La Basilicata dei ‘premifici’ e dell’ignoranza vestita a festa
Premi in quantità industriale processati con additivi retorici in narrazioni tossiche: la chiamano cultura
C’è molta gente delusa da se stessa e dalle circostanze della vita. Gente che si infila nell’arena del visibile per dare spessore alla propria inconsistenza e raddrizzare la claudicanza delle proprie aspirazioni. Gente che si autoattribuisce competenze che non ha e che di quelle in-competenze, burlescamente, si fa vanto attraverso vetrine organizzate alla bisogna. Premiazioni a “chi mi pare”. Premiati che danno visibilità a chi premia. Dibattiti di piazza su argomenti complessi e delicati moderati dal primo che passa o dall’amico di turno. Per capirci, alcuni esempi metaforici e sarcastici: la presentazione di un libro dedicato alla zona di convergenza intertropicale nel deserto del Sahara è affidata a un dipendente dell’ufficio economato del Comune; a dialogare con l’autore di un libro sulle tecniche di pesca degli esquimesi è chiamato un signore che ha scritto un testo sulle origini del santuario del paese. Estremo provincialismo? No, estrema presunzione, strategia della confusione. L’ignoranza vestita a festa.
Ecco uno dei problemi della Basilicata: i fuffatori. Gente mediamente mediocre con l’ambizione di salire sul podio degli ambienti che contano. Il fuffatore aspira a un piccolo piedistallo nella politica, nel mondo delle consulenze, del giornalismo, dell’economia, dell’arte e persino della cultura. E persegue questo scopo spacciando fuffa nei luoghi in cui vengono “adescati” ingenui cittadini, inconsapevoli uomini delle istituzioni e ignari personaggi pubblici.
Il Premio del paese di Roccabagnata – in molti casi organizzato dal fuffatore medesimo – è il luogo di spaccio preferito. È in quella sala, dove si parla a vanvera di legalità, di mafia, o di corruzione o di marketing o di comunicazione, che il nostro venditore semina fuffa in gran quantità. È in quella sala che vende se stesso come si fa con un quadro falso o con una borsa taroccata. Magari si presenta come direttore di un giornale che non esiste, o come esperto di storia delle nutrie, o come laureato nell’università vattelappesca. Tuttavia, una cosa la sa fare bene: vendere fuffa.
Il fuffatore a differenza dell’impostore, crede davvero di meritare il successo – piccolo o misero che sia – e crede davvero di essere ciò che vuole apparire agli occhi del pubblico astante. È un credulone di se stesso, si atteggia da professionista, entra nel personaggio e lì si perde per sempre. Non indossa maschere, è così come lo vedi perché lui si vede così come vorrebbe essere. Il fuffatore spesso finisce davvero su un piedistallo. Tuttavia, quasi mai il piedistallo è suo. E da quell’altezza assegna arbitrariamente premi e galloni a vanitosi personaggi che si atteggiano a poeti, scrittori, cineasti, artisti, massimi esperti di qualsiasi cosa e così via. Non si tratta di vincitori, ma di premiati da “la qualunque” o da chicchessia. “Premio per il migliore assaggiatore di aria fritta”. Chi lo attribuisce? Il fuffatore.
Ecco che la piazza, la sala, l’atrio del palazzo baronale vengono inondati da parole a vanvera, stronzate gigantesche, cazzate senza ombelico. E la gente, ovvero il pubblico, assiste alla passerella e applaude. E perché applaude? Perché sta lì per guardare non per ascoltare. E in quegli ambienti scenografati alla bisogna si affiancano personaggi in cerca di autore, autori in cerca di personaggi e personaggetti in cerca di una vetrina. Fanno più danni loro che una devastante alluvione.


