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“Il coraggio della memoria. La mafia c’è anche in Basilicata”
La lapide sulla tomba di Peppino Impastato a Cinisi

Inopportuna la partecipazione di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, all’incontro pubblico in piazza il 20 agosto a Senise organizzato da Angelo Chiorazzo

Negli ultimi anni la Basilicata si sta trasformando sempre più in una regione dell’apparenza. Un territorio buono per un marketing turistico esagerato, per eventi gonfiati da una retorica stucchevole. Si sente l’odore di quando incontri qualcuno che non si lava da mesi e però ha i vestiti cosparsi di profumo. Sulla promozione di eventi dai risultati improbabili ci campa un po’ di gente e sugli eventi ci guadagnano artisti veri o presunti tali. Questo è il lato positivo della faccenda, ma solo questo. Perché per il resto è tutto uno spettacolo, non improvvisato, di ipocrisia. Fumo negli occhi venduto o donato come collirio miracoloso.

E questo spettacolo non va in scena solo d’estate, ma tutto l’anno. E non riguarda soltanto gli “eventi” di ogni genere legati a un malinteso senso della “cultura”, fatte salve le rare eccezioni. Imprenditori discussi e discutibili che, con poca fatica, rivoltano come un calzino la loro immagine pubblica grazie a beneficenze, premiazioni, elargizioni. Politici, dirigenti, esponenti delle istituzioni affascinati dai palcoscenici e sedotti dalla ricchezza. E si sa, “la seduzione è sempre stata una storia di manipolazione.”

La sfera politica ormai da 30 anni naviga nell’apparenza e si nutre di retorica e di ipocrisia. Chiacchiere, palcoscenici, vetrine, autoreferenzialità. Uno dei modi per restare a galla o fare carriera è manipolare la percezione pubblica di se stessi. E a conti fatti in molti ci riescono alla grande. E questo è reso possibile anche da una forma particolare di media capture che qui esiste anche se in molti fanno finta di non vedere.

In questo quadro potrebbe, sottolineo potrebbe,  inserirsi un’altra delle iniziative del leader di Basilicata Casa Comune. Ad ogni modo si tratta di legittima propaganda politica.

“La mafia c’è anche in Basilicata”

Il 20 agosto a Senise Angelo Chiorazzo, vice presidente del Consiglio regionale, tramite il suo partito politico, Basilicata Casa Comune, organizza un’altra delle sue vetrine. Questo il lancio: alle ore 21.00 in Piazza Municipio, ‘Il coraggio della memoria. La mafia c’è anche in Basilicata’, un dialogo aperto tra Giovanni Impastato, fratello di Peppino e testimone instancabile dell’impegno antimafia, il giornalista Paolo Borrometi, sotto scorta per le sue inchieste sulla criminalità organizzata, e Angelo Chiorazzo, Presidente di Basilicata Casa Comune”.

La locandina La locandina

La domanda è: che ci fa Giovanni Impastato in quella piazza?

Sulla tomba di Peppino a Cinisi c’è scritto chiaro: “assassinato dalla mafia democristiana”. La storia la conosciamo tutti. E quando pensiamo alla “mafia democristiana” di quegli anni e degli anni 80 e 90, la memoria storica ci porta a nomi quali Salvo Lima, Ignazio e Antonino Salvo uomini chiave della corrente andreottiana in Sicilia. “Nella sua “antibiografia” su Andreotti (Andreotti, il Papa nero) Michele Gambino ricorda che, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, il superpentito Tommaso Buscetta cominciò a parlare di Lima e degli esattori Salvo, tutti andreottiani. La sua corrente siciliana al vertice del potere isolano, fu definita da Carlo Alberto Dalla Chiesa «la famiglia politica più inquinata dell’isola». (Il Manifesto).

Scrivono Attilio Bolzoni e Francesco Trotta su Domani del 22 luglio 2024: “Da una parte lui, Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio e ventuno volte ministro della Repubblica, il politico democristiano più chiacchierato, il suo nome tirato in ballo nelle più gravi e oscure vicende italiane ma senza mai una condanna. E dall’altro i procuratori di Palermo che, a metà degli Anni Novanta, esattamente nel marzo del 1995, l’hanno mandato a processo con l’accusa associazione a delinquere di tipo mafioso…

Giulio Andreotti, già pronto a salire al Quirinale, viene “bruciato” all’inizio del 1992 dall’omicidio del suo fedelissimo console siciliano, il potente Salvo Lima. Ma è l’uccisione del giudice Giovanni Falcone a segnare il confine – almeno così dirà il pentito Tommaso Buscetta – che porterà lo stesso Buscetta e molti altri collaboratori di giustizia appartenenti a Cosa Nostra a svelare i legami tra mafia e politica. Parlando dei cugini esattori Nino e Ignazio Salvo, parlando di Salvo Lima, parlando infine di Giulio Andreotti. Un lunghissimo elenco: Leonardo Messina e Gaspare Mutolo, Angelo Siino e Francesco Marino Mannoia, Giuseppe Marchese e Balduccio Di Maggio, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera.

Per anni e anni Giulio Andreotti si è difeso con i denti, protetto anche da una campagna di stampa che ha violentemente attaccato i magistrati siciliani. Alla fine, al di là del processo, nella ricostruzione della procura è affiorata un’Italia melmosa e complice… La sentenza di secondo grado, poi confermata in Cassazione, ha accertato invece che – fino alla primavera del 1980 – Andreotti aveva avuto rapporti con i boss di Cosa Nostra. Ma tutto quello che era successo prima, ormai era prescritto.”

