Vi racconto la “sanità di qualità” di cui parla l’assessore Latronico
Una cittadina lucana ci scrive: voglio aiutare l’assessore alla Salute a fare un bagno di realtà
Riceviamo e pubblichiamo la lettera al nostro direttore di una cittadina lucana che racconta la sua esperienza nella sanità pubblica in Basilicata e la necessità di recarsi fuori regione per curarsi.
Gentile direttore, dopo aver letto e ascoltato le ennesime dichiarazioni pro e contro la sanità lucana, a seguito della diffusione dei dati Gimbe secondo cui sono 60mila i lucani che rinunciano alle cure, mi permetto di inviare alcune riflessioni che spero siano condivise con i suoi lettori e che auspico arrivino a chi governa la Basilicata ed in particolare all’assessore regionale alla Salute, Cosimo Latronico. A quest’ultimo in particolare sento di indirizzare questa mia, affinché possa aiutarlo a fare un bagno di realtà poiché da quel che leggo sembra viva in un’altra dimensione spazio- temporale. Noi comuni cittadini la realtà che vediamo, ma soprattutto viviamo, nel momento in cui abbiamo un problema di salute è molto lontana dai suoi racconti rassicuranti.
Chi scrive è una cittadina lucana di 70 anni che è stata costretta ad andare in altra regione (del Nord) per capire da cosa fosse affetta dopo due ricoveri all’ospedale di Potenza da cui è uscita con un “è tutto a posto”. E invece non era niente a posto dopo due ricoveri che, mi spiace dirlo, sono stati un incubo. Medici che nemmeno ti guardavano in faccia, che in tua presenza parlavano tra loro di questioni personali, senza mai rivolgerti la parola per farti capire quale fosse il tuo stato di salute come se non fossi capace di intendere e volere. Infermieri che battibeccavano per chi dovesse cambiare una flebo. Pensi, direttore, che un giorno l’ago della flebo era andato fuori vena, quando, dopo aver scampanellato più volte, l’infermiera è venuta a vedere cosa volessi, me lo ha tolto e ha detto che lo avrebbero rimesso di lì a poco, Erano le 18. Son venuti a rimetterlo alle 2:15, all’alba del giorno dopo.
Durante il secondo ricovero, pesante e lungo, mi sono trovata catapultata in un reparto in cui i medici avevano difficoltà anche a parlare con i familiari costretti così ad attese di ore per poter avere informazioni. Fatta eccezione per una giovane dottoressa, nessun altro camice bianco, che io ricordi, ha mai accennato un sorriso o mi si è rivolto per spiegarmi come andava, mi hanno trattata come se, ripeto, fossi incapace di intendere e volere. Non ho mai avuto il piacere di vedere il primario durante il giro dei medici. Forse, ma sono maliziosa, perché c’erano alcuni ponti!? L’ho poi, finalmente incontrato, quando sono tornata per una “visita di controllo” da loro stessi programmata a un mese dalle dimissioni e allora mi sono resa conto di non essere solo malata, ma anche trasparente! Con lo sguardo altrove, chissà forse la sua religione vieta di guardare in faccia le persone, ha detto andava tutto bene nonostante un’ipotesi di diagnosi che avrebbe meritato ben altri approfondimenti. Sono stata dimessa e amen.
E’ questa la qualità di cui parla l’assessore Latronico? O è per caso quella che ho riscontrato all’ultima visita fatta al San Carlo, in cui ho dovuto attendere ore per essere chiamata visto che “i medici sono andati a vedere l’inaugurazione di un macchinario” e “non si sa quando la chiamano”? Ero prenotata per le 8:15 mi hanno chiamata alle 13:00 passate. Ora mi si potrebbe dire che non si può fare di tutta l’erba un fascio ed è così. Ma purtroppo, per quella che è stata la mia esperienza, il fascio è bello grosso.
Nell’ospedale del Nord in cui sono poi andata, perché non stavo per niente bene, mi hanno rivoltata come un calzino e una volta fatta la diagnosi mi hanno prescritto una serie di esami per poter cominciare una terapia farmacologica che però richiede una serie di altri accertamenti prioritari e necessari. E qui, ancora una volta è cascato l’asino. Perché d’accordo con i medici dell’ospedale del Nord che mi hanno preso in cura, ho deciso di farli qui, nella mia regione, anche per ovvi motivi economici visto che per farli al Nord avrei dovuto pernottare in albergo per giorni. E non tutti abbiamo lauti stipendi da assessori per poter fare turismo sanitario!
Per prima cosa ho dovuto combattere anche solo per prenotarli perché ho scoperto che per fare l’esame x devi avere un quesito diagnostico y. Poi addirittura un particolare esame del sangue non sapevano cosa fosse e pensi un po’ son dovuta andare a farlo in una regione vicina. Diciamo che a queste latitudini sono un po’ “rigidi” per usare un eufemismo. Ignorano le cose e non ammettono che da qualche altra parte in Italia la sanità sia più scrupolosa o che faccia esami che qui non sanno nemmeno cosa siano.
Peggio ancora se l’esame devi farlo con una certa urgenza: i tempi, nonostante i codici di urgenza, sono lunghi. E tu non puoi farci niente. Puoi solo attaccarti al telefono dalle 7 alle 8 (è quella la fascia oraria in cui si può prenotare tramite Cup le prestazioni urgenti) e tentare la fortuna: “oggi non abbiamo date”, “richiami domani”, e poi “domani” e “domani ancora”. E se non riesci a trovare la data, paghi (se puoi) e fai tutto. Se non puoi aspetti e speri di non morire prima. E’ ancora questa la sanità di qualità di cui parla il nostro assessore più veloce del west a ribaltare dati e critiche?
E allora concludo questo mio lungo sfogo facendo una proposta all’assessore Latronico, e perché no anche al generale presidente Bardi: si travestano, sì devono rendersi irriconoscibili altrimenti non serve, e vadano a toccare con mano cosa significa avere a che fare con questa sanità ridotta a brandelli. Ma facciano tutto il percorso: dal cup alle visite/esami. Sono certa che la realtà li lascerebbe finalmente senza parole. Perché ad oggi ne hanno sventolate tante, tutte belle e rassicuranti, ma le uniche parole che abbiano un senso sono quelle di chi come me (e purtroppo siamo in tanti) è costretto a emigrare per curarsi. Lettera firmata


