Voto nelle Marche, gli elettori non si fidano del Pd
Nel “campo largo” c’è un problema di metodo e di uomini: stesso modello delle regionali perse in Basilicata
Che le Marche fossero contendibili o meno non lo so, quello che è certo è che c’è qualcosa che spinge gli elettori a non fidarsi del PD e che nel campo largo c’è un problema di metodo e di uomini.
Il modello Marche è stato lo stesso delle precedenti elezioni regionali perse in Basilicata e Molise, regioni anche queste per storia e vocazione contendibili. Con delle aggravanti. Matteo Ricci sindaco di Pesaro si candida alle Europee diventando europarlamentare. Dopo appena un anno si candida alla presidenza della regione. Stesso percorso di Decaro in Puglia. In Campania la spunta Fico dopo un accordo di stampo medioevale con De Luca. In Calabria ad Occhiuto si oppone Pasquale Tridico di cui mi sfuggono i bollori per le sorti della Calabria fino ad ora. Grande curriculum. Professore, presidente INPS, papà della norma sul reddito di cittadinanza, amico di Conte e anche lui appena eletto al Parlamento Europeo ma in tutto ciò la Calabria cosa c’entra? Che proposte ha fatto?
Insomma la domanda che sorge spontanea è: ma le strutture locali di partito non sono in grado di produrre delle candidature selezionandole dalla attività del territorio? Non ci sono personalità che si sono messe in luce per attività sociali o politiche sia all’interno dei partiti sia nella società? Non ci sono, soprattutto, giovani che si facciano largo nelle segreterie politiche e producano pensieri azioni e programmi? Le leadership locali e nazionali sono contendibili?
Pare che nelle citate regioni ci sia solo una persona spendibile ad ogni tornata elettorale. Poco per scaldare gli animi e i cuori dell’elettorato progressista e del M5S.
Passa il tempo ma pare che il PD sia sempre in mano ai soliti noti, che scalpitano dietro le quinte e che riescono sia a livello nazionale sia locale a bloccare ogni innovazione. Una classe dirigente centrista che negli ultimi 20-30 anni ha prodotto disastri e appiattimento verso la cultura neoliberista e i suoi epigoni. Un partito incapace quindi di rinnovarsi e bloccato dai vecchi leader.
Non aiuta essere il partito di Mattarella che, di là dalla santificazione quotidiana dei media, non piace all’elettorato astensionista perché sembra non aver tenuto conto della volontà espressa dal voto popolare dal 2018 ad oggi, oltre ad essere appiattito nella difesa dell’establishment europeo e liberista come Draghi. Un uomo per attitudine e storia personale del Palazzo e non del popolo. Dulcis in fundo l’atteggiamento guerrafondaio e bellicista che arriva direttamente dal Colle limita l’autonomia di posizionamento del PD che appare così, anche all’opposizione, partito garante degli apparati e del sistema. Anche sulla Flotilla l’atteggiamento del PD pare ondivago e poco convincente e pronto ad abbandonare la gente sulle barche alla prima tirata di orecchie del Colle.
C’è poi anche la questione da chiarire delle elezioni del 2022 e quelle precedenti del presidente della Repubblica in cui l’unica preoccupazione di Enrico Letta e del Colle sembrava quella di neutralizzare il M5S di Conte ricorrendo a Gigi Di Maio trincerandosi nella difesa di Draghi imposto all’elettorato che ora, anche per questo, si astiene. Si è fatto di tutto per non presentarsi in un cartello elettorale congiunto con il M5S che avrebbe impedito la vittoria della Meloni. Perché?
Quella vicenda va chiarita. Senza chiarimento è difficile fare una alleanza solida e non basata sul sospetto che una volta vinto il PD si ributti nelle vecchie abitudini di garante della inamovibilità del sistema . Insisto. Aveva ragione Rosy Bindi quando disse che il PD doveva sciogliersi. Senza una sua rifondazione, che ci si aspettava da Elly e che sembra non avere lo spessore per farla, e anzi con un partito ancora rappresentato da Prodi, Bersani, Franceschini, Guerini, Gentiloni e mine destrorse come Picierno e che sembra invece involvere verso il passato pare difficile che possa galvanizzare un elettorato che ha voglia di novità. Che ha voglia di una nuova classe dirigente ma soprattutto di una visione del futuro su come uscire dallo stato comatoso in cui si trova il Paese.
Le conseguenze sono nella incapacità di esprimere una visione nuova e un programma di sviluppo sociale ed economico sia del Paese sia delle entità locali. Insomma c’è poca fiducia nel potenziale elettorato di sinistra e c’è sempre il sospetto di essere poi traditi.
Oltre a tutto ciò c’è anche visibile il logoramento di Conte che sembra incapace di rifondare la classe dirigente del M5S dal basso e di non avere una visione di prima mano delle realtà locali. Solo se si è distanti dalla base si ricorre alle elezioni dei soliti noti del circolo magico. E quindi anche il M5S non sembra più in grado di coinvolgere la voglia di partecipazione della società. C’è bisogno di novità che non riesce ad emergere, di progettualità di lungo respiro e di una costruzione di una alternativa prima che politica di contenuti e programmi che sono stati completamente assenti nelle Marche e lo saranno anche in Puglia, Calabria e Campania.
Quella che vince in questo modo è la gestione clientelare del consenso che ha portato a vincere nelle Marche e che porterà a vincere Occhiuto in Calabria e Decaro e Fico in Puglia e Campania e quella che manca sempre più è la credibilità del rispetto del mandato elettorale. Ma così la politica muore e con essa il Paese.


