Verso le elezioni. Necessaria chiarezza sulle parti in gioco: chi sta con chi e perché?

Il ruolo dell’astensionismo e l’alternativa allo scontro inutile tra “progressisti” e “conservatori”

Non è detto che il centro destra vinca le elezioni, ed è sbagliato dare per scontato l’esito. La partita è aperta, molto aperta. Anche perché le sorti del Paese in fondo sono, per una bella fetta, nelle mani degli astensionisti. Se tutti andassero a votare molti partiti e partitini si sgonfierebbero sul piano parlamentare e altri, forse, otterrebbero un consenso dignitoso. Soprattutto se sulla scena politica si affacciasse una forza alternativa convincente capace di offrire nuove speranze e perciò capace di mobilitare gli elettori e portarli alle urne.

Le cause principali dell’astensionismo sono la sfiducia dei cittadini nei riguardi dei partiti, delle istituzioni, della politica in generale. Tuttavia, come dimostra il caso della candidatura di Virginia Raggi a Roma, la partecipazione al voto può crescere quando si è in presenza di un’offerta politica nuova e, per certi aspetti, inedita. Il dato della partecipazione al voto in quella circostanza fu in controtendenza rispetto al resto del paese.

Ma c’è un altro dato che fa scendere l’astensionismo a livelli più accettabili: quando si tratta di scegliere su faccende importanti o percepite tali. Si veda la differenza di affluenza ai diversi referendum negli ultimi 20 anni. Ad ogni modo, il calo della partecipazione al voto (amministrative, politiche, referendum), è un dato che ormai sembra consolidato: tendenzialmente il 40-50% degli elettori diserta le urne oppure esprime un voto nullo o bianco.

Gli astensionisti

Ma l’interesse di una forza politica alternativa dovrebbe concentrarsi sul profilo degli astensionisti. Un’indagine qualitativa realizzata dalla Fondazione “Magna Carta”, nel 2018, svela i sentimenti e le motivazioni di tre diverse tipologie di astensionisti.

“Gli astensionisti consolidati hanno spesso una lunga carriera di estraneità al voto determinata soprattutto dal disinteresse: sono indifferenti; non conoscono la politica, non ne sono coinvolti, non la sentono parte del proprio mondo; hanno la sensazione – vaga, non riflessa – che occuparsi di politica/votare non serva a nulla, sia una perdita di tempo. Una quota di consolidati infine non vota per motivi pratici: impedimenti fisici, domicilio lontano dal luogo di iscrizione.

Gli astensionisti infuriati sono il gruppo più numeroso: ritengono che la politica faccia parte della loro vita;  se ne occupano anche se in modo selettivo, non sistematico, prestano attenzione soprattutto a ciò che conferma il loro giudizio già formato;  sono insoddisfatti della propria condizione presente, la vivono come faticosa e inferiore alle proprie aspettative (ai propri meriti percepiti) e di tutto ciò attribuiscono responsabilità alla politica che, in primo luogo, non fa nulla per tutelarli e dar loro una mano e, in aggiunta, in molti casi procura danni concreti; sono convinti per queste ragioni che le istituzioni – di cui la politica costituisce la base e la guida – siano una minaccia dalla quale guardarsi; hanno, nella stragrande maggioranza, minime speranze che qualcosa cambi: la politica cura i propri interessi o quelli di coloro che la teleguidano, al dunque si dimentica di tutti gli altri, c’è un accordo blindato fra quelli che ne fanno parte, chi si trova fuori dalla conventicola è sempre perdente.

Il fattore-chiave che orienta gli infuriati è la sfiducia, derivato diretto della perdita di speranza: si tratta di un processo che in quasi tutto il gruppo è di lunga data e ha per ingredienti disagio e sofferenza.

Gli astensionisti delusi non hanno un’ostilità pregiudiziale verso il voto: seguono le vicende della politica; mostrano opinioni differenziate nei riguardi delle diverse formazioni politiche; esprimono un giudizio politico che non è congelato, anzi si modifica, evolve; non escludono, in linea di principio, di partecipare al voto successivo; non si riconoscono in nessuno dei leader o dei partiti. Lo stato di sospensione o di spaesamento denunciato da gran parte dei delusi si collega facilmente alla situazione di complicata incertezza in cui è immerso da tempo il sistema politico italiano. Rispetto agli infuriati, i delusi possono più facilmente rientrare nell’ambito della partecipazione politica. Non essendo congelato nell’ostilità o addirittura chiuso nel risentimento, il mondo dei delusi è più mobile, dipende da giudizi contingenti, non è immune da ripensamenti, di fatto configura un’astensione di opinione, più elastica dell’astensione di sentimento (quella dei consolidati e degli infuriati).”

