“Siamo animali diVersi”. L’ultimo libro del poeta lucano Domenico Di Giorgio
16 novembre 2025 | 12:09
La copertina del libro
L’autore nelle sue poesie Canta Bernalda, il paese delle sue origini, in provincia di Matera
“Siamo animali diVersi”.È l’ultimo libro di poesie scritto dal poeta lucano Domenico Di Giorgio che, già dalla originalità del titolo, si presenta interessante.
Sono onorata di aver fatto la recensione del suo libro dove ho cercato di rendere al meglio l’ amore che lo lega al paese che gli ha dato i natali e che non ha mai dimenticato, pur vivendo lontano ormai da molti anni.
PREFAZIONE
“ La poesia rivela l’invisibile dentro il visibile, il visibile dentro l’invisibile “(Robert Sabatier )
La parola poesia deriva dal greco “ poiein “ che significa creare.
Essa è dunque creazione di un mondo per immagini le quali svelano aspetti di esso che sfuggono allo sguardo comune, cio’ per cui appunto l’invisibile agli occhi dei piu’ diventa visibile e viceversa.
Il suo significato è tutto nelle parole, dove misteriosamente essa abita, come anima dentro un corpo. Un nome, un verbo, un aggettivo possono suscitare emozioni e sentimenti alla pari delle luci e dei colori di un quadro di un pittore.
E dunque è arte.
La poesia di Domenico Digiorgio è indubbiamente tutto questo.
Il suo è un percorso da autodidatta. La vena poetica si manifesta piano piano nel tempo, attraversando una gioventu’ tesa nella ricerca identitaria di una stabilità di vita, giocata tutta tra la sua amata Bernalda e il richiamo promettente di una seconda madre, generosa ma austera : la città di Torino.
Ed è proprio di questo andirivieni sentimentale /emotivo di viaggi, di pensieri, di ricordi, di speranze , di ritorni che si nutrono le sue poesie.
“ Siamo animali diVersi” è una raccolta di 48 poesie, scritte in età matura. Quando, ormai uomo, e anche padre, affermato sul piano lavorativo ( non nasconde una affettuosa gratitudine per la sua città di adozione, Torino ) non puo’ fare a meno di rapportarsi costantemente alla sua terra lucana, che egli porta dentro di sé in una dimensione intima, integra ed inviolata. “ …chi desidera capire il poeta deve andare nella terra del poeta “ affermava Goethe.
Ed è così che Domenico “ canta la sua Bernalda “ soffermandosi in ogni suo angolo, nella “ strada dei gelsi” vicino al “ ponte di ferro”, nella “ villa, il giardino dei ricordi “ con l’arco e la fontana , ne “ il ruscello e i canneti “. La sua poesia, intrisa di vita e di ricordi, diventa intimista, a volte persino animistica, diventa dialogo personale e amoroso :
Tra le tue siepi ho atteso le tante partenze.
Mi salutavi sempre, sia d’inverno sia d’estate,
e ci abbracciavamo ogni volta.
Nei momenti più tristi, ci capivamo senza parlarci.
Nei momenti più belli, ci scambiavamo solo un sorriso.
Mi bagnavo sempre alla tua fontana,
e bevevo la tua acqua mentre ti ascoltavo.
In quegli istanti risalivano le mie emozioni,
mentre ci guardavamo negli occhi.
E’ un affettuoso inno alla “ Villa, il giardino dei ricordi “ che lo ha visto crescere , tra le sue aiuole e le sue siepi, e che mano mano si trasforma in un vero e proprio dialogo tra creature che hanno un’anima : “ci capivamo senza parlarci “ , dice .
L’ intensita’ che ne scaturisce non puo’ fare a meno di farci ricordare della bella definizione data da Charlie Chaplin alla poesia: “ la poesia è una lettera d’amore indirizzata al mondo !”
Nel caso del nostro possiamo sicuramente affermarlo.
L’indugiare attento ad osservare i minimi dettagli della manifestazione di ogni segno di vita nella natura tutta crea veri momenti di lirismo , al punto che induce a credere che la natura rappresenta per lui davvero la sua seconda anima.
Ne “ Il ruscello ed i canneti”
Il soffice fiume belante
come un respiro
sfiora il canneto.
Nel quieto ruscello, un guizzo
e un tonfo nell’acqua stagnante.
Il ricordo del giorno si trascina di notte e diventa sogno in cui “ la mente dipinge : la valle, le colline assolate e il ruscello che accarezza i canneti”.
Arriva la notte e arrivano i sogni;
diventiamo pastori e la mente dipinge:
la valle, le colline assolate;
e il ruscello che accarezza il canneto.
E poi, numerosi sono i bozzetti descrittivi della natura che si dispiega davanti a sé, nei suoi ricordi incancellabili della campagna amica, che lo ha visto ragazzo correre tra zolle ed ulivi, ma anche saltare e cantare insieme ai grilli ed alle cicale.
