Riflessioni su una ingiusta tassazione: la Tari
“Accordare fiducia ai cittadini perché leali contribuenti e non impenitenti evasori”
La tari è una tassa che si paga al comune per usufruire del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani. La normativa nazionale pur riconoscendo il diritto all’esenzione dal pagamento per i proprietari di case disabitate, che ovviamente non producono rifiuti, ne collega l’esonero alla avvenuta disattivazione di tutte le utenze (acqua, luce, gas). In presenza di tali allacci si dovrà pertanto pagare anche per le abitazioni non occupate. I meccanismi di calcolo consentono ai comuni dei margini di manovrabilità, in base a una misura standard indicata, e prevedono degli sconti che in genere non sono tali da renderne l’onere irrilevante per la famiglia, che lo deve sostenere a fronte di un servizio di cui non usufruisce, essendo già gravata della medesima tassa per la dimora di abituale residenza.
Non avendo il dono dell’ubiquità è evidente che, ciascuna famiglia, non potrà per lo stesso periodo produrre uguali rifiuti in due o addirittura più luoghi diversi. Nella maggior parte dei casi la tassa grava su immobili ereditati il cui valore economico e catastale non giustifica gli importi richiesti. Ciò vale anche per l’IMU. I regolamenti comunali, in genere non si discostano in maniera significativa dalla normativa nazionale e riproducono le stesse modalità di riscossione, riproponendo l’anomalo meccanismo di incassare il pagamento di un servizio che in realtà non viene erogato. Siamo consapevoli che la presenza di un immobile in un centro abitato, seppure non occupato, potrebbe comportare occasionalmente la produzione di una qualche forma di rifiuto, in virtù del quale, il proprietario venga chiamato a contribuire per il suo smaltimento.
Ma di sicuro l’entità del versamento non potrà essere equiparato, come quasi sempre accade, all’importo di abitazioni regolarmente e continuativamente occupate da più persone. Grati e consapevoli dei vantaggi collettivi in termini di benessere ambientale e di civile convivenza, che le moderne formule di raccolta differenziata dei rifiuti hanno determinato, mai vorremmo che tali importanti presidi di civiltà, di innovazione e di moderna salvaguardia ecologica, venissero in qualche modo messe in discussione e abbandonate. Tuttavia bisognerebbe prendere atto che la sistematica disattivazione delle utenze, richiesta con regolarità ai proprietari in difficoltà per il pagamento, comporterebbe il definitivo decadimento di un numero significativo di abitazioni in tutto il centro abitato e in particolare nel centro antico, esponendolo all’incuria e agli agenti atmosferici, che nell’arco di pochi anni trasformerebbe questo importante patrimonio edilizio in stabili fatiscenti e ruderi pericolanti.
Purtroppo ne abbiamo numerosi esempi in tutti i paesi che rendono definitivo e non recuperabile il degrado, acuiscono il pericoloso decadimento da arginare, rendono cospicui e fortemente onerosi gli interventi di messa in sicurezza. Ciò scoraggia proprietari e pubblica amministrazione dall’intervenire, esponendoli poi a rispondere, civilmente e penalmente, dei danni eventualmente prodotti a terzi. La disabilitazione delle utenze del patrimonio edilizio non occupato, genera certamente il vantaggio di evitare il pagamento di una tassa, ma comporta la diffusa impossibilità di accesso e controllo delle condizioni della proprietà, per gli scarsi, sporadici o nulli interventi di pulizia e manutenzione, le assenti ispezioni in un contesto abitativo abbandonato e malsano, dove piccole lesioni o banali infiltrazioni di acqua si trasformano velocemente in seri danni alle strutture fino a trasformare le unità abitative in pericolosi ruderi inagibili, spesso infestati da ratti, animali selvatici e insetti vari.