Infatti, in primo grado, il 23 ottobre 1999, Giulio Andreotti fu assolto per insufficienza di prove dalla quinta sezione penale del Tribunale di Palermo, sebbene, come ricordano nel loro saggio “La verità sul processo Andreotti” Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte (il primo, allora, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, il secondo procuratore aggiunto), la sentenza confermò in larga parte l’impianto accusatorio per quanto concerneva i rapporti di Andreotti con i cugini Salvo, i rapporti tra la corrente andreottiana della Dc in Sicilia e Cosa Nostra, le relazioni intrattenute da Andreotti con Vito Ciancimino, i rapporti tra Andreotti ed il faccendiere e criminale Michele Sindona (definito, all’interno della sentenza, un uomo “legato ad autorevoli esponenti dell’associazione mafiosa, per conto dei quali svolgeva attività di riciclaggio”) e gli incontri di Andreotti con membri di grande peso di Cosa Nostra.

Nel 2003, poi, la sentenza di Appello. I giudici stabilirono, “in parziale riforma della sentenza del Tribunale”, di “non doversi procedere […] in ordine al reato di associazione per delinquere […] commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione”. Confermarono, invece, “nel resto, l’appellata sentenza”“Reato commesso” ma “prescritto”: Andreotti venne dunque giudicato responsabile del reato di associazione per delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, ma fu salvato dall’intervenuta prescrizione. (Stefano Baudino sulla rivista Antimafia 2000, febbraio 2021).

L’errore di opportunità di Giovanni Impastato

Giulio Andreotti è stato testimone di nozze di Angelo Chiorazzo e padrino di battesimo della figlia. Insomma grandi amici. Un’amicizia che affonda le radici nella Democrazia Cristiana, ma soprattutto nei circoli della cultura politica cattolica, dai tempi dell’università a La Sapienza. Chiorazzo organizza nel gennaio 2019 la presentazione del libro “I miei santi in Paradiso” (Libreria editrice Vaticana) in Senato. L’introduzione è affidata all’allora presidente dell’Associazione Giovane Europa, cioè Angelo, con la partecipazione, tra gli altri di Gianni Letta. E’ sempre lui, Chiorazzo ad organizzare altri eventi in ricordo di Giulio Andreotti. Nel maggio 2018 in occasione del quinto anniversario della scomparsa, promuove con l’Associazione Giovane Europa una lectio magistralis dedicata alla politica estera del defunto presidente. Sono numerosi gli eventi promossi o frequentati da Chiorazzo dedicati a Giulio Andreotti. Un impegno generoso per promuovere la figura del suo amico e mentore: lo statista, il politico cattolico, il padre costituente, parlamentare per 68 anni e sette volte premier, ventuno volte ministro. Generoso anche l’impegno per riabilitare il presidente agli occhi dell’opinione pubblica di fronte alle ombre che lo hanno avvolto e su cui certa stampa e certa politica sono andate ben oltre la semplice strumentalizzazione.

Nelle foto Andreotti e Chiorazzo Andreotti e Chiorazzo alla guidaAndreotti e ChiorazzoChiorazzo e Andreotti

Ora, nessuno può dire che Andreotti fosse un mafioso. Nessuno può dire che Angelo Chiorazzo abbia mai avuto a che fare con gli ambienti che Andreotti avrebbe frequentato negli anni 70 e 80, quando l’attuale presidente del partito di Basilicata Casa Comune era ancora un bambino. Lo ha frequentato a partire dagli anni 90 quando il “divo” ha dovuto affrontare le accuse dei magistrati siciliani.

Tuttavia, Chiorazzo non avrebbe mai fatto cenno alle ombre di Andreotti, capita quando hai a che fare con un amico il cui affetto ti impedisce di esprimere giudizi oggettivi. Lo ha sempre trattato come un padre, elogiato e ricordato come un grande statista , come un uomo pieno di umanità, di saggezza, di intelligenza. Punto. Oltre che naturale è legittimo. E si può essere anche d’accordo.

E’ anche legittimo che con il suo partito organizzi un incontro sulla mafia in Basilicata. Anche se Chiorazzo dovrebbe spiegare meglio, in contesti non estivi, che cosa si intende quando nella locandina leggiamo ‘La mafia c’è anche in Basilicata’: si riferisce ai malavitosi dei presunti clan perseguiti dalle Procure o anche alla cultura della mafiosità che pervade ampi settori della politica, dell’imprenditoria e delle istituzioni che agiscono come sistema di potere che controlla la regione? Lo capiremo. Ad ogni modo qui non si mette in discussione l’uomo e il politico lucano, ma un pezzo di storia che ritorna in un contesto insolito.

Ciò che sorprende è che a quell’incontro partecipi il fratello di Peppino Impastato “assassinato dalla mafia democristiana”. Giovanni Impastato si presta a un gioco politico di immagine del leader di un partito. Non dovrebbe farlo, con nessun partito e con nessun leader di partito soprattutto con chi non ha mai preso le distanze da un pezzo di storia su cui non è possibile sottrarsi dal giudizio politico e anche morale.  Questa è la mia modesta opinione. Poi, Giovanni Impastato fa quello che crede. Non cambia la mia stima nei suoi confronti. Capisco che il gancio sia stato probabilmente Paolo Borrometi, ormai assiduo frequentatore degli eventi organizzati da Chiorazzo, ma questo non giustifica quello che ritengo un errore.