Destra e sinistra, progressisti e conservatori: vince il neoliberismo

Possiamo ritenere, con poco azzardo, che il profilo degli astensionisti oggi sia compatibile con quella indagine del 2018. D’altronde, tra un centro destra che presenta sul piano sociale tratti di sinistra e un centro sinistra che, al contrario, specie sul piano delle politiche economiche presenta tratti di destra, il disorientamento degli elettori è da mettere in conto. Il moderatismo e il riformismo di “destra”, puntano al centro dell’elettorato (fu ceto medio) e alle periferie della società. Il moderatismo e il riformismo di “sinistra”, puntano naturalmente al centro dell’elettorato e, non sapendo più come riagganciare un rapporto con la parte più esclusa e marginale della società, si rivolgono ai settori più sensibili ai diritti civili. L’ambiguità del lessico politico di queste forze in campo è causa di disorientamento in vasti settori della società, compreso il perimetro degli astensionisti. Soprattutto tra i consolidati e gli infuriati, è numerosa la presenza degli emarginati dalla società e degli esclusi dal mondo del lavoro e della vita civile attiva.

Manca una forza alternativa basata sul conflitto nel quadro di dicotomie nette e nel solco di rivendicazioni chiare, inconfondibili, sottratte al gioco dei compromessi. Non è più sufficiente dichiararsi progressisti. Che vuol dire essere progressisti, oggi? Essere fautori del progresso economico e sociale, attraverso una politica di riforme e di rinnovamento? Se così è, da decenni non si vede progresso né economico né sociale, eppure i “progressisti” hanno governato per lungo tempo, al netto degli anni berlusconiani, quando ad apparire più progressista e riformista di tutti era proprio il Cavaliere, leader di una coalizione di centro destra (conservatrice?). Al netto della parentesi del governo giallo-verde. I progressisti sarebbero quelli dell’”Agenda Draghi”? Sarebbero gli anti sovranisti, gli europeisti ad oltranza, gli atlantisti della Nato?

Il progresso economico e finanziario in questi anni ha riguardato soltanto i più ricchi, tutti i dati lo confermano. L’adesione di pezzi importanti delle forze cosiddette progressiste alla teoria illusoria del trickle-down si è rivelato un fallimento. Il progresso ha riguardato quasi esclusivamente l’accelerazione dei processi di accumulazione della ricchezza su base finanziaria.

Dall’altro lato emerge il populismo formato Meloni-Salvini. In alcuni anni, settori importanti delle periferie e degli esclusi e della classe operaia hanno appoggiato la linea della destra conservatrice. Un populismo che si è identificato e ancora si identifica nella sostanza con i paradigmi neoliberisti. Un populismo “autoritario” funzionale al disegno storico del neoliberismo. “Lavoro, patria, sacrificio, famiglia, libero mercato, nazione, Stato nemico”. In questo quadro si sviluppa una tendenza “autoritaria” di restringimento della democrazia. Un populismo che promuove un senso comune fondato sulla difesa dei beni e dei “valori” individuali dalle minacce esterne (l’extracomunitario, le tasse, il diverso, il drogato, il parassita della società, e così via). Il richiamo alla dimensione individuale del benessere è forte nella prospettiva dell’ordine sociale. Le ultime battaglie tra destra e sinistra – chiamiamole così per comodità – si sono giocate sul versante dei diritti civili (gay, Lgbt, legge Zan, lessico gender, cittadinanza agli immigrati, ecc.) Mentre sui diritti sociali la partita è rimasta per lungo tempo in mano alle forze sindacali.

Ma il dato che qui interessa è che sia i “progressisti”, sia i “conservatori” sono, da prospettive diverse e con idee contrapposte, funzionali al disegno neoliberista. Emerge una specie di eterogenesi dei fini.

L’alternativa

Oggi, ripeto quanto già scritto con parole diverse qualche giorno fa: è necessaria un’alternativa non alla “destra” o alla sinistra (che non esiste) ma alle politiche neoliberiste causa delle disuguaglianze, dell’ingiustizia sociale, dell’accumulazione di ricchezze a danno della stragrande maggioranza della popolazione, della disoccupazione, delle crisi economiche, delle guerre, della povertà, dei diritti sociali e umani mandati in soffitta. Una forza alternativa che faccia chiarezza sugli interessi in campo chiamandoli con nome e cognome. Che dica con limpidezza da che parte devono stare – e per quale ragione – gli esclusi, gli emarginati, i poveri, gli operai, i giovani, i disoccupati, il Sud, e da che parte stanno tutti gli altri. Una forza alternativa che rielabori una speranza per i più deboli e si faccia capire da almeno una parte di quei settori dell’astensionismo “consolidato” e “infuriato”.