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Summa: “Transizione o dismissione. Una lenta agonia”

Rapporto Banca d’Italia evidenzia un tasso di crescita molto lento e quasi nullo per la Basilicata. Occorrono politiche di sviluppo efficaci per invertire la rotta

“Il rapporto della Banca d’Italia sulla economia lucana presentato ieri, ha messo in evidenza come la crisi economica derivante dalla guerra sta determinando una crisi globale dell’economia. Le conseguenze sono dei mutamenti profondi con una inevitabile crescita dell’inflazione e una contrazione del Pil. L’attuale quadro economico fa registrare una contrazione del Pil lucano al 2 per cento. Il 40 per cento delle imprese lamentano serie difficoltà di tenuta. Solo il settore delle costruzioni, grazie al super bonus, tira un sospiro di sollievo. Unico settore nel quale si registra un aumento dell’occupazione del 2,9 per cento. Mentre il tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro rimane comunque inferiore rispetto alla media nazionale e questo anche a causa di carenza dei servizi dedicati ai tempi di conciliazione lavoro/famiglia”. È quanto sottolinea il segretario generale della Cgil Basilicata, Angelo Summa.

“Il focus – continua – evidenzia un recupero rispetto al 2021, ma si registra in Basilicata un preoccupante rallentamento in questo primo semestre del 2022. I dati parlano di una pensante contrazione dell’economia, con un prodotto interno lordo che cresce a un tasso molto basso o nullo. A questo si aggiungono il peso dell’inflazione e una sofferenza di liquidità da parte delle imprese.

Anche nel settore dei servizi e turistici c’è stata una buona crescita di presenze in regione, ma siamo molto distanti dalle presenze rilevate nel 2019. Mentre si registra un calo significativo nel settore agricolo dovuto all’aumento dei prezzi delle materie e all’impennata dei costi di produzione. A pesare sono soprattutto le tensioni geopolitiche, la crescita dei prezzi che sta colpendo le famiglie, la destabilizzazione della catena globale dei valori, che sta determinando un aumento della povertà e delle diseguaglianze sociali che influiscono negativamente sulla capacità di acquisto delle famiglie nonché sulla ripresa di interi settori produttivi a partire dall’indotto dell’automotive, a quello dell’agroalimentare e del manifatturiero in generale”.

Tutto questo per il segretario generale della Cgil Basilicata “sta facendo emergere le debolezze della nostra economia fortemente globalizzata. E rispetto a questi nuovi assetti serve un cambio profondo del modello di sviluppo. E per farlo – aggiunge Summa – dobbiamo partire dall’affrontare il tema delle trasformazioni energetiche e digitali in atto e che stanno determinando una modifica strutturale dei processi produttivi. Basti vedere alle celeri trasformazioni nel settore dell’automotive che stanno incidendo negativamente sulla tenuta dell’intero indotto di primo e secondo livello.

Bisogna anche affrontare il nuovo mercato del lavoro che sta subendo una forte evoluzione a causa dei forti processi di automazione e digitalizzazione e da ultimo anche quelli della transizione ecologica. Su questi punti serve una visione programmatica, che consenta di pianificare investimenti e strategie per evitare una ulteriore emorragia di posti di lavoro, che diversamente potrebbero acuire l’emergenza sociale dei nuovi poveri e quindi le diseguaglianze.

La sfida più strutturale della nostra regione, ma in realtà dell’intero mezzogiorno – precisa Summa – rimane quella di investire sulla crescita per evitare di rimanere arretrati e fuori dal “gruppo di testa”. Bisogna invertire una serie di trend che riguardano la bassa conoscenza, la bassa innovazione, la dimensione di impresa. Per la nostra Regione, le risorse della compensazione ambientale delle royalties che, come emerge dal rapporto di Banca Italia si incrementeranno nel 2022, quelle del PNRR, della programmazione comunitaria 21-27 possono essere una grande opportunità, ma la sfida va raccolta e vinta. E per farlo tutto dipenderà dalla capacità di progettazione e di realizzazione. Per questo come Cgil rinnoviamo l’invito ad aprire un tavolo di confronto. Serve una visione partecipativa affinché le ingenti risorse a disposizione diventino un’opportunità di sviluppo per questa regione.

