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Spopolamento, molti paesi destinati a scomparire: che fare?

Riflessione sull’intervista di Antonello Caporale all’antropologo e autore del libro “La restanza”, Vito Teti. “Si può cavare oro dalle nostre pietre?”

Ho letto l’intervista di Antonello Caporale a Vito Teti, su Il Fatto Quotidiano di ieri lunedì 7 luglio. L’argomento, le aree interne e il destino dei piccoli paesi, è al centro del dibattito di queste settimane dopo che il Governo ha pubblicato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne. L’obiettivo 4 di quel documento prevede aree in cui è possibile soltanto l’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile e che “hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento.” Questa previsione ha suscitato non poche polemiche e alzate di scudi contro il Governo. Premetto che sono completamente d’accordo con le dichiarazioni di Vito Teti, antropologo e autore, tra gli altri, dell’illuminante libro “La restanza”. Parole e concetti stimolanti, come mi è già capitato altre volte leggendo i suoi libri. L’intervista mi ha suscitato altre riflessioni, forse azzardate, ma che ritengo utile mettere sul tavolo del dibattito.

Intanto, è vero, molti piccoli paesi sono destinati a scomparire nei prossimi anni. Non tutti però. Molti altri resisteranno ancora, almeno per molti decenni. E dunque bisogna concentrarsi sui resistenti liberandoli dall’approccio difensivo. Mi spiego. Il declino delle aree interne parte da lontano. In misura maggiore dall’immediato dopo guerra. Trasformazioni che interessano sia la montagna alpina e sia, in modo diverso, le aree dell’Appennino centrale e ancora con altre caratteristiche quelle dell’Appennino meridionale.

“Nelle due grandi aree montane del nostro Paese questi fenomeni esploderanno, com’è noto, nella seconda metà del XX secolo. La ripresa del grande esodo internazionale all’indomani della seconda guerra mondiale, la trasformazione in senso industriale dell’Italia, la modernizzazione dell’agricoltura in pianura e in collina, l’espansione urbana daranno al fenomeno dell’abbandono della montagna dimensioni prima sconosciute.” (Piero Bevilacqua, 2012)

La deriva industrialista, modernista, ha causato la metamorfosi demografica e socio-economica e orografica di vaste aree del Paese. E’ qui l’origine. Guardo alla Basilicata. Gli insediamenti industriali in val Basento negli anni 70 per un lungo periodo hanno funzionato da base di un equilibrio demografico e socio-economica tra la montagna-collina e la pianura. I lavoratori si spostavano nelle fabbriche e dopo il turno rientravano in paese. Anche se molti altri emigravano a Nord e nei Paesi europei, ma con l’intenzione di tornare nei luoghi di origine. Una situazione che non poteva durare, infatti sono scomparsi sia le fabbriche sia i lavoratori, mentre i paesi si spopolavano a ritmi crescenti. E quindi? Lo svuotamento e il declino delle aree interne è la conseguenza di una causa primaria. La causa è il modello di sviluppo inseguito nell’ultimo secolo. Senza il rovesciamento dei paradigmi neoliberisti non c’è area interna che si salvi. E’ come volere curare la malattia negli stessi luoghi che l’hanno causata e in cui si è sviluppata e con le stesse abitudini che l’hanno provocata.

Ora, non voglio semplificare oltre. Però, rileggetevi Pasolinie, magari, la storia dell’economia dei Sud del Mezzogiorno dal dopoguerra ad oggi. Il passato può essere criticato ma non cancellato. Il presente però può ripartire da inseminazioni inedite e da nuovi impulsi utopici. Guardiamo alla Basilicata: una storia economica e industriale emblematica del declino delle aree interne. Tutte le strategie, locali e nazionali, sono fallite. Certo, per molte ragioni, ma due non vanno dimenticate: le decisioni e i comportamenti dei gruppi dirigenti e politici locali.

Alcune considerazioni di Vito Teti suscitano altre domande. Egli dice, giustamente, che nei paesi delle aree interne ci sono “milioni di metri cubi da fare abitare”, vale a dire case vuote che aspettano di essere abitate da cittadini che rifiutino il cappio del mutuo, rifiutino di indebitarsi a vita per acquistare 60 metri quadrati con vista sul raccordo autostradale. E poi aggiunge: “C’è un modo per connettere l’interno e la costa. Il treno è il vettore più economico e popolare, consuma meno delle auto, non ha semafori da rispettare, curve pericolose da affrontare, traffico impazzito nel quale impigliarsi”. D’accordissimo. Ma la domanda è: perché non accade? Rivolgendosi al Governo, Teti avverte: Guardate che state sbagliando, che state minando la spina dorsale del Paese. Non ci crederete, ma si può cavare oro dalle nostre pietre.”

Sì, è quello che hanno fatto in Trentino, in Valle d’Aosta e in altre zone alpine dagli anni 70 in poi. Dove l’industrialismo selvaggio, che ha violentato vaste aree del Mezzogiorno, è sconosciuto. Credo anche che bisogna aggiungere alla dicotomia montagna-pianura, aree interne-costa, il rapporto paese-paese, area interna-area interna. Infatti, una delle questioni riguarda anche i collegamenti, non solo funzionali, tra paesi delle aree interne, montane e collinari. Connessioni digitali e fisiche che favoriscano scambi dialettici, aperture di idee, circolazione di esperienze, senso della vicinanza e cioè avanzate forme di civismo. Connessioni che favoriscano le fusioni tra Comuni con formule che salvaguardino i dialetti e le culture locali. Perché l’isolamento tra solitudini genera rassegnazione.

Ora, è evidente un’altra variabile che gioca in modo pesante sul destino delle aree interne: la volontà politica di fare ciò che è giusto fare e la capacità, anche questa politica, di farle nel modo corretto. Questa volontà e questa capacità non le vedo da decenni. Le priorità in tema di economia e di lavoro sono state altre. In altri luoghi, per altri scopi, per altre prospettive. Tutte orientate da un modello di sviluppo, dal mio punto di vista, sbagliato. E’ certo che la bellezza non abita nelle metropoli.

Oggi non bisogna cadere nella trappola riformista dei piccoli cambiamenti. Abbiamo bisogno di grandi cambiamenti e anche veloci, almeno sul piano delle scelte politiche. Abbiamo bisogno di cambiamenti veloci nel protagonismo delle popolazioni locali, abbiamo bisogno di una visione purificata dalla cultura neoliberista e sottratta a vacui romanticismi. Cambiamenti veloci sembra un ossimoro, ma siamo davanti a un bivio e il tempo scarseggia: o si cambia o si prosegue per la strada dei palliativi. E’ un bivio che bisogna imboccare. Intanto, proviamo a sviluppare una riflessione anche sulle tecnologie avanzate e sull’Intelligenza artificiale applicate a nuovi modelli di sviluppo delle aree interne. E’ un campo, che non bisogna sottovalutare e considerare appannaggio dei grandi centri urbani, che potrebbe aprire interessanti scenari. Ne riparleremo.