La narrazione del Nord virtuoso e del Sud parassita si regge da decenni sui soliti stereotipi

Natale Cuccurese esperto di Questione Meridionale, è presidente del Partito del Sud risponde alle nostre domande su tre temi cruciali: Pnrr e il divario interno; Autonomie Differenziate; ruolo del Sud nel rilancio del Paese

Natale Cuccurese è originario della provincia di Napoli e vive a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, dove è impegnato come consigliere comunale e dell’Unione dei comuni. Esperto di Questione Meridionale, è presidente del Partito del Sud. Gli abbiamo posto alcune domande che permettono di affrontare – con disarmante chiarezza – tre temi cruciali: il Pnrr e il divario interno; le Autonomie Differenziate; il ruolo del Sud nel rilancio del Paese.

Divario Nord-Sud e Pnrr: Sarà la soluzione o l’ennesima occasione sprecata?

La narrazione del Nord virtuoso e del Sud parassita si regge da decenni sui soliti triti stereotipi. Ad esempio, a dispetto di molti luoghi comuni, la Cassa per il Mezzogiorno assorbiva appena lo 0,5% del Pil italiano (mai più dello 0,7%), mentre i normali investimenti pubblici al Nord ammontavano a circa il 3,5% del Pil. Questo dato da solo spiega in buona parte il divario di sviluppo in essere. Secondo il Rapporto Italia Eurispes 2020, mai smentito da nessuno – dal 2000 al 2017 – calcolando quanto avrebbe dovuto ricevere il Sud in spesa pubblica rispetto alla sua popolazione sul totale, l‘ammanco rispetto a quanto effettivamente ricevuto è di ben 840 miliardi di euro (circa 46,7 miliardi di euro per anno, dal 2000 al 2017). Una predazione di risorse che continua anno dopo anno. Con tutta evidenza il differenziale Nord/Sud è quindi voluto e ricercato da chi da sempre guida la politica del Paese, in barba alla Costituzione. Per quanto riguarda il Pnrr, potrebbe essere se non la soluzione almeno l’inizio di un percorso. Purtroppo, lo stato delle cose non permette di nutrire grandi speranze. Secondo le indicazioni della Commissione europea, l’Italia ha ricevuto la quota di fondi del Pnnr più alta di tutti i Paesi d’Europa (191,5 miliardi di euro) soprattutto per risolvere la situazione drammatica (maggiore disoccupazione e Pil inferiore) del Mezzogiorno. Al Sud, seguendo tali parametri, doveva essere destinato il 65% del Pnrr; il Governo ha retrocesso a suo insindacabile giudizio questa quota al 40%, ma anche questa rischia di rimanere sulla carta senza target territoriali, riducendosi così ulteriormente. Purtroppo, senza un supporto alle amministrazioni con minore capacità progettuale soprattutto per scarsità di personale, le amministrazioni del Sud – che su questo non hanno colpe – rischiano di andare in difficoltà e non riuscire a rispettare i tempi richiesti (2026); per cui, questa quota ridotta potrebbe diminuire ulteriormente, come sempre a favore di territori più ricchi e così come richiesto recentemente da alcuni presidenti e sindaci del Nord. Ovviamente il governo Draghi con tutta evidenza si è prestato a questo gioco, dimenticando che avrebbe potuto richiedere i poteri sostitutivi previsti dall’art.120 della Costituzione per aiutare i Comuni in difficoltà. Avrebbe potuto…

È questa una situazione denunciata a più riprese, ad esempio, dall’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che ha spesso evidenziato come, nell’arco dei suoi due mandati alla guida della città, il personale in forze al municipio partenopeo si sia ridotto del 60% (-1.654 unità) e come “quelli che dovrebbero correre più veloci, vengano messi in condizione di non poter correre”. Per quanto riguarda le amministrazioni locali, al Nord ci sono 1.471.000 dipendenti pubblici contro 1.227.000 del Sud e delle Isole. Tra il 2011 e il 2015 il Centro-Nord ha aumentato il numero di dipendenti pubblici di 26.000 unità, mentre il Sud è stato costretto, proprio per i minori trasferimenti, a ridurlo di 14.000.

Come si conciliano le Autonomie differenziate invocate dalle regioni più ricche del Paese con i principi fondamentali della Costituzione?

