Basilicata, una regione in vendita a chi sta in paradiso a dispetto dei santi
Dal turismo delle radici al turismo religioso nessuno scherza coi fanti. Cresce la devozione per il denaro
In questi giorni scopriamo che san Giustino de Jacobis è il santo protettore dei lucani nel mondo. Ci scusiamo per l’ignoranza in materia. Non lo sapevamo. A quanto pare Giustino è l’ennesimo santo a diventare icona del turismo. Una forma di marketing turistico chiamato “delle radici” e poi all’occorrenza rinominato “turismo religioso e delle radici”. Non si perde occasione per inventarsi un “totem” intorno al quale spendere tempo e denaro, viaggi e convegni dai quali ci aspettiamo un’impennata dell’economia turistica in Basilicata. Scopriamo che san Giustino è nato a san Fele, nel 1800 e in quel paese il 30 e 31 luglio si festeggia in suo onore. Dunque, il santo del paese del sindaco Donato Sperduto è diventato patrono dei lucani nel mondo. La promozione avvenuta grazie anche a un progetto celebrativo in collaborazione con la Federazione dei Lucani in Svizzera, l’amministrazione Comunale e la parrocchia Santa Maria della Quercia di San Fele. A dichiarare ufficialmente san Giustino Patrono e protettore dei lucani nel mondo è stata la Conferenza Episcopale della Basilicata nel febbraio del 2021.
In questi giorni di fine novembre alcune iniziative di “promozione del turismo religioso e delle radici” sono pubblicizzate attraverso locandine su cui primeggia la foto del santo. Lunedì 24 novembre, convegno a Melfi per sostenere la candidatura del Comune di San Fele al concorso Rai “borgo dei borghi”. Tra i relatori Luigi Scaglione, Donato Sperduto, qualificato sia come sindaco sia come delegato della Regione alle aree interne, e la direttrice dell’Apt. Il 30 novembre è la volta del convegno a Torino e tra i relatori, giustamente, ritroviamo Donato Sperduto, questa volta qualificato soltanto come sindaco. Il tutto con il sostegno dell’Ufficio Internazionalizzazione della Regione Basilicata. L’obiettivo dichiarato, dunque, è promuovere il turismo e ottenere per San Fele il marchio “borgo dei borghi” della Rai. Ora, è da apprezzare l’impegno di chi fatica per affermare nuove idee di sviluppo e nuove forme di attrazione turistica, magari per frenare l’antica piaga dello spopolamento. Tuttavia, una riflessione, seppure breve, ma con l’ambizione di fornire una traccia di discussione pubblica, è necessaria.
Dapprima, dobbiamo registrare un incremento della spesa pubblica per “investimenti” sulla figura dei santi ad uso e consumo del marketing turistico. Dalla Madonna nera di Viggiano, alla Madonna della Bruna di Matera fino a San Rocco di Tolve, solo per citarne alcuni. Questi “investimenti” non spostano di una virgola sia il trend turistico sia il trend dello spopolamento. A Viggiano la popolazione residente ha ripreso a calare dal 2019. A Tolve cala verticalmente da sempre, nel 2024 ha raggiunto il minimo storico. A Matera il calo è ricominciato a partire dal 2019. A San Fele stendiamo un velo pietoso. Non parliamo dell’intera regione: un disastro. Non si sposta nulla, anzi. Però consente al presidente Bardi e ad altri politici locali di appellarsi ai santi e di affidare loro il futuro, la speranza e la prosperità del “popolo lucano”. Comunque, bisogna dirlo, “manteniamo vive le nostre tradizioni popolari e religiose, facciamo manutenzione dei legami comunitari, legami indispensabili alla coesione sociale a al mantenimento del senso di appartenenza a un popolo”. Ed ecco che entrano in campo le “radici”.
L’altro punto di riflessione riguarda appunto le radici. Per gli inventori lucani del turismo alternativo, le radici sarebbero i paesi della diaspora e la religiosità popolare. Nei paesi abbandonati ci sono le radici di chi è stato costretto a “fuggire” oppure ha scelto di emigrare. Il tentativo dunque è attrarre gli emigrati e i loro discendenti verso l’origine di tutto. Peccato che in quei paesi molto è cambiato, è cambiata la cultura, sono cambiati gli stili di vita. E sono cambiati anche gli emigrati e i loro discendenti. C’è stata una vera mutazione antropologica. Se un tempo quei paesi erano piazze e vicoli popolati da bambini che giocavano e urlavano, oggi restano spazi urbani vuoti e desolati, riempiti una volta l’anno con la baldoria dei giorni di festa.
Insomma, le radici sono state recise dalla storia economica e politica dei luoghi. Sono state “violentate” da una modernità economica fasulla, da un’industrializzazione selvaggia e dolorosa. Anche i riti sacri sono stati trasformati in fest-party in costume. Ora, gli stessi che hanno aderito e aderiscono a quel pensiero economico, che hanno inseguito e inseguono quel modello di sotto sviluppo, invocano le radici, i valori, la cultura che hanno distrutto. Un’invocazione, però, che si sostanzia in una dimensione economica, calcolistica, nell’orizzonte del marketing. Quindi viziata dall’idea per cui tutto è commerciabile. Tuttavia i dati e l’esperienza ci raccontano che non commerciamo nulla, siamo soltanto in vendita, e spesso vendiamo fuffa, senza risultati. Anzi, ci hanno già comprato, in offerta speciale, governi, petrolieri, mercati finanziari, faccendieri e affaristi di ogni spessore. E ci hanno comprato con lo scarto: mandando al macero gran parte dei valori, della cultura, delle radici e delle tradizioni.
E siccome questa regione è destinata a diventare sempre più il servo energetico del Paese e dei padroni dell’energia e dell’acqua, quel poco di radici e di religiosità popolare che resta sarà sacrificato sull’altare del profitto di pochi e del guadagno di qualcuno. Eppure, ci sono dirigenti ed esponenti politici in Basilicata che pensano di ricavare fette di mercato turistico offrendo radici taroccate e utilizzando come totem le facce dei santi. Persone ammirevoli. Anche se, al pari di chi ci ha comprati in offerta speciale, anche loro, i dirigenti e politici locali “stanno in paradiso a dispetto dei santi”.





