Camastra, 23 novembre 2025: un anno dopo
Il fondo della diga ha parlato. Conflitti di interesse, progetti e consulenze
Un anno fa, la crisi della diga di Camastra rivelava crepe non nella terra, piuttosto nel sistema che governa le acque.
Oggi, mentre l’Irpinia ricorda i 45 anni dal sisma del 1980, la Basilicata dovrebbe interrogarsi sul proprio “terremoto annunciato”: quello della gestione delle infrastrutture idriche e della sicurezza sismica.
Da mesi si minimizza.
In Acquedotto Lucano c’è chi fino a ieri tentava di negare la crisi idrica, almeno per i comparti di propria competenza. Altri la riconoscono, ma la imputano semplicemente al caldo.
Eppure, i numeri dell’invaso parlavano chiaro da tempo: livelli ridotti, scarichi difettosi, un sistema che ha perso fiducia in sé stesso.
Mentre esperti e scienziati indossavano la casacca del qualunquismo da marciapiede — bacchettati persino da Decollanz di Acque del Sud — emerge uno studio indipendente sull’opportunità di limitare l’invaso, condotto dalle Università di Porto e dell’Oregon.
Perfino l’AD di Acque del Sud lo ammette con delle capriole: la crisi idrica c’era, ma era più una crisi di mancato recupero della risorsa, non solo di scarsità di pioggia.
Eppure resta un dogma quasi intoccabile: la limitazione imposta dal principio di precauzione.
Ma era davvero precauzione — o solo burocrazia difensiva?
E perché quel principio non fu applicato prima, quando le mappe e le norme sismiche già esistevano?
Nel 2019, con l’entrata in vigore delle Norme Tecniche per le Costruzioni NTC18, il terremoto non fu naturale, ma normativo: un sisma scritto a tavolino.
I progettisti sapevano, gli uffici sapevano.
E molti degli stessi tecnici che oggi firmano pareri o ottengono incarichi sedevano allora nelle stanze dei decisori.
Progettisti e controllori, consulenti e committenti: ruoli che si confondono.
A Roma, tra MIT Ministero delle Infrastrutture, e CSLLPP Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, e commissioni miste, si muoveva una rete fitta di relazioni anche lucane: accademici, tecnici, funzionari, politici, amministratori — tutti legati da interessi comuni, tra progetti, consulenze, concorsi universitari, direttivi, convenzioni e consorzi.
Una partita romana, sì, ma con un tavolo ben presidiato in Basilicata.
Tra il 2014 e il 2019 si svilupparono in parallelo due processi convergenti: da un lato la riforma col superamento delle Autorità di Bacino, (in particolare quella di Basilicata), che accentrò le competenze idrografiche nel nuovo Distretto dell’Appennino Meridionale; dall’altro, la revisione delle norme tecniche per dighe e costruzioni, avviata dopo le NTC2008 e sfociata nelle NTD2014 e NTC2018. Entrambi i processi risposero all’esigenza di aggiornare il sistema italiano di gestione idraulica e sicurezza in chiave sismica e ambientale. In tale contesto, nel 2016, il rinnovo dell’Accordo di Programma tra i Presidenti delle Regioni di Puglia e Basilicata ridefinì la ripartizione delle risorse idriche e le competenze tra Acquedotto Pugliese (AQP) e Acquedotto Lucano (AQL), mantenendo transitoriamente il ruolo dell’EIPLI nella gestione degli invasi e preparando il terreno per una futura governance unificata. Le discussioni tecniche e istituzionali si intrecciarono per quasi un decennio, coinvolgendo gli stessi ministeri e stakeholder. La successiva creazione di Acque del Sud S.p.A. (2023–2024), con azionista unico il MEFMinistero Economia e Finanze e opzione di cessione del 30% ad AQP e alla romana ACEA, rappresenta la fase gestionale di quella stessa riforma integrata, con una leadership progressivamente spostata dalla Basilicata verso la Puglia e verso i tavoli ministeriali a Roma.
Si faccia luce su queste sovrapposizioni.
Non per processi sommari, ma per trasparenza.
La magistratura, che ancora ha un fascicolo aperto dallo scorso anno, dovrebbe verificare se conflitti di interesse abbiano condizionato le decisioni sul destino della Camastra e delle risorse idriche Lucane.
Restano troppe domande inevase. Che fine ha fatto la convenzione per la rivalutazione tra UniBas ed EIPLI? È stata recepita o superata dal nuovo studio del commissario straordinario?
I progettisti incaricati sono forse collegati a figure presenti nei ministeri o nel CSLLPP? E perché il convegno UniBas–Ordine degli Ingegneri di potenza del marzo 2019, proprio negli stessi giorni in cui arrivava la limitazione dell’invaso, è rimasto lettera morta?
Chiediamo gli atti, le slide, le conclusioni: la scienza non deve essere segreta.
Il 23 novembre, ogni anno, ascolteremo la solita predica sugli “anticorpi antisismici” e il monito del “Fate presto”.
Si parlerà di resilienza, sicurezza, rinascita, memoria.
Ma intanto la diga della Camastra resta in bilico sul meteo — e come per contagio si svuotano anche gli invasi e gli acquiferi del Mezzogiorno: Occhito, Conza, Pertusillo, Cotugno, Caposele, Cassano Irpino, Frida.
Si svuotano i paesi, si svuotano le aule universitarie, emigrano gli studenti — soprattutto gli ingegneri come segnalato da Bankitalia, Unioncamere e Censis. Emigrano gli agricoltori e gli allevatori, ridotti senza acqua e foraggi. Chiudono i commercianti. Preoccupa a Matera il turismo con restrizioni. Emigra Stellantis da Melfi e con essa l’indotto industriale. Emigrano anche i tecnici.
E Potenza, capitale italiana della retorica del 23 novembre, merita oggi un altro titolo: la città più sismica con il più basso numero di interventi Sismabonus. Ecco un’altra contraddizione: eccesso di prevenzione sulla diga, assenza di mitigazione per case palazzi e interi quartieri. Pur avendo avuto a disposizione un budget nazionale di 120 Miliardi di euro del Superbonus.
Tutto ciò nonostante le facilitazioni. La premialità per gli interventi di miglioramento antisismico in base al salto di classi di vulnerabilità Sismabonus è stata sacrificata col Superbonus 110% sull’altare della corsa all’utile industriale ai cappotti termici e ai pannelli fotovoltaici, nel silenzio delle stesse commissioni di esperti che ora recitano la litania del “forse non siamo stati abbastanza bravi”, persino fuori dalle aule (vuote), ora anche dai gazebo nelle piazze (vuote anche quelle), e che ora si riversano sui consorzi di infrastrutture e ponti post Ponte Morandi.
Per citare alcuni degli ingenti finanziamenti PON e PNRR nel settore dei rischi naturali e sismici: Consorzio Tech4you (120M€), Fondazione Return (115M€), Consorzio FABRE (110M€), Progetto Green Digital Hub (55M€), PON MITIGO in Basilicata (4,5M€), PON Genesis (8,8M€), ReLuis (60M€).
La retorica e i convegni crescono esponenzialmente, ma l’impatto e i risultati crollano drasticamente.
E la Basilicata, che un tempo costruiva dighe, oggi costruisce convegni, consorzi, commissioni, convenzioni, consulenze, circoli di amici e alibi. FATE PRESTO. PIETRO SIMONETTI – CSERES


