La Basilicata non è morta
Una regione ferita, ma viva. Bisogna aiutarla a rialzarsi
Li contiamo a mesi, non più ad anno. Nei primi cinque mesi del 2025, da gennaio a maggio, duemila residenti in meno. Possiamo anticipare il dato complessivo di fine anno, con scarsi margini di errore. Al 31 dicembre 2025 saranno oltre 4mila. Un trend che sembra aver preso la discesa verso un declino demografico inesorabile. Certo, il fenomeno non riguarda soltanto la Basilicata, anche se qui il peso relativo assume caratteri più drammatici. La regione ha il più alto calo demografico d’Italia. Dal 2001 ad oggi si sono persi circa 80mila residenti. L’indice di vecchiaia è passato da 118,9 del 2002 all’attuale 229,8. Ciò vuol dire che ci sono 229,8 anziani ogni 100 giovani. E’ solo una media, ci sono paesi con punte fino a 700-800. Per il resto, si nasce di meno e si muore di più. I dati negativi sono costanti da oltre 15 anni e non lasciano intravedere curve di inversione. Una situazione del genere va inquadrata nelle crisi che attraversano settori importanti dell’economia. Gli indicatori economici mostrano un quadro preoccupante. “Sebbene il reddito disponibile delle famiglie sia aumentato, l’aumento non è stato sufficiente a compensare l’inflazione, risultando in una diminuzione del potere d’acquisto.” In aggiunta la regione si colloca tra le più povere d’Italia, con un reddito pro capite inferiore alla media nazionale. Quasi la metà della popolazione è analfabeta funzionale. Ci fermiamo qui. Tutte queste variabili sono ormai collocabili in un film, non più in una foto istantanea. Una situazione che appare lucida in un continuum in cui i dati si fondono gli uni negli altri.
Ci sarebbe qualcosa da fare
Modestamente e umilmente sul declino demografico e sullo spopolamento ho scritto decine di articoli ipotizzando cause e qualche soluzione, sollevando dubbi e riflessioni. E’ tutto nell’archivio di questo giornale. Ma le condizioni della Basilicata peggiorano. Perché? Al centro delle mie riflessioni c’è una tesi che in pochi vogliono riconoscere: la classe politica e dirigente della Basilicata è assolutamente inadeguata. Inadeguata soprattutto ad agire nella sfera del bene comune e dell’interesse generale. Non da oggi. Il nodo vero è questo. Manca il senso di responsabilità. Se una regione si spopola, si impoverisce, nonostante le ricchezze peculiari che può vantare, la causa non è nel “destino” e nemmeno nelle “sfortunate” contingenze economiche che in qualche modo ci troviamo ad affrontare. Se così fosse i dati non sarebbero costantemente negativi, il trend demografico non sarebbe perennemente in discesa. Avremmo degli alti e bassi, delle fasi di crescita e di decrescita, di sviluppo e di crisi. E invece no. Da almeno 30 anni è un pianto continuo, con qualche momento di entusiasmo (insediamenti petroliferi e automotive) che potevamo anche risparmiarci. Due eventi, tra l’altro, che nulla hanno avuto a che fare con la capacità della classe politica lucana. Anzi, anche su questi fronti, ha clamorosamente fallito. Certo, non è tutta la classe politica e dirigente ad essere inadeguata. C’è chi in buona fede prova a cambiare le cose, ad agire per il bene comune. Ma evidentemente questo non basta. Il potere è in mano a chi tutela interessi privati a danno dell’interesse generale.
Perché la classe politica e dirigente è inadeguata?
La Basilicata ha beneficiato di ingenti finanziamenti dal FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), volti a sostenere progetti di sviluppo regionale, infrastrutture, innovazione e competitività delle imprese. Ha beneficiato di risorse del FSE (Fondo Sociale Europe) che avrebbe supportato iniziative per la formazione professionale, l’occupazione giovanile, l’inclusione sociale e la lotta alla povertà. Il FSC (Fondo di Sviluppo e Coesione) ha erogato risorse per progetti infrastrutturali, interventi per lo sviluppo locale e il sostegno alle aree interne. E poi le risorse del Piano per lo Sviluppo Rurale e altri fondi. E’ inutile continuare. Qui parliamo di decine e decine di miliardi. Nonostante tutto, è mancata la capacità della Regione di spendere efficacemente i fondi ricevuti e di raggiungere gli obiettivi prefissati. Nonostante le risorse, si stenta ad attrarre investimenti e a creare nuove opportunità occupazionali. In aggiunta ci si è infilati nel tunnel della “tossico-dipendenza” da estrazioni di idrocarburi e dall’industria dell’auto. Un disastro. Perché?
