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Stellantis, Melfi: “Rimarremo 10 operai a fare le auto”
Foto di repertorio

Il monito di una lavoratrice che ha appena smontato il turno al Montaggio: “Il pesce puzza dalla testa”

Si continua a dire che Melfi sarà il perno dell’elettrico, ma di quale perno stanno parlando, di cosa vivremo, di Cassa integrazione e di aiuti di Stato, e quanto tempo durerà?”. Sono settimane turbolente anche a S. Nicola di Melfi. Mentre venti scuri spirano su Pomigliano per l’interruzione per qualche settimana di Panda e Tonale, anche visto dalla piana di San Nicola (Melfi), il cielo non appare affatto chiaro, anzi. “La verità è che qui il pesce puzza dalla testa, se qualcuno venisse a toccare con mano le condizioni in cui stiamo lavorando, con sempre meno operai e sempre maggiore nervosismo, capirebbe che le cose stanno precipitando in fretta”, si sfoga una lavoratrice che ha appena smontato i due giorni di lavoro settimanale al Montaggio.

“Si lavora con le saturazioni dell’elettrico, ma girano ancor auto come 500 x e Renegade, che hanno bisogno di maggiori operazioni – chiarisce – quindi non capisco come fanno a prendere i tempi ‘dall’alto’, io vedo lavoratori e lavoratrici in crisi, quasi piangere, tra quai pochi che lavorano, e vedo team leder che fanno recuperi di auto e che scendono in fabbrica anche il sabato”. Questo da un lato, “dall’altro lato invece vedo sempre meno persone sulla linea e sempre maggiore ricorso alla Cassa integrazione, quanto durerà per noi così?”.

Fa un passaggio successivo, l’operaia, E pensa a cosa resterà tra un mese. “Adesso, di auto nuove, stiamo producendo Ds8, prototipi di Ds7 e Nuova Compass, e mi chiedo come lavoreremo a breve solo con queste 3 auto, viste le basse richieste del mercato”. Crede di sapere come andrà a finire. “Ricorreranno sempre di più alla Cassa integrazione, quindi allo Stato, e sulla linea continueranno a togliere persone, rimarremo in 10 a fare le auto”.  Ricorre ad una metafora eccessiva, ma che però rende il senso. “Così saremo il perno italiano dell’elettrico, con le perone a casa e con 10 super operai che sfrecciano sulla linea?”. Uno scenario distopico, quello disegnato dalla interlocutrice, che però quotidianamente si confronta con giovani “tartassati” dai capi. “Dicono ai più giovani che lavorano male, che solo nel loro turno è così, mentre gli altri lavorano meglio, ma sono tutte balle, non sono i ragazzi a lavorare male, è impostato male il sistema dall’alto: prevedono tempi e saturazioni impossibili da mantenere, quindi alla fine si lascia correre e le auto deve riprenderle qualcun altro per il recupero”. Ecco perché, a suo avviso, “il pesce puzza dalla testa”, e aggiunge un altro tassello al racconto. “Mandano manager francesi a imporre regole e tempi, loro prendono bonus e guadagni in più, qui invece si gioca al risparmio e a pagare pegno sono le maestranze, costrette a piegare la testa”.

E poi chiarisce ulteriormente: “La mattina senti i colleghi dire ‘meno male che si lavora solo due giorni a settimana’, perché non ce la fanno, corrono 8 ore senza fermarsi, con nervosismo, ansia di non farcela, litigi”. Disorganizzazione, “pezzi da andare a cercare, improvvisi stop produttivi”. E non va meglio, a suo avviso, “neanche negli uffici, nei magazzini e alla logistica”. Ecco perché, conclude la lavoratrice, “sta crescendo la lista di chi se ne vuole andare, perché così non si riesce più a lavorare, siamo a rischio esaurimento nervoso”. E infine “scusate lo sfogo”, si congeda, “ma vi assicuro che le cose stanno proprio in questo modo, mentre sindacati e politici parlano e fingono di intervenire, nessuno viene davvero sulla linea a sincerarsi di cosa sta accadendo davvero”.