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L’Università della Basilicata e i suoi “parassiti”

I condizionamenti dell’Eni e delle altre compagnie petrolifere nelle attività di ricerca e nell’organizzazione didattica dell’ateneo lucano

Principale attore dello sfruttamento petrolifero in Val d’Agri, Eni investe in progetti di ricerca, borse di studio, infrastrutture accademiche, enti regionali per la promozione culturale, e con la Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM), organizza in Basilicata dal 2007 iniziative multidisciplinari, educative e culturali, per promuovere “lo sviluppo sostenibile nella regione”, minimizzando impatti ecologici e conflitti sociali.

Unibas nasce per Eni? 

Mentre la multinazionale ricava profitti miliardari distruggendo le comunità locali, la Lucania ne subisce l’impatto sanitario e le ricadute sociali, come precariato lavorativo e disinvestimento statale. Nei decenni la rendita petrolifera si è sostituita senza alternativa, in un territorio già marginale, ad un autentico sviluppo locale. Persino l’Università della Basilicata (Unibas), fondata nel 1982 dalle macerie del terremoto dell’Irpinia, concepita come volano di sviluppo per frenare l’emigrazione giovanile e creare consenso politico-imprenditoriale, è sottostata sin dalle sue origini ad un progressivo allineamento agli interessi della multinazionale italiana Eni che, in seguito ad un’intensa campagna esplorativa iniziata negli anni ’70 in Val d’Agri, aveva nel frattempo realizzato di trovarsi di fronte a giacimenti di rilevanza continentale.

Inglobare un territorio

Con l’aumento esponenziale della produzione, l’apertura delle concessioni a società estere, l’inaugurazione del Centro Oli, gli anni Novanta rappresentano il momento fondativo della simbiosi controversa tra il territorio lucano e il gigante del petrolio. Il protocollo del 1998 tra Eni e Regione Basilicata, istituzionalizzano il flusso delle royalties petrolifere verso il sistema universitario, orientando ricerca e didattica alle discipline funzionali all’industria estrattiva. Quella che per decenni era rimasta una fitta collaborazione settoriale, muta in una vera e propria integrazione sistemica con la crisi del 2008 e le politiche di austerity, che vincolano la sopravvivenza stessa dell’ateneo ai finanziamenti delle compagnie fossili. Salvandolo dalla stretta finanziaria che stava mettendo in crisi molti atenei meridionali e garantendo risorse altrimenti inaccessibili, il patto siglato dal rettore Fiorentino nel 2011 travalica la mera collaborazione tecnica, configurandosi come strumento di consolidamento del consenso e dell’egemonia. L’accordo dodicennale, inserito nel cosiddetto “Memorandum sul petrolio” che coinvolge anche la Regione Basilicata e il Ministero dell’Istruzione, ruota attorno a tre assi principali: il sostegno alla ricerca applicata nel campo energetico, la creazione di percorsi formativi specialistici funzionali alle esigenze aziendali, e l’utilizzo congiunto delle infrastrutture. L’inserimento nel patto di clausole che prevedono la compartecipazione nella gestione dei progetti, attribuisce alla multinazionale un ruolo notevole nella definizione delle linee di ricerca e nell’organizzazione didattica.

Un serbatoio di manodopera

Gli accordi alimentano un circolo solo apparentemente virtuoso: l’ateneo lucano riceve finanziamenti cruciali per la sua sopravvivenza in un panorama di cronico sottofinanziamento dell’università pubblica e l’Eni ottiene legittimazione sociale e accesso a competenze tecniche. La multinazionale si impegna a finanziare master (Petroleum Geoscience), borse di studio – alcune delle quali vincolate a tematiche estrattive -, laboratori e corsi di perfezionamento. Nel frattempo ottiene lavoratori su misura, forse a spese dello Stato, poiché le Royalties, versate per la compensazione dei danni, non trasparenti in ammontare e utilizzo, verrebbero reindirizzate alla formazione aziendale. La specializzazione storica di UniBas in discipline come la geologia petrolifera e l’ingegneria energetica, infatti, risponde perfettamente alle esigenze di Eni, che così può contare su un bacino di lavoratori già formati e conoscenze spendibili secondo le proprie necessità, da impiegare presso l’azienda o sub-contractor, in Lucania, come in Libia.

