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Stefano Andreotti scrive al nostro direttore
Stefano Andreotti

Le osservazione del figlio del defunto presidente in riferimento all’editoriale del 18 agosto scorso “Il coraggio della memoria. La mafia c’è anche in Basilicata”

In riferimento all’editoriale del 18 agosto scorso “Il coraggio della memoria. La mafia c’è anche in Basilicata” pubblichiamo le osservazioni che Stefano Andreotti ha inviato all’autore e direttore del giornale, Michele Finizio, in merito ai contenuti dell’articolo. Contestualmente riportiamo le considerazioni rivolte allo stesso Andreotti dal nostro direttore.  

Egregio Direttore Finizio, in merito al Suo articolo in oggetto citato mi permetto di inviare alcune osservazioni.

Innanzitutto si parla riguardo alla sentenza di assoluzione di mio padre Giulio Andreotti in primo grado di insufficienza di prove, malgrado tale formula fosse stata da tempo abolita nel codice di procedura penale. Vengono citati a supporto scritti dei pubblici ministeri, che tennero l’accusa incolpando mio padre di una montagna di addebiti, non tenendo evidentemente conto della difficoltà degli stessi ad accettare il magrissimo risultato processuale da loro conseguito. Quanto alla sentenza di appello, se è vero quanto riportato per il periodo antecedente il 1980, non si fa cenno alcuno alla seconda parte della sentenza stessa che riconosce per il periodo successivo i severissimi provvedimenti da lui adottati di lotta alla mafia, come mai fatto da nessun precedente governo. Quanto alla sentenza di Cassazione non è vero che si limita a confermare semplicemente quella di appello, ma rifacendo la storia dei due gradi di giudizio, esplicitamente afferma: ’ i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse’, ma non rientra tra i compiti della Cassazione ‘operare una scelta tra le stesse’. I giudici di legittimità, valutando le motivazioni della Corte d’Appello, non solo hanno sentito il dovere di precisare che la ricostruzione e la valutazione dei singoli episodi ‘è stata effettuata in base ad apprezzamenti ed interpretazioni che possono anche non essere condivise’, ma hanno addirittura aggiunto che agli apprezzamenti e alle interpretazioni della Corte d’Appello ‘sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica’. Io credo che se si vuole veramente conoscere la storia dei processi si dovrebbe leggere le sentenze e una volta per tutte non limitarsi a riportare gli scritti degli autoproclamatisi campioni dell’antimafia, come nel Suo articolo fatto.

Distinti saluti, Stefano Andreotti

Egregio Stefano Andreotti,

la ringrazio per queste sue comprensibili e legittime considerazioni. Le faccio notare che nell’articolo ho scritto che nessuno può dire che Andreotti fosse un mafioso. E questo alla luce delle contraddittorie sentenze e della storia processuale. Tuttavia, non è mio compito stabilire le verità di chicchessia e giudicare un uomo. Ho letto la sentenza della Cassazione sui ricorsi proposti dalla Procura Generale presso la Corte di Appello di Palermo e da Giulio Andreotti avverso la sentenza della Corte di Appello di Palermo. Ebbene, è evidente che la storia processuale di Giulio Andreotti, relativa ai suoi presunti legami con la mafia, è stata in quella sede chiusa. La sentenza della Corte d’Appello di Palermo, che lo aveva condannato per i fatti successivi alla primavera del 1980 è stata annullata dalla Cassazione, e Andreotti è stato assolto per questi capi d’accusa. Per quanto riguarda i fatti precedenti al 1980 la Suprema Corte aveva confermato l’assoluzione già pronunciata in primo grado, stabilendo che non c’erano prove sufficienti per condannarlo. “Non c’erano prove sufficienti” non vuol dire che Andreotti non abbia avuto rapporti con esponenti mafiosi così come emerge dalle carte processuali. 

Rimangono i dubbi sollevati non “dai giornalisti autoproclamatisi campioni dell’antimafia”, ma da magistrati di spessore quali, e non solo, Caselli e Lo Forte. Ad ogni modo non ho mai condiviso l’operazione di santificazione di Andreotti a partire da quella sentenza. Operazione a cui ha partecipato senza risparmiarsi Angelo Chiorazzo. E vengo al dunque. Al centro del mio editoriale non c’è una riflessione sulla figura di Giulio Andreotti ma, come lei può valutare, l’opportunità che il fratello di un giornalista “assassinato dalla mafia democristiana” partecipasse a un evento organizzato da un personaggio politico legato a Giulio Andreotti. Legato cioè a un esponente politico democristiano la cui corrente siciliana dell’epoca aveva stretti rapporti con i capi mafia. Oltre le sentenze e i cavilli giuridici, la verità è questa. La mia critica sia a Chiorazzo sia a Giovanni Impastato è tutta qui. Ne approfitto per aggiungere un’altra considerazione che richiama il contenuto del mio editoriale. Organizzare monologhi di piazza sulla mafia in Basilicata senza che i relatori conoscano la Basilicata e le sue vere mafie è, a mio modesto avviso, un errore. Portare su quella piazza, seppure collegato a distanza, un simbolo dell’antimafia è un modo per esporre trofei in funzione della propaganda politica di un esponente di partito. Egregio Stefano Andreotti, qui in Basilicata la situazione è molto seria. Il rischio di distrarre la gente dalle mafie vere, parlando a zonzo di roba vecchia, è alto. Mi scusi se ho aggiunto considerazioni che nulla hanno a che fare con le sue osservazioni.  E valuti lei stesso se questo è un dibattito sulla mafia: https://www.facebook.com/basilicatacasacomune/videos/1839233420304649

Cordialità, Michele Finizio