenità per quanto stupefatto da un evento inimmaginabile e, rispettosamente, incomprensibile: non rimane che trasecolare.

Paradossale, poi, che la stessa Procura della Repubblica, indaghi il vescovo di Potenza, monsignor Salvatore Ligorio, per peculato, poiché ha saltato la fila e si è immunizzato senza averne diritto, come riferisce la stampa locale e nazionale a metà gennaio di quest’anno! Se poi a Policoro (Mt), come si diceva, in una situazione analoga a quella denunciata dallo scrivente, non è accaduto che si sia aperta un’indagine, dove va a finire l’insopprimibile garanzia nomofilattica pur nella libertà di azione del magistrato?

In questa beffarda e onirica vicenda, pare sia il sottoscritto a dover dimostrare l’infondatezza dell’avviso di garanzia e del relativo rinvio a giudizio: siamo, quindi, al ribaltamento delle più elementari norme giuridiche che stravolgono i cardini dell’azione giudiziaria e a una vicenda che assume caratteri surreali da far invidia allo stesso Kafka.

Un’ultima, significativa annotazione. A fine aprile ‘21, in questo Comune, è deceduto per Covid, come si leggeva sul sito Fb del Comune di San Fele, un cittadino di 67 anni affetto da gravi patologie che, se avesse ricevuto la “sua” dose di vaccino, forse sarebbe ancora in vita. E la sua morte grida giustizia.

Allora, senza alcuna retorica, si può affermare che avvenimenti del genere lasciano esterrefatti, allontanano i cittadini dalle Istituzioni, li scoraggiano nella collaborazione con forze di polizia e magistrati e favoriscono comportamenti omertosi in territori già affetti da questa piaga, minando la fiducia e infragilendo le fondamenta dello Stato democratico e repubblicano. Ancora, e al netto di ogni altra considerazione, è utile ricordare, per chi ne è coinvolto, quel che notava il grande giurista Salvatore Satta, quando constatava che l’azione giudiziaria è essa stessa una pena per chi la subisce.

Questi i fatti, insieme a qualche considerazione, con l’intento di offrire uno spaccato di come funzionano, a volte, le istituzioni nel nostro Paese; alla sensibilità di chi legge, valutazioni e azioni del caso, fermo restando il mistero su quante persone di età inferiore agli ottanta anni siano state vaccinate, perché c’è il fondato sospetto che altre, oltre quelle segnalate, avessero un’età di molto inferiore a quella prescritta nella primissima fase della somministrazione. Nel ringraziare Loro per l’attenzione che gli vorranno dedicare, si onora di inviare distinti saluti. San Fele, 23 giugno 2022 Prof. Donato Ricigliano