I rischi del condizionamento

Questo aspetto, presentato come innovazione nella collaborazione pubblico-privato, solleva non poche perplessità tra quanti vedono in tali disposizioni un conflitto d’interesse ed un attacco all’autonomia universitaria. I rischi di condizionamento e la perdita di indipendenza trovano conferma negli sviluppi successivi: molti tra docenti e funzionari risulterebbero avere pregresse collaborazioni o impieghi presso Eni o multinazionali petrolifere presenti sul territorio. Alcuni ricercatori, invece, avrebbero subito pressioni per modificare i risultati circa l’impatto ambientale del petrolio o avrebbero perso i finanziamenti. Dalla divulgazione di risultati scomodi, come la ricerca della docente Albina Colella, che evidenziava una contaminazione delle acque sotterranee vicino a un pozzo di reiniezione, ne è derivata una causa legale con una richiesta di risarcimento a favore di ENI di 5 milioni di euro, respinta e ritenuta “infondata e temeraria”, dal Tribunale di Roma. La vicenda rappresenta un tentativo esplicito di sopprimere la ricerca quando quest’ultima mette in discussione il costo ambientale e umano dell’estrazione petrolifera. Unibas, producendo dati e misurazioni discordanti rispetto agli studi delle ASL, ISPRA e ricercatori indipendenti, si rende attore complice del disastro ambientale inquinando il dibattito politico. Garantisce una produzione scientifica orientata esclusivamente alle necessità dell’azienda, in un meccanismo perverso che legittima sul piano accademico il modello di sviluppo petrolifero della regione e occulta le contraddizioni e i conflitti che tali attività generano.

Una finta transizione?

La storia dell’Unibas riflette in modo emblematico le dinamiche di asservimento del sapere pubblico alle logiche del capitale estrattivo. Aldilà della sola collaborazione tecnico-scientifica, l’università in questo contesto ha funzionato come cinghia di trasmissione del potere economico, producendo quel consenso culturale necessario a legittimare le attività estrattive. Con la conclusione formale dell’accordo tra Miur e Regione Basilicata, nel 2024, la dipendenza strutturale non si è dissolta, ma si è semplicemente trasformata. La recente “transizione” verso progetti sostenibili la riconfigura cooptando il linguaggio della lotta al cambiamento climatico per servire gli interessi di un’industria che rimane saldamente ancorata ai combustibili fossili. “Anche nel bilancio approvato quest’anno, d’altronde, i fondi a sostegno dell’Università provengono immancabilmente dal fossile” denuncia la consigliera regionale Araneo. La Regione Basilicata cerca di colmare i deficit storici con fondi europei e tagli alla spesa, ma senza una visione chiara, oscilla tra sostegno alle rinnovabili e future aperture alle lobby delle armi, come dichiarato nei mesi scorsi dal presidente Bardi.

Quale futuro per l’università del petrolio?

Di certo il malcontento cresce tra studenti e ricercatori precari, molti dei quali assunti proprio con fondi ENI. I dipartimenti storicamente legati all’industria petrolifera, stanno affrontando una grave crisi di risorse e identità, mentre i servizi per l’accesso allo studio rischiano un forte ridimensionamento. Davanti ad una migrazione universitaria che riguarda il 75 % degli studenti lucani, e a fronte dei pochi iscritti ai 40 corsi di laurea, che non ne consentono la sostenibilità economica (58 % dei corsi universitari locali registra meno di venti iscritti), il rischio reale è la chiusura dell’ateneo. Alibi per smantellare gli ultimi pilastri del welfare e negare ulteriormente opportunità ai cittadini lucani, l’allocazione dei fondi rimane comunque una scelta politica, di mancata lungimiranza o dolosa negligenza. Unibas oggi potrebbe diventare uno spazio di contro-egemonia, con un’offerta didattica di qualità, coerente alle peculiarità del territorio, che promuova ricerca critica e alleanze ambientaliste, ma sola se pretenderà autonomia dai condizionamenti dell’Eni, finanziamenti pubblici indipendenti e serie politiche di conversione ecologica. La Lucania, come altre zone di sacrificio, dimostra che il capitale fossile non è riformabile: solo un’alternativa sistemica, fuori dal paradigma estrattivista, può rompere questa relazione parassitaria tra istituzioni pubbliche, Stato e multinazionali.

O.S.

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