Fecero un deserto e lo chiamarono pace
Comitato per la pace di Potenza: “Abbiamo il dovere di chiedere conto di questo genocidio, vogliamo che le responsabilità di gravissimi crimini contro l’umanità vengano fatte valere in tutte le sedi internazionali”
Di seguito la riflessione del Comitato per la pace di Potenza sul piano di pace per Gaza
All’indomani del vertice di Sharm El-Sheikh, che ha visto Donald Trump ergersi ad artefice di uno “storico” accordo che porterà ad una pace duratura in medio-oriente, non possiamo ignorare quello che è accaduto in questi ultimi due anni nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Pur esprimendo
soddisfazione per il rilascio degli ostaggi israeliani e la liberazione di moltissimi detenuti palestinesi, ci chiediamo se questo sia non solo un cessate il fuoco, ma anche un cessate il genocidio.
Le immagini che ci giungono da Gaza ci restituiscono un territorio che ha visto la distruzione dell’80% dei suoi edifici e di quasi tutte le infrastrutture civili quali scuole, ospedali, attività economiche. La stima di 70.000 vittime civili, fra le quali più di 20.000 bambini, è sicuramente sottodimensionata perché solo quando si rimuoveranno le macerie sarà possibile fare la conta dei morti. Centinaia di migliaia di persone, vittime di una carestia provocata dal disumano blocco degli aiuti alimentari, subiranno per anni le conseguenze delle malattie che non possono trovare alcuna cura perché quasi tutti i presidi sanitari sono distrutti. Tutto ciò non è la conseguenza di una catastrofe naturale ma l’effetto di due anni di massacri sistematici che Israele, con il supporto degli Stati uniti e dei suoi Paesi satellite (in primis il nostro), ha perpetrato nei confronti del popolo inerme palestinese. Il piano di Trump non è un accordo di pace semplicemente perché lì non c’era una guerra, ma l’aggressione di un esercito, dotato di armi fornite dal “pacificatore”, ad una popolazione indifesa. “Netanyahu mi ha chiesto così tante armi e io gli ho dato le migliori. Le ha usate bene”.
Le parole di Trump davanti al Parlamento israeliano ci restituiscono tutto l’orrore che si è consumato in questi due anni. Questa fragile tregua, che già mostra aspetti critici, ma che speriamo si traduca in pace definitiva, non potrà far cadere in prescrizione il crimine di genocidio di cui si sono macchiati il governo di Netanyahu e tutti coloro che direttamente o indirettamente lo hanno sostenuto. Un vero processo di pacificazione in quell’area dovrà necessariamente prevedere la cessazione della politica di insediamenti illegali (questione di cui non si fa alcun accenno nel cosiddetto “Piano di
pace”) che Israele continua a portare avanti in Cisgiordania dove i coloni, con il benevolo appoggio dell’esercito, commettono ogni sorta di violenza nei confronti della popolazione palestinese, togliendo ad essa ogni prospettiva di vita dignitosa. Gaza dovrà essere restituita ai gazawi e non essere preda dei ghiotti appetiti affaristici che già si stanno manifestando.
A tutti coloro che oggi gongolano sostenendo che questa cosiddetta pace è il frutto del lavoro della diplomazia noi chiediamo: perché per due anni avete fatto parlare solo le bombe? Perché i governi hanno continuato a mantenere relazioni commerciali con Israele, nei confronti del quale nessun
pacchetto di sanzioni è stato adottato? Abbiamo il dovere di chiedere conto di questo genocidio, vogliamo che le responsabilità di gravissimi crimini contro l’umanità vengano fatte valere in tutte le sedi internazionali che Trump e i governi suoi complici hanno sistematicamente delegittimato. Una tregua non cancella un genocidio. Lo scenario che si presenta oggi è ancora lontano dalla pace che, per essere tale, deve fondarsi su diritti condivisi e sull’autodeterminazione del popolo palestinese. Una pace vera, che preveda la coesistenza pacifica di due popoli, potrà esserci solo quando verrà smantellato il regime di apartheid e quando sarà messa la parola fine al colonialismo di insediamento che rappresenta la matrice dello Stato di Israele. Comitato per la pace di Potenza