Egli vive questo mondo naturalistico variegato come se cogliesse il respiro di tanti esseri animati. Ne “ Gli anelli del ciglio” :
Ce ne sono di cigli e ulivi rinsecchiti in tanti angoli del mondo,
e passandoci, il cuore si stringe ed accappona la pelle, ma
ritornarci
e rivederlo, toccarlo e sentirlo anche col respiro è diverso.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’ulivo che vive qui da sempre, non ha mai guardato oltre
questa valle, e sa che qui:
si vive, si muore, e puo’ rinascere sempre la vita.
Oppure in “ Spineto”, contrada agricola dei dintorni del paese, a lui ben nota,
Le farfalle si posano
sui fiori bianchi di camomilla,
e i grilli stordiscono la campagna.
Tra salti fitti di cavallette,
le lucertole sfarinano sulle stoppie
le foglie spinose d’erba secca.
E il sole ti ammazza insieme all’onda
rauca delle cicale.
Ogni anno ritornano questi momenti
di caldo estivo
E muti ondeggiano gli eucalipti
Sulla vecchia strada di Spineto.
Sono come dei flash , dei quadretti di vita nella aperta campagna che generano un suggestivo effetto visivo. Il poeta, con il suo accentuato quanto raffinato senso dell’osservazione , riesce a cogliere ogni piccolo segno di vita, di suono e di movimento della campagna assolata d’estate e a descriverlo rendendolo visibile, come fosse elemento di un quadro, usando tuttavia parole di poesia al posto dei pennelli. In Scarpe rotte , bastano due sostantivi , oppur un sostantivo e un aggettivo , e già le immagini si snodano piu’ che concrete:
fruscio di serpe,
salto di rane,
ruscello d’acqua,
mandorli secchi,
ulivi in filari
In “ Siamo animali diVersi” , che dà il nome alla raccolta, la relazione con la natura si trasforma in tanti quadretti bucolici , ma anche in qualcosa di vivificante.
In un tramonto autunnale , con i suoi venti freschi, la pioggia caduta e il cielo di color arancio sfumato, la vita si ferma per affrontare la notte: le galline nel pollaio,/ il cane si sdraia col muso tra le zampe,/ la porta della casetta in tufo si chiude.
Di sera, lasciare gli animali e la campagna, luogo familiare alla giovane età del poeta e per questo a lui caro, genera in lui uno stato d’animo di tristezza dopo una giornata vissuta in gratificante sintonia con loro . Solo il pensiero di ritornare il giorno dopo fa ritornare la gioia e, addirittura ridà “ senso alla vita”:
immaginavo il sole che gia’ splendeva
e dava senso alla vita
Ed ecco la forza vivificante della natura. Essa ci solleva dal malessere delle nostre fughe e delle nostre fragilità , anche se, di fronte alla sua immensità, l’uomo si sente piccolo, insieme agli animali. Anche gli uomini infatti sono animali, se pure diVersi.
La differenza tra l’uomo e gli animale è tutta giocata nella parola “diVersi” che acquisisce un duplice significato intrinseco : il poeta è animale /uomo e partecipa alla vita della natura insieme a tutti gli altri animali, con la differenza che egli utilizza i Versi per cantare le sue paure, le sue gioie e la sua tristezza. La differenza è dunque tutta nel verso :
“perché siamo animali diVersi”
Tuttavia , diceva Cesare Pavese “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo”.
Il paese è Bernalda, adesso divenuta anche affettuosamente “ Bernaldabella “ per intervento di un celeberrimo altro suo figlio amorevole, che è doveroso qui ricordare : Francis Ford Coppola, sommo cittadino onorario del paese che ha dato i natali ai suoi avi.
Parimenti il poeta dimostra tutto l’amorevolezza di un figlio nella poesia dal titolo “ Mi amasti dandomi l’esilio”.
E’ anch’essa dunque una poesia d’amore a tutti gli effetti. Il poeta tocca il tema drammatico dell’emigrazione e si riferisce alla condizione vissuta personalmente da lui stesso negli anni ’90 quando fu costretto a scegliere di trasferirsi a Torino per lavoro.
Il fiato mancava e l’ultima
acqua sorgiva che bevemmo,
ormai era sporca di petrolio.
Così mi indicasti la via per non morire.
Tu Madre Terra, come tutte le madri,
so che mi amasti dandomi l’esilio.
* * *
La raccolta si arricchisce anche di molte fotografie sapientemente scattate dei luoghi cui la poesia si riferisce. Anche le fotografie sottolineano la sensibilità poetica, oltre che estetica, dell’autore, che associa le immagini alle parole, gli scatti alle emozioni, e il tutto serve a sottolineare i moti del suo animo e la sensibilità che l’accompagna.
La lettura delle poesie del poeta Domenico Di Giorgio e l’accostamento alla sensibilità che scaturisce da esse lasciano qualcosa dentro di noi che si puo’ definire senso di serenità, di tenerezza e di pace, ci trasmettono l’immagine di un mondo pacificato in cui l’uomo è creatura in mezzo al creato e il creato esiste per rapportarsi con l’uomo.
“ La poesia è un atto di pace “ concludiamo anche noi con Pablo Neruda.
´Prof.ssa Emma Tarulli *
Studiosa di discipline umanistiche, psico-sociali e filosofiche
ex Docente di lettere
ex Dirigente Scolastico – Roma


