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La Basilicata vittima di un guasto al futuro: l’etica dei fatti miei

28 novembre 2025 | 13:21
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La Basilicata vittima di un guasto al futuro: l’etica dei fatti miei

C’è un solo modo per valutare la capacità, l’onestà intellettuale, la lealtà verso i cittadini di coloro che hanno governato e governano la regione: i risultati

C’è l’etica dei principi, c’è l’etica della responsabilità e poi, consentitemi la deviazione, c’è l’etica dei fatti miei, ossia “l’egoismo etico”. La prima, l’etica dei principi, si richiama a principi e valori assoluti assunti a prescindere dalle conseguenze che essi possono causare. Il suo simbolo letterario è il Don Chisciotte di Cervantes. Tuttavia, la rappresentazione comunitaria dell’etica dei principi è la religione. Chi crede in un Dio agisce sulla base di principi e valori religiosi senza domandarsi quali conseguenze derivano dalla loro stretta osservanza.

La seconda, l’etica della responsabilità, è, invece, quella in cui ogni nostra azione viene valutata attentamente sulla base del rapporto che si instaura tra i mezzi e gli scopi dell’azione e delle sue ragionevoli conseguenze. E’ un’etica che dovrebbe essere esercitata in particolare dalla politica, proprio perché la politica non dovrebbe mai perdere di vista le conseguenze pratiche dell’agire dentro la comunità.

La terza, l’etica dei fatti miei, afferma che ogni individuo dovrebbe agire unicamente in base ai propri interessi personali. Nulla a che fare con la sfera psicologica relativa al comportamento. Riguarda, invece, la sfera morale. E’ l’idea per cui l’individuo è considerato il fine ultimo del proprio agire e le sue azioni devono essere guidate dal perseguimento dei propri interessi anche a danno degli interessi altrui e dell’interesse generale. “Mi faccio i fatti miei” è una locuzione usata generalmente dal cittadino comune il cui agire è caratterizzato da una certa ignavia, da una buona dose di egoismo e di familismo. Ma è anche la locuzione che informa l’azione di professionisti e organizzazioni corporative.

Dobbiamo però ammettere che, a farsi i fatti propri, almeno negli ultimi 30 anni sono stati molti politici, non tutti naturalmente, ma parecchi. Usando un metodo tutto loro e ben adattato: la manipolazione e il miscuglio della realtà con l’illusione. Per farlo bisogna avere o acquisire alcune caratteristiche personali: essere cinici, avere la faccia tosta, mentire con sapienza, sedurre con saggezza, saper ignorare e sminuire i bisogni altrui, escludere dalla propria azione l’empatia, far leva sulle debolezze dei cittadini che si fanno i fatti propri, essere paternalisti. Come la chiamiamo questa etica? La chiamiamo l’etica dell’inganno. In medicina ci si chiede se è mai permissibile mentire al paziente in ambito clinico per compassione o per sfruttare i benefici dell’effetto placebo? Dipende dai casi. In politica non dovrebbe essere permesso.

L’etica dell’inganno applicata alla politica e alle illusioni di sviluppo

Evitiamo di ripeterci su quanto accaduto con l’industrializzazione selvaggia ed esogena: dal petrolchimico, al petrolio, dall’eolico speculativo alle fabbriche fasulle. Dalle coperture sui danni ambientali, all’emigrazione giovanile, dallo spopolamento alla distruzione dell’economia dei luoghi sacrificati al petrolio. Ormai dovrebbe essere chiaro l’inganno. E dovrebbe anche essere scontato chi da quell’inganno ci ha guadagnato e ci guadagna. E continuiamo con la crisi industriale e occupazionale in quasi tutti i settori spacciati per “magnifico futuro”; la crisi idrica, gli appalti truccati, le risorse pubbliche spese senza resa e dissipate a sostegno di imprese “zavorra” targate politicamente.  Ecco, tutto questo è l’esito della politica placebo e dell’etica dell’inganno. Perché c’è un solo modo per valutare la politica, la classe dirigente nel corso di questi anni, c’è un solo modo per valutare la loro capacità, la loro onestà intellettuale, la loro lealtà verso i cittadini: i risultati. Su quelli non si può barare, non c’è retorica che tenga. E i risultati sono pessimi per la moltitudine dei cittadini e ottimi per chi si è arricchito e continua ad arricchirsi con l’inganno.

