‘Vendesi’: piccoli centri storici lucani come fantasmi
“Non abbandonare all’inevitabile declino le aree interne”, è il monito dei sindaci contro il Piano Nazionale di ‘spopolamento’ . E allora difendiamo i nostri antichi rioni, per evitare che scompaiano. Salviamo il salvabile, prima che ci pensi la natura
“Per ogni anziana che muore si appanna un portone, uno in meno, e lì resta un altro angolo vuoto”. Questa testimonianza, raccolta in uno dei tanti centri storici della nostra Lucania (Barile), ci pone davanti ad un paradosso. La bellezza di alcuni scorci, in questo caso nel Vulture, fa da contraltare al senso di abbandono che si respira appena ci metti piede. “Accompagnare le aree interne verso un irreversibile declino”, che è anche il senso del Piano Strategico nazionale 2021/27 e che affosserebbe gran parte della Basilicata, trova la sua massima rappresentazione in molti centri antichi. “Vendesi”, si legge sul primo portone. Poi ancora “vendesi”. E’ un esperimento facile da replicare. 
Più si scende nel ventre antico del borgo e più i cartelli “vendesi” sono sbiaditi, alcuni sono stati strappati dagli eventi atmosferici, dallo scorrere del tempo. Le panchine davanti gli usci sono sempre più vuote, e niente (o pochi) panni stesi, a proposito di abbandono. E anche dove c’è vita, si odono poche voci e numerosi cani abbaiare. L’odore del ragù della domenica è quasi assente ed è spesso sostituito dalle spezie e dal cous cous, segno che qualcuno, almeno gli stranieri, cercano e trovano ancora affitto a cifre basse e accessibili. Ma il punto è un altro. E consiste nel capire cosa si vuole fare davvero di questo cuore antico dei nostri piccoli borghi. Alcune misure, come la vendita di uno stabile a un euro, contributi fino a 5mila euro a chi compra e ristruttura (Calitri, Irpinia), o ancora incentivare lo smart working a chi è stressato dalle città e può permetterselo, sono alcune tra le soluzioni creative tentate negli ultimi anni per ripopolare, specie dal Covid in poi.
I musei della storia contadina, fioriti ovunque, sono un altro modo per conservare memoria. Tutto ciò, in maniera più organica, non potrebbe diventare una nuova scommessa per il futuro? Gli eventi estivi tout court forse un po’ meno, perché durano il tempo della festa di paese. E poi è di nuovo il deserto. Dove invecchia e muore la popolazione, anche i negozietti di prossimità stanno sparendo, ad una velocità inaudita.
Cosa fare dei centri storici è l’elemento del dibattito sulle “aree interne” che ancora non ha avuto l’eco che meritava nelle ultime settimane. E non c’è modo peggiore per affossare questi luoghi ricchi di passato: non parlarne affatto. Salvare il salvabile, e avviare un vero piano di risanamento, dove si può, è forse l’unica chiave. Prima che sia troppo tardi e che non ci pensi la natura a buttare giù tutto. E allora la perdita sarebbe collettiva e senza appello. Quindi se è giusto “non abbandonare all’inevitabile declino le aree interne”, un occhio di riguardo andrebbe proprio ai nostri antichi centri storici, per evitare che diventino tutti come Craco antica. Un paese fantasma, bello, per carità. Ma oltre la cartolina salviamo chi vuole ancora abitarli e viverli, questi scrigni di bellezza ormai in ‘svendita’. Ad un euro, o poco più. 



