“I versi riposti nei luoghi profani” che ci lascia Elisabetta Destasio Vettori
La nota di lettura del poeta Nico Mauro per l’ultimo libro della poetessa e scrittrice, prematuramente scomparsa nei giorni scorsi
Pubblichiamo di seguito la nota di lettura del poeta Nico Mauro per l’ultimo libro di Elisabetta Destasio Vettori, poetessa e scrittrice, prematuramente scomparsa nei giorni scorsi.
Eppure, un altro tempo si aprirà. Sarà come svolgere, uno ad uno, i versi riposti nei luoghi profani. Tradire il silenzio oggi sarebbe prematuro, una resa al dolore che dilania, non trova quiete, non volge la notte al suo ordinato risveglio.
Altro tempo giungerà e così un nuovo nome alle ossa, ricomposte nel dolore, e poi in un corpo, in un senso, in un nome di parola nello spazio della Città. Ogni cosa ha l’eterno che si merita, che sia padre, che sia memoria dei passi.
In questa tragedia oltre la morte cova la cenere, la solitudine di Elisabetta Destasio Vettori.
La sua “planimetria del corpo” rinchiude nei segreti di una vista disorientata dall’assenza, la impossibilità a farsi luce nella strada.
“Quietami luce / sulle vene / arriva / dove non so raccontare / la verticalità di Roma / Sporgiti / tieniti ai fianchi della città / sapendo bene la vetta alta del silenzio / la planimetria del corpo / e degli occhi.”
Non serve volgere le pagine de “Da luoghi profani” per superare la “sospensione della assenza”. Scrivere è come risalire, come in una cannula medicale, lungo il corpo del dolore senza giungere mai all’apice, vetta inesplorata e afona.
Strade si fanno vicoli e tutto Roma accoglie: “Lasciare tutto /- abbandonare gli anni / come si lascia il putrido / sotto la terra / dopo le stagioni / di semina e poi / della pioggia / guardare / il vuoto tra le crepe / piegarsi / sulle ginocchia – pregare / e rimanere / nel punto esatto dove il seme tocca / rotondo la terra.
C’è un sentimento del tempo che si fa sentimento del corpo attraverso lo sbriciolarsi di ogni sensazione. Una consapevolezza del proprio vissuto che non vuole trovare le parole per essere detto. La Città, eterna, accoglie nel lento tramutare delle stagioni, dei suoi colori disegnati in una solitudine che è fertile come “fertile è la luce di Roma”.
È un libro che restringe il campo della autobiografia, fa dell’incontro con il padre l’esperienza della scoperta di un’opera dell’arte. Come la visita nella bottega dell’artista, il lavoro dei colori, la sinopia che nutre il compiersi dell’affresco.
Padre ritrovato, madre dei colori. Tormento per un tempo che ha disfatto le parole, l’incontro, la presenza di una assenza necessaria e dolorosa. Le frasi ripetute fino dall’infanzia, oggi echi, voci tenere, voci vere.
E così Roma diventa “madre dalle carezze assenti”, l’attesa di un sorriso che sia spalla alla memoria.
Roma, un essere che è fiato, no, anzi un alito scomparso nei selciati degli anni. Parole comuni adagiate sugli occhi dei morti, parole senza ritorno. Roma, sospesa nelle piazze della vita.
È una raccolta che lascia intatti grumi di dolore, senza possibilità di fuga, senza che nulla, anche il più intimo fluido del corpo diventi fuga dal desiderio di restituzione. Un desiderio che resta mancanza e nessuna passione colma il vuoto della assenza: “Parlami, sotto la limonaia / della restanza / del luogo da cui non ti sei voluto strappare / nemmeno per dimenticarlo”.
Entrare nella scrittura poetica è impresa rischiosa, un’azione fuori dal controllo emotivo.
La poesia disvela e accompagna lo sguardo nelle pieghe dei vissuti, permette di toccare l’essenza della vita, della natura. Permette di leggere lo spazio attraverso i sensi, e di custodire ogni piccolo dettaglio vitale.
E così si snoda il percorso de “Da luoghi profani”. Nel brivido del ricordo, nello stupore di una memoria che emerge improvvisa, come l’angolo di una curva. Ci vuole una perfetta traiettoria di parola per tenere in vita la vita, per tenere la luce alta sui giorni. In Elisabetta Destasio i versi affilano la lama del tempo e poi sono cicatrici i silenzi e i notturni abbandoni.