L’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese, così come da sempre vuole la Lega, che infatti ha ancora oggi al primo punto del suo statuto la “secessione della Padania”. Chi si accorda a queste richieste così come fanno presidenti, parlamentari, intellettuali, gruppi di potere e governi si assume interamente e a futura memoria la responsabilità di questa possibilità e della conseguente prossima e certo non auspicata “balcanizzazione” del Paese. Il processo è molto avanzato. Doveroso ricordare, per restare alla stringente attualità, che martedì 12 luglio è stato approvato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva avviata tre anni fa su autonomie differenziate in Commissione Bicamerale per le questioni regionali. Tutti a favore, anche i parlamentari meridionali, tranne la senatrice Granato, per procedere con l’Autonomia differenziata, con l’attuazione dell’art.116 della Costituzione e con la definizione della relativa Legge quadro, così come vogliono i governatori delle Regioni del Nord e la ministra Gelmini, senza prima definire i Lep (Livelli essenziali delle prestazioni ndr). Invece di stabilire finalmente i fabbisogni standard per territorio, cioè determinare quali risorse minime sia giusto che lo Stato garantisca con imposte proprie o con la perequazione, si è scelto di continuare in base alla “spesa storica”, cioè in funzione di quel meccanismo perverso, quell’imbroglio, per cui a Reggio Calabria vi sono solo tre asili, mentre a Reggio Emilia 63, pur con una popolazione inferiore, i finanziamenti relativi non avverranno sulla base delle reali esigenze, ma solo fotografando “storicamente” la situazione esistente. Un vero e proprio insulto e una sfida ai cittadini Mezzogiorno. Così grazie all’applicazione della “spesa storica” un bambino del Sud, per questo Stato, ha sì diritto all’asilo nido, ma solo nella misura in cui gli enti locali del suo territorio siano stati capaci di vincere dei bandi competitivi con altri enti locali in luoghi più ricchi, più collegati e con più personale (anche grazie ai trasferimenti statali da sempre diseguali). In caso contrario, tale diritto decade e lui/lei e la sua famiglia, che paga le stesse tasse delle famiglie che risiedono in territori più ricchi, si devono arrangiare. Notando bene che queste famiglie pagheranno in futuro la stessa quota di tasse per la restituzione del prestito Recovery all’Europa dei territori più ricchi, pur avendo ricevuto molto meno.

Dal che si evidenza come sia stata quanto mai opportuna l’interrogazione alla ministra Gelmini, presentata dal Gruppo Parlamentare Manifesta il 30 maggio e preparata in collaborazione con il Laboratorio del Sud, che verte sui Lep messi ancora “in soffitta”, come dichiarato recentemente dalla ministra. Chi si richiama agli art. 116 e 117 della Costituzione per affermare che l’Autonomia differenziata va realizzata, spesso dimentica di dire che la definizione dei Lep attende da sempre. Anche loro sono previsti (art. 117, comma 2, lett. m), non si capisce perché debbano quindi attendere in “soffitta”.

Ricordiamo che i Lep sono quei servizi e quelle prestazioni che lo Stato deve garantire in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, in quanto consentono il pieno rispetto dei diritti sociali e civili dei cittadini, costituzionalmente garantiti come il diritto alla salute e all’istruzione. Non sono un aspetto secondario da mettere in “soffitta”, almeno se si ritiene ancora di vivere in un Paese unito così come previsto dalla Costituzione. Ecco perché quanto sta accadendo è a dir poco assurdo ed è doveroso parlare di razzismo di Stato.

Qual è, e quale dovrebbe essere, il ruolo del Sud? Cosa si potrebbe e dovrebbe fare?

Circa un anno fa, Bankitalia ha proposto un approccio totalmente diverso rispetto a quello proposto da sempre dai governi nazionali, basato su studi e tabelle inoppugnabili che dimostrano quello che appare sempre più evidente a tutti, tranne che ai liberisti al governo, e cioè che per crescere l’Italia deve ridurre il divario tra Nord e Sud e rilanciare gli investimenti pubblici al Sud: “La competitività delle imprese è strettamente legata alla disponibilità di una rete adeguata di trasporti e di telecomunicazioni”, rete trasporti in particolare che come risaputo al Sud non è adeguata. Il Pil del Nord dipende meno di quanto si creda dalle esportazioni all’estero e più di quanto non si pensi dalla vendita dei prodotti al Sud. La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia è resa possibile proprio dai tanto discussi trasferimenti fiscali da Nord a Sud. Detto ancora più semplicemente: se fossero annullati o anche solo ridotti (come all’atto pratico si concretizzerebbe con l’ottenimento dell’autonomia differenziata), il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, che ne subirebbe le conseguenze peggiori.

Come dimostra un altro studio della Banca d’Italia, i 45 miliardi di euro annui che in media, nel decennio 1995-2005, sono stati trasferiti da Nord a Sud sono tornati indietro con gli interessi grazie ai prodotti che il Nord gli ha nel frattempo venduto: 63 miliardi di euro all’anno. Miliardi che diventano 70,5 l’anno se si aggiungono i soldi che il Nord incassa per i rimborsi della mobilità sanitaria di cui abbiamo parlato sopra. Ci sarebbe come trasferimento fiscale dal Sud al Nord anche la formazione dei giovani laureati che emigrano al Nord per lavorare. Sempre secondo Bankitalia, l’aumento di 1 solo euro del Pil al Sud produce una crescita di 40 centesimi del Pil al Centro-Nord. Mentre non accade il contrario. L’aumento del Pil di 1 euro al Centro-Nord determina infatti una crescita per l’intero Paese di soli 10 centesimi.

Investire sulla crescita del Sud comporterebbe un guadagno per l’intero Paese 4 volte maggiore. Un aumento di spesa dei consumatori del Sud di 100 euro innalza la produzione al Centro-Nord di 51,8 euro (di 20,2 euro al Nord-Ovest, di 14,3 euro al Nord-Est e di 17,3 al Centro). Secondo molti analisti e studiosi «se l’Italia dunque superasse le sue miopi illusioni di poter procedere a pezzi semi-separati, tornando a considerarsi Paese e sviluppando quindi anche il Sud, diverrebbe il Paese più competitivo d’Europa e forse del mondo».

Purtroppo, gli appelli ripetuti di Via Nazionale non paiono aver suscitato particolare attenzione nel Governo attuale così come nei precedenti. Il Sud oggi sembra quasi una nazione a parte ed è senza una reale rappresentanza politica a schiena dritta. È un limite che non possiamo più permetterci.