La fiducia e la deprivazione della speranza
C’è un altro perché, abbastanza ampio e variegato. Quello che in fondo sarebbe la causa di tutti i mali. La politica consuma fiducia senza produrla. E dopo averla consumata fa ricorso alla fedeltà di migliaia di scudieri sparsi nei 131 Comuni lucani. E così la gente va via, i giovani voltano le spalle alla loro terra che li ha traditi. Si allontanano a gambe levate dalla mala politica, dalle clientele, dai concorsi truccati, dai raggiri, dallo spreco di denaro pubblico, dalla sanità malata e da un welfare senza garanzie, dalla fatiscenza delle infrastrutture e del trasporto pubblico, dall’arroganza e dall’ingordigia dei potenti, dalla mediocrità delle istituzioni, dalla necessità di chinare la testa, dall’ingiustizia. Vanno via sfiduciati con in tasca una manciata di speranza. Non è solo la mancanza di lavoro a stimolare le partenze, ma la scarsa affidabilità del territorio su cui dovrebbero progettare il loro futuro. Ecco. Anche per questo in pochi hanno la possibilità e la voglia di tornare o di restare. Anche per questo in pochi o nessuno ha voglia di investire e di rischiare. Di chi è la responsabilità? Del Monachicchio?
Nonostante tutto la Basilicata non è morta
Quando leggo alcuni che scrivono sui social “la Basilicata ormai è morta” avverto un senso di dolore. Mi fa male chi manifesta rassegnazione. Mi sento ferito quando ascolto coloro che sono convinti che tutto sia finito che “non c’è niente da fare”. No. La Basilicata non è morta, è solo ferita. La Basilicata è viva. Bisogna soltanto prendersi cura di quelle ferite e aiutarla a rialzarsi. Se la diagnosi è corretta, la cura si può discutere. Gli attrezzi e i medicinali sono tutti nel ventre della nostra terra, laddove è conservata la riserva morale sufficiente all’innesco di una ribellione civile che può trasformarsi in un nuovo viaggio nel futuro. Dovremmo ribellarci prima a noi stessi, al nostro modo di pensare, di agire, di vivere le relazioni con il potere. Dovremmo ribellarci a noi stessi, al nostro egoismo, ai nostri banali timori, all’ansia di sistemare i nostri figli a discapito di altri ragazzi, all’ansia di sistemare noi stessi danneggiando tutti gli altri. Dovremmo resistere alle lusinghe del politicante che noi stessi facciamo accomodare nei posti chiave. Insomma, dovremmo imparare a vivere in una dimensione di fraternità e di intelligenza. La competizione patologica tra individui distrugge le comunità. L’ignoranza e la sottomissione sono nemiche delle libertà. La cura passa attraverso questa ribellione che può trasformarsi in una rivoluzione allorquando finalmente avremo la libertà di sostituire gli avidi e gli incapaci con donne e uomini che amano questa terra e che non aspirano a ingoiarne i frutti.
Si tratta di pura utopia, lo so. Forse è solo inutile romanticismo. Ma è quello che ci resta. Senza impulsi utopici, senza sogni, non è possibile alcun cambiamento. Partiamo da un dato reale: la Basilicata è viva e non morirà. La Basilicata è una terra delle meraviglie e risplenderà. E’ questo il punto di avvio di un cammino, seppure utopico, possibile. E’ tardi, ma si fa ancora in tempo se anziché immaginare funerali costruiamo una nuova cultura del futuro. “Si salvi chi può”, è un’illusione. “Ognuno badi a se stesso”, è un inganno.
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