La sagra delle frittelle e “la valorizzazione del territorio”
Breve viaggio nel paesello della festa destinata a cambiare le sorti del futuro
Molte delle iniziative “glamour” organizzate nei paesi lucani, feste, concerti, sagre sono tutte “all’insegna della valorizzazione del territorio”. Lo leggiamo nei comunicati che arrivano in redazione: “grande successo della sagra delle frittelle…la manifestazione, con lo scopo di valorizzare il territorio, ha registrato la presenza di migliaia di persone di tutte le età”. Il problema è che il paese conta 800 anime, e allora dove finiscono quelle migliaia di persone non è dato saperlo. O magari sì: tornano a casa dopo aver assaporato ottime frittelle accompagnate con un buon vinello.
Ora, che significa “valorizzare il territorio” nei contesti festaioli non lo abbiamo capito. Sarà un nostro limite. Magari quelle migliaia di persone tornando a casa fanno da megafono a parenti, amici, conoscenti i quali, incuriositi, l’anno prossimo faranno parte anche loro del grande successo. Sarà questa la ragione per cui si invoca la “valorizzazione del territorio?”
A sipario ormai chiuso da settimane, proviamo ad arrivarci nel paesello delle frittelle. Ci avviamo. L’unica strada che porta al paese è divelta in molti punti, segnaletica inesistente, buche che sembrano voragini, curve e deviazioni continue: un percorso da gimkana. Per fare 15 chilometri, dallo svincolo della statale dove imbocchiamo la provinciale che ci condurrà al paesello, abbiamo impiegato 35 minuti.
Finalmente entriamo nel centro abitato, è una mattina presto di fine estate. Sono le ore 9, c’è un bel sole, ma non c’è un’anima viva. In lontananza vediamo un signore sulla settantina che beve al fontanino. Nel percorso incrociamo due anziani seduti su una panchina all’ombra di un albero. Facciamo un giro a piedi. Stradine quasi deserte e molto silenziose. C’è pace qui, un silenzio che ti rilassa. Sentiamo solo il rumore di un trapano, qualcuno sta facendo lavori in casa. E’ mezzogiorno. Nella piazza, seduti fuori dal bar tre pensionati scamiciati giocano a carte. Ci guardano incuriositi, ma anche con una sottile ansia che traspare dai volti. Ci avviciniamo e salutiamo “buongiorno!” E loro all’unisono in coro “buongiorno!” Scompare l’ansia dai volti, ma rimane la curiosità: “chi sono questi?” si chiedono “a chi appartengono?” Entriamo nel bar per un caffè. In una saletta più appartata scorgiamo tre slot machine e due signori di mezza età assorti sullo schermo delle giocate.
Al bancone una signora sulla quarantina che ci accoglie con un sorriso sincero. “Prendete qualcosa”? Due caffè grazie. “Da dove venite, di dove siete?” Siamo giornalisti, veniamo da Potenza. “E come mai siete venuti qui?” Ci ha incuriosito il grande battage pubblicitario prima e dopo la sagra della frittella, e così abbiamo deciso di fare un salto a distanza di settimane per capire che cosa ha lasciato di buono al paese quell’iniziativa.
La barista serra le labbra e inarca le sopracciglia: “sono 10 anni che la fanno, prendono quattro spiccioli dalla Regione e dal Comune, si suona, si canta e si balla per due serate, che vuoi che lascia!” E aggiunge subito: qui è un mortorio”. Eppure la sagra è stata presentata come un grande evento che avrebbe valorizzato il territorio. “Scusate, non voglio offendere, ma un giro nel paese ve lo siete fatto”? Sì. “Allora avete visto com’è ridotto”. Intanto, i pensionati in maniche di camicia chiedono altra birra e noi ci avviamo sulla strada del ritorno. Un viaggio inutile, sapevamo già cosa avremmo trovato. Nulla.


