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Stellantis, Melfi: “Col metodo dei francesi lavoriamo da schifo”
Foto di repertorio

La voce di una lavoratrice, dopo l’ultimo turno prima delle ferie. “Con Stellantis organizzazione pessima, qualità pure. Sembra una caserma, tempi decisi a tavolino e operai che girano sulla linea come trottole. Così non andremo lontano”

“Un tempo si lavorava di squadra, c’erano le riunioni nelle Ute, gli ingegneri ti ascoltavano e ti motivavano, oggi è tutto un sistema gerarchico, quasi militare, e si lavora malissimo”. Queste le riflessioni di una lavoratrice di Melfi che ha vissuto e operato oltre 30 anni dentro la fabbrica integrata di S. Nicola. Con la pausa estiva, sancita venerdì 1° agosto, è il momento migliore per discutere e riflettere su quanto fatto in questi mesi. “Lavorando col metodo imposto dai francesi – ragiona la lavoratrice – ci troviamo tutti male. Pezzi e particolari che arrivano all’ultimo momento, organizzazione pessima. Corse pazze. È normale che così anche la qualità delle auto prodotte ne risente”.

L’indice è puntato contro “la fusione”, nel 2021, della ex Fiat Fca coi francesi di Peugeot (Psa) supportati dallo Stato francese con una partecipazione del 6,2%. Quindi una “fusione a freddo” a tutto vantaggio dei transalpini. È diventato sempre meno gratificante stare al Montaggio, e dal 2021 in poi è andata sempre peggio”, assicura. E fa un esempio. “I tempi di lavoro vengono calcolati come se pezzi e particolari fossero già a disposizione, non considerano i tempi che ci vogliono per trovarli, quei pezzi, nei cassoni. È illogico”. E così “diventa tutta una corsa contro il tempo. Vedo i più giovani andare su è giù come trottole, a rincorrere la linea”. E come prima conseguenza “molto spesso le auto escono incomplete quindi poi devono essere recuperate in seguito”.

Per andare di fretta “bisogna poi perderne altro, di tempo, per recuperare i particolari che mancano”. Chi non si adatta “viene scartato e la settimana successiva resta a casa rimpiazzato dal collega che tace e acconsente”. Dicevamo, si lavora male. “Molto spesso – sottolinea – ci si ferma perché ci sono poche scorte è si è legati ai pezzi che arrivano da fuori, anche dall’estero, mentre i nostri indotti, che potrebbero facilitarci nei tempi, perdono commesse e sono quasi fuori gioco”. Quindi è “l’organizzazione del lavoro imposta dai francesi” a finire sotto la lente.

Altro aspetto penalizzante, poi, “l’assenza di capi che siano dei veri leader, che sappiano motivare. I giovani hanno bisogno di essere motivati e gratificati per rendere meglio”. E fa un esempio. “Quando eravamo giovani noi e siamo entrati in questa fabbrica c’erano ingegneri molto competenti, anche umili, che si confrontavano con gli operai della linea”. Invece oggi “c’è solo una gestione verticistica, c’è poco confronto e tutto viene impostato dall’alto, senza quel confronto utile con chi le auto le produce davvero. E i risultati si vedono. Ritmi da impazzire, sempre meno manodopera sulla linea, e qualità scarsa”. Atro aspetto a non convincere, mai come oggi, è la scommessa sulle auto elettriche. “Ci sarebbe bisogno di utilitarie, macchine alla portata di tutti, e invece stiamo producendo Ds8, Compass, e gli altri modelli del futuro, che costano troppo e non entreranno mai nel mercato di massa”. Se si pensa all’ammiraglia (Ds8), il cui costo base sfiora i 60mila euro, si capisce bene a cosa si riferisca. Quindi, sotto traccia, l’operaia vede quasi una strategia a voler “ridimensionare”, se non proprio “chiudere” Melfi. “Non mi sorprenderebbe se tra qualche anno i vertici ci verranno a dire che le vendite non vanno, quindi bisogna chiudere lo stabilimento”. E via con altre delocalizzazioni.

Si pensi al Marocco e allo stabilimento di Kenitra, ad esempio, aperto nel 2019 e dove si stima che tra qualche anno, tra paghe da fame, e tasse irrisorie, Stellantis produrrà più lì che in tutti gli stabilimenti italiani messi insieme. “Le premesse non sono affatto buone – chiosa la nostra interlocutrice – qui Stellantis sfrutta gli incentivi dello Stato, la Cassa integrazione, ma non è escluso che tra qualche anno ci darà anche il benservito”. Chiudiamo con un dato. Da 7100 operai che operavano a Melfi fino a qualche anno fa, ora siamo scesi ben al di sotto dei 5000. E con gi incentivi all’esodo che galoppano, a breve il numero degli occupati ‘diretti’ potrebbe scendere ancora. Staremo a vedere. Rientro al lavoro, nel frattempo, a S. Nicola di Melfi, il prossimo 25 agosto. Tempo di vacanze, quindi. Ma si fa per dire, vista la tanta Cassa integrazione che alleggerisce le buste paga e sconsiglia viaggi troppo impegnativi.