Ma come è potuto accadere tutto questo?

E qui riprendiamo il ragionamento da cui siamo partiti. I nostri amministratori e dirigenti a tutti i livelli, e senza fare di tutta l’erba un fascio, hanno fatto prevalentemente ricorso all’etica dei fatti miei. Hanno agito e agiscono con metodo retorico eticamente scorretto, attraverso un uso manipolatorio delle parole, dei discorsi e un uso strumentale dei media. La politica degli annunci e quella con funzioni di placebo, hanno invaso e continuano a invadere l’informazione. L’ascoltatore, il lettore, l’elettore è continuamente manipolato. Gli alleati e i beneficiati della politica “dei fatti miei” sono tutti coloro, cittadini, professionisti, corporazioni, imprenditori, mezze tacche e quaquaraquà, che “si fanno i fatti propri”. Evidentemente sono numerosi e potenti. Perché sono loro a tenere a galla un sistema di potere ormai devastante.

L’evoluzione nell’etica para mafiosa

Questa interessata alleanza tra tutti coloro che si ispirano all’etica dei fatti miei costituisce un insieme di comportamenti, norme sociali e valori che, pur non essendo parte di alcuna mafia, ne replicano o ne giustificano la logica in contesti sociali e professionali. E’ evidente, a chi vuol vedere, che spesso siamo in presenza di dirigenti, politici e imprenditori che adottano atteggiamenti moralmente ambigui, di cittadini che tollerano comportamenti illegali nel quadro di una collusione passiva con il potere. I confini tra lecito e illecito si fanno sempre più labili. Le “zone grigie”, seppure a macchia di leopardo creano un paesaggio densamente nebuloso dentro il quale si nascondono corruzione e malaffare, accordi e compiacenze, oscuri mediatori e faccendieri. Vogliamo che questi signori e signore assumano il completo dominio della nostra regione?

Conclusioni

Certo, la forza o l’apparente debolezza dell’etica devono necessariamente misurarsi e confrontarsi con la realtà dei fatti e con i problemi che la realtà presenta. Perciò non esiste l’etica pura e non ci interessano i puristi dell’etica. Tuttavia, una società che aspira a migliorarsi, che vuole guardare con fiducia al futuro ha bisogno di creare un sano equilibrio tra l’etica dei principi di giustizia, di solidarietà, di fraternità, di uguaglianza e l’etica della responsabilità. Un equilibrio tra aspirazioni personali e bene comune, tra legittimi interessi individuali e tutela degli interessi generali, tra la promozione e difesa dei diritti di ciascuno e la valorizzazione dei doveri di ciascuno verso tutti. In Basilicata questo equilibrio chiama in causa tutte le sfere vitali della società, della politica, dell’economia, della cultura. Tuttavia, le condizioni attuali, conseguenza di decenni di “brutte storie”, non facilitano una ripresa del cammino dalla parte giusta. Eppure, è necessario ripartire da qualche parte. La consapevolezza di dove siamo finiti e di come siamo ridotti potrebbe aiutarci a muovere i primi passi verso una strada tutta da costruire. I tanti falò di speranza sparsi e divisi nella società civile, nella politica, nella cultura, si incontrino intorno a un unico grande fuoco. Lamentarsi per l’indifferenza che circonda la questione morale, le questioni ambientali, le battaglie degli operai delle fabbriche in crisi e degli imprenditori onesti che faticano a sopravvivere non serve. Bisognerebbe trasformare l’indifferenza in azione collettiva, in partecipazione cosciente e informata. Bisognerebbe mutare la rassegnazione in fiducia. Come? E’ la domanda chiave da cui riprendere un cammino. Perché? E’ la domanda chiave per motivare le persone a riprendere un cammino. Il resto è etica delle chiacchiere. Inutili.

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