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L’olocausto moderno e la voragine israeliana di disumanità
Foto di repertorio

Chi oggi sciopera in Italia non fa solo un gesto politico

Oggi l’Italia, con lo sciopero generale, ha scelto di rivolgere uno sguardo – finalmente collettivo – al genocidio palestinese che si consuma giorno dopo giorno sotto gli occhi del mondo. Un genocidio non più soltanto fatto di armi rudimentali, di campi di sterminio nascosti alla vista, ma di tecnologia sofisticata, di algoritmi, di intelligenza artificiale piegata all’identificazione e all’annientamento di esseri umani. È l’olocausto moderno, reso possibile non dall’ignoranza ma dalla potenza stessa dell’intelligenza.

Ho spesso dialogato con israeliani, talvolta colti e ben disposti al confronto. Eppure, con ostinazione quasi automatica, le loro parole rivelano ciò che la propaganda ha ormai reso pavovlianamente automatico: la deviazione continua del discorso, il ridicolo usato come scudo, l’offuscamento della verità trasmessa dalle testimonianze sul campo ed il replicare gli schemi della propaganda come regola. Quando si parla di Gaza, una risposta pavloviana appunto è: “E l’Africa? E l’Afghanistan? E le bombe NATO di vent’anni fa?”. È la tecnica del whataboutism, codificata nei manuali della propaganda: se tutto è uguale, nulla conta davvero. Se ovunque ci sono morti, allora nessuno può più indignarsi per quelli di oggi.

Ma Gaza non è il Sudan, non è l’Afghanistan, non è l’Ucraina. Gaza è Gaza la cisgiordania è cisgiordania, la palestina è la palestina: un popolo prigioniero, bombardato, privato di cibo, acqua, medicine. Ed è il nostro tempo che deve rispondere, non quello passato. Svuotare l’oggi con l’alibi del ieri o altro di contemporaneo significa voltarsi dall’altra parte e tentare di far voltare gli altri.

Un israeliano, di fronte all’immagine di un bambino a cui si negano persino biscotti e marmellata, si lasciò sfuggire con sarcasmo: “E caviale? Faranno la fame…”. È in quella battuta che anche si misura la voragine morale. Non più solo il cinismo politico, ma la caduta antropologica: la trasformazione del dolore altrui in barzelletta su cui ironizzare. E subito dopo, la manovra di cesello: “Ma in Africa muoiono milioni, e voi non dite nulla!”. Come se il morire altrove cancellasse il morire qui.

Freud ci ha insegnato che nei piccoli dettagli affiora l’inconscio. Ebbene, nei piccoli dettagli di queste conversazioni – la marmellata ridotta a farsa, il caviale evocato come scherno – si rivela un male anche grande quanto le bombe: la disumanizzazione. Una società israeliana che, almeno in parte, ha smarrito la capacità di vedere l’altro come uomo. È questo, più ancora delle macerie, il segnale tragico del nostro tempo.

La propaganda ha lavorato con perizia. Ha inoculato l’idea che ogni bambino palestinese sia un terrorista in erba, che ogni casa distrutta sia una base militare, che ogni madre in lutto sia complice di Hamas. Hamas costruito come il male assoluto e non ci si pone la domanda sulla responsabilità di Bibi nell’averlo finanziato in funzione anti OLP. Ma ciò che davvero impressiona è la pavlovizzazione di questo linguaggio: uomini e donne istruiti, che nella vita civile considereremmo persone perbene, parlano ormai senza accorgersene con la voce del potere cinico e disumano. Non pare distinguono più tra la propria coscienza umana che ci deve pur essere da qualche parte in loro e il messaggio inculcato.

La società israeliana – non tutta per carità, perché ci sono minoranze veramente coraggiose che resistono e dimostrano di rimanere umani non potendo però per ora cambiare rotta – si trova sull’orlo di una voragine morale ora riconosciuta da disgusto del mondo dimostrato da 74 delegazioni che all’ONU voltano le spalle alla faccia di Bibi che rappresenta questo olocausto. Una voragine culturale e morale che rischia di inghiottire anche noi, se restiamo indifferenti. Perché la disumanizzazione è contagiosa: un giorno si applica al nemico lontano, domani al vicino scomodo, dopodomani a chiunque non rientri nello schema del potere.

Chi oggi sciopera in Italia non fa solo un gesto politico. Compie un atto di umanità, e richiama ciascuno di noi a una verità semplice: davanti a corpi mutilati, a bambini scheletriti, a città cancellate, non esistono “ma” e non esistono “però”. Esiste solo l’imperativo di restare umani.

L’olocausto moderno non lo si combatte solo con i trattati o con le denunce all’Aia. Lo si combatte chiudendo dentro di noi quella voragine che in Israele si è spalancata. Lo si combatte non cedendo al sarcasmo, non rifugiandosi nel “tutti uguali”, non accettando che la propaganda spenga l’empatia istintiva che risiede in ogni essere umano.

Perché se l’umanità cade una volta, può rialzarsi. Ma se ci cade due volte a distanza di un secolo con una vittima ora diventata carnefice, allora significa che sta vincendo il carnefice di allora, e l’umanità scompare. “Se questo è un uomo” intitolava il grande Primo Levi; oggi si ripropone spaventosamente.