La “delinquenza aristocratica” lucana e le associazioni di tipo non mafioso
Se alcuni imprenditori arrestati o indagati negli ultimi anni parlassero, crollerebbero castelli di potere e di ipocrisie. Si accenderebbero i riflettori su ombre insospettabili
Qui in Basilicata i clan mafiosi o presunti tali se non erro non sparano un colpo da molto tempo. Dopo le mattanze degli anni 90 nelle faide Cassotta-Delli Gatti e nella faida di Montescaglioso, raramente negli anni 2000 abbiamo assistito a uccisioni di mafia. Ricordo nel 2013 l’omicidio di Donato Abbruzzese per mano di Dorino Stefanutti e nel 2019 l’omicidio di Antonio Grieco nel Materano. La memoria può ingannarmi. Tuttavia, sono anni che le Procure provano a inglobare nel quadro dell’accusa di associazione mafiosa alcuni gruppi criminali senza riuscirci. Non voglio né posso sindacare le ragioni per cui quelle accuse cadono al vaglio dei giudici. Negli anni 90 invece quelle accuse, per i clan di allora, parevano tutte fondate. La sensazione, ma solo di sensazione si tratta, è che in quegli anni c’era il sangue, i criminali si ammazzavano tra di loro per il controllo del territorio. C’era una mafia locale, addestrata dalle mafie oltre confine, che sparava, incendiava, minacciava e passava alle vie di fatto. Clamore, faceva clamore.
Oggi il sangue non c’è. Ci sono i soldi, ma quelli fanno meno rumore e scarso clamore mediatico. I soldi amano il silenzio e sono amati da tutti. Adesso i nuovi gruppi criminali, quelli di alto bordo, non hanno bisogno del delinquente estorsore che minaccia l’esercente, che incendia il locale, che spara sulla gente. Hanno bisogno di commercialisti, di esperti di finanza, di avvocati, di politici, di dirigenti e funzionari pubblici, di notai e anche di giornalisti. Perché a loro non serve estorcere. Loro il negozio, l’albergo, l’azienda, la società immobiliare, la banca, se li comprano. Non hanno bisogno di minacciare, perché loro i funzionari, i politici, gli avvocati, i giudici, se li comprano. E quelli che ancora incendiano lidi, capannoni o minacciano gli imprenditori onesti sono la manovalanza ignorante e pezzente di uno stile criminale vetusto e di basso livello. Utili idioti che in qualche modo distraggono l’attenzione soprattutto mediatica dai contesti mafiosi di alto livello, tanto alto che è difficile considerarli mafiosi. Le frontiere delle nuove mafie, quelle vestite in sartoria, sono la corruzione e il riciclaggio.
E che vuoi che interessi ai media di quel negozio, di quell’albergo, di quell’attività imprenditoriale se è tutto a posto? Dipendenti pagati fino all’ultimo centesimo, diritti rispettati fino all’ultima regola, autorizzazioni perfette. Nessuno si chiede chi c’è dietro. Perché? Perché è tutto a posto, non c’è sangue. (Cito a soggetto Rosaria Capacchione, giornalista esperta di mafie, sotto scorta).
E veniamo a quella che ho definito la ‘non mafia lucana’. Quando parlo di riciclaggio non mi riferisco soltanto al lavaggio di denaro sporco, ma anche alla distrazione di denaro pulito (risorse pubbliche). Denaro pubblico che finisce in quota parte nelle mani di imprenditori, politici, progettisti e consulenti di ogni specie, ottenuto con stratagemmi illegali o legali e con la compiacenza dei commensali. “Lavaggio” di denaro pulito che qui è appannaggio dei “delinquenti aristocratici” della non mafia. Per aristocratici intendo cerchie chiuse di persone gelose dei privilegi acquisiti. E tornano i soldi. Se segui le tracce dell’arma usata magari trovi l’assassino. Ma se vuoi scovare il delinquente aristocratico insospettabile devi seguire le tracce dei soldi. Non è facile, ma è lì che si nasconde il crimine.
I delinquenti aristocratici, non mafiosi, non hanno bisogno di intimidire né di assoggettare chiunque con la minaccia. Perciò li vedi a malapena e non sempre nel 416 bis del codice penale.
Da queste parti, proprio perché terra non invasa dalla mafia militare, la ‘delinquenza aristocratica’ è stata capace di costruire associazioni di tipo non mafioso. Associazioni che si avvalgono della forza di persuasione e di seduzione nel quadro di vincoli dettati da reciproci interessi, e anche ricatti, e compromessi riconducibili a cerchie di potere trasversali con lo scopo di acquisire il controllo sulle risorse pubbliche, sulle attività economiche private e sugli appalti. Associazioni che agiscono in piena legalità, grazie al sapiente utilizzo di sofisticati strumenti di manipolazione delle leggi. Ma soprattutto responsabili di intollerabili ingiustizie. Permeabili al fascino della ricchezza, del potere, della “bella vita”. I loro esponenti esibiscono ricchezze improbabili e i più furbi le nascondono. Anche se spesso cedono alle “serate da sballo” offerte da generosi manager. Se alcuni imprenditori arrestati o indagati negli ultimi anni avessero il coraggio di parlare crollerebbero castelli di potere e di ipocrisie. Si accenderebbero i riflettori su ombre insospettabili. Se alcuni dirigenti e funzionari pubblici raccontassero episodi ed esperienze nei contesti delle associazioni di tipo non mafioso lucane, crollerebbe un mondo oggi invisibile a chi non lo vuol vedere.
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