L’indecorosa disattenzione comporta anche la mancata tutela di strutture di pregio e di interessante valore storico e antropologico. Succede per gli antichi luoghi sedi di attività artigianali di fornai, fabbri, falegnami, ecc. e ne fanno le spese anche le storiche cantine, di cui i nostri paesi sono disseminati. Scoraggiarne l’abbandono e contribuire alla loro conservazione diventa un obbligo, una necessità per non disperdere un cospicuo patrimonio storico e antropologico e per salvaguardare il decoro urbano e la salute pubblica. Un abbattimento delle tasse, e pure delle imposte, che gravano su questo importante patrimonio edilizio, insieme alla disponibilità di utilizzo di acqua, corrente e gas, consentirebbe ai proprietari di potersene occupare maggiormente, di investire nella loro manutenzione e rappresenterebbe certamente una modalità necessaria per salvaguardare e valorizzare beni e proprietà che, forzatamente abbandonati e lasciati all’incuria, sarebbero destinati ad essere definitivamente perduti, dimenticati e negati alla memoria delle nuove generazioni, defraudate così di un pezzo significativo della loro storia.
Riconoscere un importante sgravio fiscale ai proprietari di tali immobili rappresenterebbe un necessario, tangibile contributo, un segnale di attenzione per i cittadini e un merito per tutte quelle pubbliche amministrazioni che davvero hanno a cuore la tutela e la salvaguardia del decoro e della sicurezza del territorio. Rappresenterebbe un esempio virtuoso – di cui vantarsi con orgoglio – di contrasto all’abbandono di importanti zone del paese, un riconoscimento del valore affettivo ed economico di spazi e abitazioni che, decorosamente conservati, sarebbero disponibili per un possibile nuovo utilizzo, anche solo occasionale, da parte di figli, nipoti, emigrati di ritorno, felici di riprendere, periodicamente, ad abitare e animare i loro mai dimenticati luoghi del cuore.
L’opportunità di una normale e continuativa fruizione degli ambienti, potrebbe inoltre incoraggiarne una occupazione costante, consentendo all’amministrazione di poter riattivare la tassazione originaria, recuperarne l’entrata e nel contempo di contribuire fattivamente a ripopolare case, luoghi e piazze. Pur comprendendo le ragioni addotte dalle pubbliche amministrazioni e dai relativi uffici comunali, obbligati ad applicare le normative, i regolamenti vigenti e le tariffe ivi indicate per la riscossione dei tributi, tuttavia, invitiamo a considerare che la posta in gioco in tale circostanze non riguarda la concessione di una “anomala e non contemplata agevolazione fiscale, che privilegia i cittadini a cui verrebbe riconosciuto uno sgravio”, ma di un necessario intervento pubblico in materia di salvaguardia del territorio, di contrasto all’abbandono, di tutela della pubblica incolumità, di decoro urbano, oltre che del recupero del patrimonio edilizio esistente che impedisca ulteriori ingiustificabili occupazioni di suolo.
Tutte finalità che collimano con gli obbiettivi riconosciuti come priorità da perseguire alle pubbliche amministrazioni territoriali, in particolare alle aree interne, che maggiormente ne sono interessate, e che difficilmente sarebbero in grado di finanziare diversamente ipotesi risolutive di problematiche tanto impellenti e indispensabili da arginare e contrastare. Sarebbe opportuno che le amministrazioni comunali, qualora condividessero le argomentazioni precedenti, di concerto con gli uffici amministrativi preposti, tenendo conto di tali urgenze e necessità, collaborassero al fine di prospettare ipotesi e interventi tesi a giustificare un necessario sgravio tributario per scongiurare le spiacevoli situazioni di cui sopra. Sarebbe altresì auspicabile che gli enti territoriali, che meglio di altri hanno il polso della situazione locale, sollecitino gli organi legislativi nazionali e territoriali, a rivedere o rimodulare normative tributarie, palesemente ingiuste e insostenibili, per la totalità delle comunità interessate da fenomeni di spopolamento, degrado e abbandono, le cui puntuali applicazioni ne aggravano diffusamente e irrimediabilmente le criticità. ∗Teresa Delle Donne (Sociologa)