Tra Pnrr e POR da qui al 2030 ci sono fondi per la Basilicata superiori a 2 miliardi di euro a cui si aggiungono le centinaia di milioni di euro di risorse di compensazione ambientale delle royalties. Una cifra che può consentire a questo territorio di fare davvero un salto di qualità. La sfida – sostiene il segretario – è sulla qualità e sull’innovazione. Il turismo è sicuramente un settore trainante, ma bisogna guardare oltre. Puntare sulle fonti rinnovabili, su una riconversione del settore dell’automotive e sulla diversificazione dell’intero indotto, che rischiano di essere risucchiati dal vortice di una serie di criticità con il passaggio all’elettrico. Sono necessari servizi e infrastrutture, che oggi rendono il nostro sistema produttivo poco competitivo. Ma soprattutto serve mettere in campi un sistema virtuoso che possa consentire ai 131 comuni lucani soprattutto a quelli sotto i 5 mila abitanti di progettare e mettere a terra le risorse del Pnrr e non solo. Come occorre obbligare le compagnie petrolifere che hanno appena sottoscritto gli accordi per le concessioni a investire in Basilicata in ricerca e innovazione nei settori innovativi in grado di traghettare senza traumi il nostro sistema produttivo verso i nuovi settori di crescita della transizione ecologica e digitale. Per fare tutto questo, però, serve pianificazione e programmazione condivisa, partecipata dal basso e non calata dall’alto. E questo non può prescindere dal confronto, dall’analisi dei fabbisogni e delle esigenze.

Per accompagnare le transizioni produttive e settoriali in atto e non farsi travolgere e trovare impreparati dai mutamenti strutturali in corso servono investimenti innovativi, mirati, visionari in grado di anticipare le future traiettorie di sviluppo economico e produttivo determinato dal passaggio dalle produzioni oil a quelle no oil. Diversamente assisteremo, inermi, al processo di dismissione, senza alternative, dei settori energetici e automotive dipendenti dal fossile. La strada non è quella del gas gratis per tutti. Significherebbe legare la nostra economia e quelle delle famiglie lucane a bonus temporanei fuori da una idea strutturale di investimenti, necessaria, invece, per costruire una efficiente ed efficace transizione energetica e produttiva di sostituzione delle fonti fossili a quelle rinnovabili. Per queste ragioni il gas gratis dovrebbe essere distribuito solo alle famiglie, lavoratori, pensionati e soggetti svantaggiati con redditi medio bassi o nulli e utilizzare, invece, le risorse ricavate dalla vendita della restante quota di gas disponibile per costruire un piano strategico industriale di transizione energetica in grado di sostenere i settori produttivi in trasformazione a partire da quello dell’automotive, puntando su diversificazione produttiva e innovazione del nostro sistema produttivo manifatturiero. Un piano di investimenti strategici necessari per salvaguardare i posti di lavoro in essere, in grado di attrarre investimenti nella produzione della filiera dei componenti delle energie alternative: dai pannelli fotovoltaici, alle pale eoliche, alle batterie e colonnine elettriche, alle nuove componentistiche dell’idrogeno. Politiche di attrazione degli investimenti che necessitano dell’utilizzo di ingenti risorse finanziarie a partire da quelle ricavabili proprio dalla vendita del gas.

Certamente – conclude Summa – non sarà possibile costruire uno sviluppo produttivo alternativo, imposto dalla transizione ecologica e digitale, con 18 milioni di euro all’anno per 5 anni previsti nell’accordo Eni e Shell appena sottoscritto. Quali investimenti, di portata rilevante, ai fini della crescita del Pil regionale, si possono realizzare con risorse finanziarie così poco cospicue? Sicuramente niente di così impattante e stabile per la crescita economica e occupazionale della nostra regione. Una politica industriale adeguata ad affrontare una transizione di questa portata così epocale, necessita non solo di visione, ma di una distrazione finanziaria enorme. Oggi siamo in presenza di risorse finanziarie disponibili così ingenti che non possono essere sprecate con misure a spot propagandistiche, il prezzo che pagheremmo a lungo termine sarebbe pesante con nessuna ricaduta economica, produttiva e di sviluppo soprattutto per le nostre generazioni future”.