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La Basilicata ha perso le elezioni

La democrazia e il futuro subiscono gravi mutilazioni

Al referendum va a votare il 16,77% degli aventi diritto. Quattro punti in meno del dato nazionale, 20,94%. Alle comunali va a votare il 57%, quattro punti in meno dell’affluenza alle precedenti elezioni, 61%. Dati più o meno in linea con la situazione nazionale. Nei Comuni in cui c’è stata, almeno in apparenza, una vera competizione tra liste contrapposte l’adesione al voto è stata più alta. Ciò vuol dire che, nonostante l’astensionismo cresca, la partecipazione ha bisogno di senso, di forti motivazioni per affermarsi. Senso e motivazioni che perdono sempre più terreno per diverse ragioni. La prevedibilità del risultato, laddove il potere locale è così radicato che nulla e nessuno per lungo tempo potrà sfidarlo. La caratteristica della competizione, laddove più che un confronto tra idee e programmi, la sfida democratica si trasforma in una “faida” tra gruppi e famiglie che si contendono il potere nel borgo. L’inesorabile spoliticizzazione e la depoliticizzazione dell’opinione pubblica e l’appiattimento sociale e culturale dei luoghi del discorso pubblico. Su questo punto sarebbe lunga e complessa l’analisi.

Anche se, onestamente, dobbiamo ammettere i casi in cui è evidente la riconferma di sindaci che secondo l’opinione locale, hanno ben amministrato il paese. Ma sono casi rari. E casi rari sono le sfide democratiche tra idee e programmi di liste diverse, riconducibili ad aree politiche distinte, ma non direttamente ai simboli di partito, nonostante le liste civiche. E a proposito di liste civiche, anche questa volta abbiamo assistito a paccottiglie politicamente indecifrabili. A Grassano il sindaco eletto si è presentato sotto il simbolo di un partito, il Pd. Una mosca bianca che ad ogni modo lancia un segnale ai vari camaleonti e gattovolpisti che hanno popolato le liste.

Ci sono sindaci eletti con il consenso di un quarto dei cittadini elettori: la forma della democrazia descrive corretta questa circostanza, ma nella sostanza la democrazia subisce gravi mutilazioni. Specie quando a una lista si associano le cosiddette “civette”, una grave malformazione delle procedure democratiche nelle competizioni.

Quando c’erano i partiti politici, le competizioni, anche quelle amministrative, avevano quasi sempre un aggancio con riferimenti culturali e ideali precisi. La partecipazione aveva un senso e motivazioni che andavano oltre la sfida amministrativa. Oggi, in alcuni paesi, le elezioni amministrative assomigliano molto a uno scontro tra interessi, a una battaglia campale per accaparrarsi le risorse in arrivo ora dallo Stato, ora dalla UE, ora dalla Regione. Affarucci, appalti, affidamenti di incarichi e progetti “ai miei”, non più “ai loro”.  Un tempo, nel periodo post unitario, qualcuno così descriveva la situazione: “Nessun contrasto ideologico divide le fazioni tra galantuomini, ma sono concordi nell’opporsi alle richieste e alle aspirazioni dei ceti popolari… Questi galantuomini sono però avversari nel gioco cinico del potere: si organizzano per strapparsi l’un l’altro le magre spoglie amministrative.”

Negli ultimi anni, e ancor più oggi, non si tratta più di magre spoglie, ma di denaro sonante che, sia poco o sia molto, è sempre bastevole in proporzione alla “statura” del paese e agli interessi dei “galantuomini” candidati e magari eletti. Non bisogna nascondere questa realtà di piccoli ras o aspiranti tali, con le loro pattuglie di colletti bianchi, che fanno il bello e cattivo tempo nei paesi. Certo, non bisogna nemmeno fare di tutta l’erba un fascio, per fortuna ci sono molte realtà sane con sindaci e amministratori leali e anche eroici se vogliamo, considerate le condizioni socio-demografiche ed economiche di quelle realtà. Al contrario di coloro che usano quelle condizioni per ricavarne vantaggi personali.

Tuttavia sarebbe sbagliato buttare la croce dell’astensionismo e delle deformazioni democratiche sui Comuni. La questione è generale e riguarda i diversi livelli politici e amministrativi delle istituzioni regionali e nazionali. Spetta alla società civile organizzata e ai partiti politici che ancora resistono, nel bene e nel male, ridare un senso alla partecipazione. Un senso (direzione e significato) rivitalizzato da un rilancio dei temi della responsabilità, della coscienza collettiva, della cultura politica. Un rilancio delle motivazioni fondato sull’importanza del futuro invece che sull’attaccamento al presente, capace di sfidare e sconfiggere l’egocentrismo economico e sociale di vaste aree della popolazione e della sua opinione pubblica. Senza una cultura politica diffusa non c’è futuro.