Logo
‘Attacca il ciuccio dove vuole il padrone’
Foto AI

Le strategie di camuffamento e il ruolo del giornalismo: compagnie petrolifere, aziende, enti pubblici, presidenti, consiglieri, assessori, senatori e onorevoli

Tutti i sistemi umani, di qualunque natura, mascherano, celano, mentono e nello stesso tempo svelano. Tuttavia, ciò che è più nascosto è più veritiero di ciò che viene svelato. E allora ciò che viene mostrato, svelato, va spiegato con ciò che viene nascosto. Il giornalismo di inchiesta perciò ha il compito di stanare, smascherare, portare alla luce ciò che non appare. E si tratta di un compito difficile, perché ciò che è nascosto lo è volutamente. Così detto, il mestiere del giornalista è sempre un mestiere sovversivo che nessun potere può tollerare. E forse questa è la ragione per cui in molti Paesi i giornalisti vengono perseguitati. E forse è la ragione per cui in Italia il parlamento non riesce a partorire una legge civile sulla libertà di stampa, ossia sul contrasto alle querele temerarie e intimidatorie. Almeno in teoria, qui in Italia, i giornalisti rischiano ancora il carcere.

Riconoscere le strategie di camuffamento della verità è la prima abilità che un giornalista deve avere. Ma, come capita, se il giornalista è egli stesso parte attiva del camuffamento, allora bisogna fare chiarezza. Gli addetti stampa, per esempio, devono sintetizzare, chiarire, spiegare all’opinione pubblica o a un target più definito, il pensiero dell’ente pubblico o del politico o dell’azienda che li ha assunti. Tuttavia, è “costretto” a tattiche di comunicazione che hanno il fine di edulcorare, minimizzare, ribaltare fatti o al contrario esaltarli in un contesto elogiativo.

L’addetto stampa ha il dovere di informare sull’attività dell’azienda, sulle opinioni o iniziative del politico con lo scopo di arrecargli un vantaggio di immagine e di reputazione. Ha il dovere di impacchettare una verità utile al suo datore di lavoro. O semplicemente di trasmetterla così come gli viene inoltrata. E’ un mestiere di tutto rispetto, un mestiere difficile. Spesso è chiamato a risolvere, sul piano della comunicazione esterna, momenti di crisi dell’organizzazione per cui lavora. E questo richiede grandi competenze. Episodi gravi quali lo sversamento di petrolio nella falda acquifera, quali l’arresto di un dirigente o conclamate inadempienze dell’ente causa di pesanti critiche, richiedono un intervento comunicativo immediato per attenuare gli impatti negativi sull’organizzazione.

Detto questo, semplifichiamo. L’addetto stampa, legittimamente, deve portare acqua al mulino della Total, dell’Eni, dell’Azienda sanitaria, dell’assessorato, del senatore, del presidente, dell’imprenditore, dell’Associazione ics. Deve fare i loro interessi.

Il giornalista, invece, è chi scopre, analizza e diffonde notizie di pubblico interesse per informare il pubblico e formare l’opinione pubblica. Le sue attività includono la ricerca di informazioni, la conduzione di interviste, la scrittura di articoli e reportage, e la preparazione di contenuti per stampa, radio, televisione e piattaforme online. Il giornalista svolge un ruolo sociale fondamentale garantendo al cittadino l’accesso a informazioni verificate e veritiere”.

Ora, che un addetto stampa, se anche iscritto all’Ordine, possa essere identificato come giornalista in generale è una forzatura tutta italiana. Certo, qualcuno deve pur farlo quel mestiere. E chiunque è libero di sceglierlo. Tuttavia, ci vorrebbe una qualche moderazione nell’accostare gli addetti stampa, i portavoce, i presentatori di premi e di sfilate ai giornalisti che ogni giorno garantiscono al cittadino “l’accesso a informazioni verificate e veritiere”. Peggio ancora se si percepiscono in unico calderone i conduttori di feste di piazza con i giornalisti che subiscono ogni giorno querele e intimidazione per causa del loro lavoro.  Definire “grande giornalista” un addetto stampa è davvero un ossimoro.