Quando Barile diventò la Palestina
La straordinaria avventura de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Il racconto inedito di quei giorni rivive nel libro di Giuseppe Carfagno
C’è un tempo, nel 1964, in cui un piccolo borgo della Basilicata si trasforma nel cuoredella Terra Santa. Non è la magia del cinema, è la visione cruda e poetica di Pier Paolo Pasolini, che sceglie i paesaggi aridi e l’umanità autentica del Sud Italia per girare il suo capolavoro: Il Vangelo secondo Matteo. Un film che non è solo una trasposizione cinematografica, ma un’opera che ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema, raccontato oggi con vivida memoria nel libro di Giuseppe Carfagno, C’era una
volta Pasolini. Il Vangelo a Barile, pubblicato da Libraccio Editore.
La decisione di Pasolini di utilizzare volti non professionisti e paesaggi autentici, in pieno spirito neorealista, mirava a spogliare la narrazione sacra di ogni retorica borghese, ritrovando la forza originaria e popolare del Vangelo.
L’autunno del 1963 segna l’arrivo in Basilicata di un regista già controverso e geniale, qual è Pasolini, alla ricerca di una Palestina che non fosse turistica, ma povera, rurale, eterna. Dopo aver visitato diverse località, come i Sassi di Matera e Lagopesole, il suo sguardo si posa su Barile. I suoi sentieri, i suoi volti, i suoi ritmi, tutto gli appare l’ambiente perfetto per la sua narrazione di un Cristo rivoluzionario, lontano dalla retorica ecclesiastica e più vicino al popolo.
Uno dei tanti aneddoti importanti raccontati nel libro, legato alla complessa logistica delle riprese, ricorda che non fu affatto facile far arrivare i cavalli necessari per la cavalleria di Erode. A risolvere
l’imprevisto fu proprio il padre di Giuseppe Carfagno, contattato dal poeta stesso per reperire e organizzare il trasporto degli animali da un altro paese per la scena drammatica della Strage degli Innocenti. Questa profonda connessione con la terra, un sentimento che si lega peraltro all’infanzia friulana del poeta, insieme all’ambiente rurale, è la sua chiave visionaria sulla scelta delle location: la conformazione geologica delle colline del Vulture, ricca di formazioni tufacee e caratterizzata dalle
celebri “Cantine” scavate nella roccia, offriva a Pasolini un set naturale di un’austerità che ricorda la Palestina dei Vangeli. Le riprese, concentrate tra aprile e luglio 1964, trasformano Barile in un laboratorio umano vivente.
Il libro di Giuseppe Carfagno, autore prolifico di numerosi romanzi e racconti, prevalentemente a sfondo storico, avendo al suo attivo anche numerosi lavori nel genere noir, rievoca proprio questo momento epocale. Carfagno, che vive a Milano dove per anni ha insegnato lettere e condotto corsi di scrittura creativa, offre un affresco dettagliato dell’impatto che la troupe di Pasolini ebbe su Barile. L’autore
descrive come Pasolini scelse la gente comune come interpreti della storia sacra, il tutto filtrato attraverso la sua esperienza di ragazzino. È un’opera di memoria che fonde la grande storia del cinema con la microstoria di un paese lucano.
L’approccio di Pasolini è radicale: l’intero paese è chiamato a partecipare. Decine di comparse e “attori” vengono scelti tra la gente del posto, contadini, pastori, artigiani, volti che recano i segni della storia e della fatica nei campi. È proprio in questo contesto che si inserisce il ricordo di Giuseppe Carfagno, all’epoca un ragazzo di soli 14 anni, che con il suo libro cattura l’atmosfera vibrante che scuote la tranquillità del borgo. La sua testimonianza rende viva la curiosità e lo stupore per quella troupe che
offriva opportunità inattese: «Eravamo a fine aprile, quando di colpo si ricominciò a parlare di Pasolini. Il paese era in fermento, perché si vociferava che avrebbe fatto davvero un film e molte sarebbero state le comparse o addirittura gli attori che avrebbe preso tra la gente del popolo. Pagandoli!». Questo aneddoto, che testimonia il livello di indigenza diffusa, è arricchito dal ricordo di una comparsa che, con i compensi sostanziosi (rispetto agli standard dell’epoca) ricevuti, riuscì ad acquistare persino un cavallo. Per un contadino del Sud, comprare un cavallo era un obiettivo che avrebbe richiesto anni di sacrifici, e questo bene gli permise di campare per il resto della vita.
L’idea di essere pagati per recitare, in un’Italia in cui l’opportunità di lavoro era preziosa, è un dettaglio che sottolinea l’impatto economico e sociale della troupe. Un altro aneddoto davvero toccante riguarda il “Bambin Gesù”, interpretato da una bambina del posto, Nicoletta Sepe. La sua partecipazione fu ottenuta da Pasolini dopo non poche difficoltà a convincere la madre a “prestare” la piccola. A testimonianza dell’affetto, la bambola regalatale dal regista è ancora oggi custodita da Nicoletta come una preziosa reliquia, dettaglio che evidenzia la libertà interpretativa di Pasolini e il suo desiderio di trovare la sacralità nell’ordinario.
Il film ottenne un successo internazionale, vincendo il Premio speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1964, il prestigioso Premio OCIC (Office Catholique International du Cinéma) e godendo di un’ottima accoglienza e del Gran Premio dell’U.C.C. in Francia. Inoltre, ottenne 3 candidature ai Premi Oscar e vinse 3 Nastri d’Argento. Questo capolavoro in bianco e nero non è ricordato solo per i premi, ma per aver fissato nella storia del cinema l’immagine di un Cristo umanissimo e rivoluzionario, usando l’austera bellezza del Sud Italia come scenario atemporale e
perfetto. Ancora oggi, la città di Barile onora quel periodo, con targhe e l’Auditorium intitolato al regista.
Giuseppe Carfagno, che ha fatto della scrittura una professione e una passione coltivata sin dalla sua giovane età, offre nel suo libro una prospettiva unica: quella del testimone diretto, un ragazzino affascinato dalla macchina da presa che irrompe nella sua quotidianità. Il libro è ricchissimo di ulteriori aneddoti e testimonianze, un vero e proprio scrigno per chiunque voglia riscoprire la storia di un film che ha cambiato per sempre il volto, non solo del cinema, ma anche di Barile. Un’opera che non è solo un omaggio a Pasolini, ma un’intima narrazione di come l’arte può trasformare, e immortalare, la vita di un’intera comunità. Si tratta di un bel libro, molto consigliato anche ai ragazzi, proprio per il suo stile inedito che coniuga con maestria la narrazione romanzata all’accuratezza dello sfondo storico. Grazie alla
sua esperienza di letterato e romanziere, Carfagno riesce a fondere il racconto di formazione, attraverso gli occhi stupiti di un adolescente, con la rigorosa cronaca della produzione cinematografica in una Basilicata rurale e autentica; la sua opera offre una prosa limpida e coinvolgente, e ne restituisce al tempo stesso un affresco storico-culturale di grande valore e di piacevole lettura.


