Terzo Settore, cooperazione sociale e infiltrazioni mafiose
Dai valori alle valute, dalla solidarietà agli affari, dal lavoro allo sfruttamento. Anche in Basilicata
È passato sotto tono il volume a cura di Antonio Vesco e Gianni Belloni, edito da Mimesis e pubblicato nella Collana Cartografie Sociali, nel 2024. Il libro affronta il tema della cooperazione sociale e dell’economia non profit da una prospettiva particolare. Una ricerca che prova a indagare i processi di criminalizzazione che sembrano caratterizzare il Terzo Settore. Il focus di analisi riguarda le regioni Campania e Veneto, ma la ricerca ha il merito di suggerire piste d’indagine utili per comprendere il nesso tra cooperazione sociale e illegalità oltre i confini delle regioni studiate. L’analisi – scrive Rocco Sciarrone nella prefazione alla prima parte – viene condotta tenendo conto delle caratteristiche del mondo della cooperazione sociale e soprattutto dei mutamenti che ne stanno modificando profondamente profilo e modalità d’azione. “Mutamenti riconducibili in sintesi, da un lato, all’indebolimento della matrice ideale e valoriale su cui il settore è nato e si è sviluppato e, dall’altro, all’orientamento sempre più spinto verso logiche di mercato. Nel libro viene a più riprese sottolineato che la competizione di mercato sempre più estrema spinge gli enti del Terzo Settore all’adozione di strategie opportunistiche, ambigue e contraddittorie, se non del tutto opache.”
Il volume riprende in parte alcune criticità nel rapporto delle cooperative sociali con la politica e la pubblica amministrazione, con il sistema bancario, con il mercato e con le imprese for profit che modestamente avevo in qualche modo segnalato nel mio libro “Dieci discorsi sul welfare”, Rubbettino Editore, 2005. Tuttavia, il libro di Vasco e Belloni, va più a fondo e tratta aree molto sensibili che caratterizzerebbero la mutazione delle cooperative sociali e più in generale del settore non profit. La ricerca si concentra in particolare sulla vulnerabilità del settore a diverse forme di criminalità, comprese quelle di tipo mafioso.
I settori più coinvolti nel rischio di infiltrazioni sono l’assistenza sociale, l’istruzione secondaria, le attività di pulizia e altri servizi alla persona. Gli interessi riguarderebbero sia gli scambi nella distribuzione dei posti di lavoro, sia il contenimento dei costi del lavoro, riciclaggio, indebita percezione di finanziamenti pubblici. Infatti, “la forma della cooperativa sociale è diventata sempre più uno strumento per accedere per vie traverse a determinati lavori pubblici, soprattutto nel campo dei subappalti. È il caso delle false cooperative che si prestano a svolgere operazioni fraudolente e che sono utilizzate anche per contenere i costi del lavoro. Il riferimento – scrivono gli autori – è a quella schiera di imprenditori che affidano alle cooperative sociali servizi che permettono di comprimere drasticamente i costi della manodopera impiegata, grazie alla presenza di relazioni di caporalato e altre forme di sfruttamento del lavoro. Insomma, il libro è molto interessante e vi invito a leggerlo.
La Basilicata
Detto questo, chi ha in qualche modo avuto a che fare con la cooperazione sociale, dovrebbe conoscere le contraddizioni e i rischi segnalati da Vesco e Belloni. Contraddizioni e rischi che riguardano tutto il Paese. In Basilicata, a proposito di sfruttamento del lavoro, basta guardare a quanto accaduto con i subappalti a finte cooperative sociali, nell’indotto Stellantis a Melfi e non solo. Basta guardare a quante cooperative sociali false o “spurie” hanno messo piede sul territorio regionale negli ultimi anni e alle relazioni “patologiche” costruite con la politica e la pubblica amministrazione. Più spesso lo scambio riguarda i posti di lavoro, ma non mancano azioni più azzardate: affidamenti sospetti e forme occulte di intermediazione di manodopera. Il sistema degli appalti ha favorito e favorisce cooperative più spregiudicate che offrono ribassi maggiori a discapito della qualità e delle effettive capacità di costruire e sviluppare reti sane di relazioni con le comunità locali. Cooperative sociali che si fanno beffa della specializzazione e della qualità occupandosi di tutto (immigrati, trasporti, asili, assistenza sanitaria, mense, eccetera) e si fanno beffa del rapporto con la comunità locale partecipando a gare di appalto dappertutto da Trento a Palermo. Sono imprese for profit mascherae da imprese non profit. Molte cooperative sociali scimmiottando l’impresa for profit più spregiudicata, sono dotate di improbabili “manager” che incassano succulenti benefit e alte retribuzioni e che assumono il ruolo di “titolari”. Unico scopo: aumentare i fatturati e i profitti occulti dei capetti che si spacciano per benefattori. Eppure, l’articolo 1 della legge istitutiva delle cooperative sociali, la 381/91, recita: le cooperative sociali hanno lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità attraverso la promozione umana e l’integrazione sociale… Sottolineo: “Promozione umana e integrazione sociale dei cittadini, mirando all’interesse generale della comunità.” Naturalmente è vietato distribuire gli utili. Un tempo era cosi. Adesso i varchi peggiori sono aperti. Bisogna augurarsi che la cooperazione sociale autentica e gli altri enti di terzo settore sani che ancora, per fortuna, esistono e resistono, riescano a fermare questa deriva: è una missione sociale di fondamentale importanza. Tuttavia, ciò dipende anche dalla qualità dei sistemi politici locali.
Libri: L’assedio del sociale, il Terzo Settore tra criminalità, mercato, e politica, a cura di Antonio Vesco e Gianni Belloni (Edizioni Mimesis, 2024); Dieci discorsi sul welfare, di Michele Finizio (Rubbettino Editore, 2005); La creazione di valore nell’impresa sociale, di Michele Finizio (Rubbettino Editore, 2011); Welfare per lo sviluppo in Basilicata, di Michele Finizio (Edizione Anci, 2002).


