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Un nuovo Ulivo?  No grazie. Ci è bastato il primo

Se c’è una cosa chiara della vicenda Garofani è che c’è un tentativo in atto di costruire un Ulivo 2.0 e che questo viene visto di buon occhio dal Colle

Se c’è una cosa chiara della vicenda Garofani è che c’è un tentativo in atto di costruire un Ulivo 2.0 e che questo viene visto di buon occhio dal Colle. L’Ulivo 1.0, di prodiana memoria, è stato un vero capolavoro. Una minoranza proveniente da quel che restava della vecchia DC e del vecchio PPI, grazie ai voti della sinistra stordita dalla caduta del Muro e dalla delusione del socialismo reale, ha preso in mano il Paese e lo ha governato direttamente o per interposto deep state per tutta la seconda Repubblica, fino al tentativo del M5S di costruire un nuovo orizzonte politico e culturale.

Ma dal primo Ulivo, nato in funzione anti Berlusconi, a oggi è cambiato il mondo. All’epoca si credeva ancora in una sinistra riformista che avrebbe opposto resistenza alla deriva antisociale della destra e dall’affarismo commisto tra pubblico e privato rappresentato da Berlusconi. La trappola era la possibilità di far convivere la destra cattolica più retriva come quella di Paola Binetti con la visione libertaria ereditata oggi da Elly Schlein. L’idea era che la mediazione nelle istanze civili, e per conseguenza quelle sociali, potessero essere fatte all’interno di un unico partito. A prendere il posto di Binetti oggi ci sono personaggi più a destra di Meloni come Picierno o Guerini.

La realtà è stata diversa. C’è stato, almeno fino al 2018, un dominio incontrastato culturale prima che politico, di questo gruppo di cui a pieno titolo fanno parte oltre a Prodi lo stesso Mattarella e poi Gentiloni, Letta, Renzi, Fassino, Franceschini, Draghi e Monti, forse l’unico laico del gruppo, e via andare. Questi hanno determinato politiche economiche allineate ai principi della destra liberista e della prevalenza delle ragioni del mondo della finanza e dell’impresa, quello che una volta si chiamava il Capitale, a scapito delle faticose conquiste sociali fatte prima in Europa e poi in Italia per tutta la Prima Repubblica. Conquiste fatte grazie all’equilibrio faticoso tra l’economia di mercato e quella pianificata che è saltato con la caduta del Muro. Si è così costituito un legame molto forte tra la minoranza del centrismo cattolico e le burocrazie nazionali ed europee che hanno insieme ritenuto di essere in possesso delle uniche strategie economiche e di conduzione della Cosa Pubblica.

Da questa visione è nato lo smantellamento dello Stato imprenditore togliendo una leva fondamentale alla realizzazione delle politiche industriali ormai privo della sponda delle imprese di Stato e costringendo ad affidarsi unicamente al mercato. Che questo sia stato un bene è tutto da dimostrare. I Capitani coraggiosi che avrebbero dovuto salvare Alitalia l’hanno spolpata fino a rendere inevitabile la cessione di quel che restava ai concorrenti. Privare di una compagnia di bandiera un Paese che vive di turismo è stato un vero colpaccio. Uno dopo l’altro sono passati dal privato al pubblico, favorendo le fortune di pochi, colossi sani e profittevoli come Telecom spolpati e messi in crisi dai privati. Poi concessioni per propria natura pubbliche perché si tratta di monopoli naturali, come le autostrade l’acqua e le reti che hanno arricchito i concessionari privati restituendo un servizio immiserito, se non stragi come quelle del ponte Morando. Insomma gli esempi sono tanti, l’ultima è stata la questione di Fincantieri dove invece di essere premiato il suo amministratore delegato Bono per aver fatto acquisti in Francia è stato, forse proprio per questo, sostituito da Draghi dando anche luogo a una rinegoziazione della governance della nuova società in favore dei francesi.

Peggio ancora l’acquiescenza, anzi la teorizzazione dell’Europa a guida franco-tedesca con la linea economica dettata dalla BCE a tutti gli Stati membri esautorando di fatto i relativi Parlamenti. La lettera Draghi –Trichet del 2011 è solo un esempio dell’attacco al parlamentarismo portato alle istituzioni parlamentari dal PD di Bersani, da Napolitano, da Draghi e soprattutto dalla UE. D’altronde per questo gruppo di potere la democrazia è un impiccio e il giudizio elettorale vale solo quando li gratifica. Perché per questi il Popolo, per la nostra Costituzione unico detentore del potere, va educato e non rispettato nelle sue volontà. Quando Draghi in Europa chiede il riarmo e che l’Europa agisca ‘come se fosse un unico Stato’ in tema di difesa in quel ‘come se’ c’è il disprezzo di 27 costituzioni e di ogni regola democratica che prevede che le decisioni siano frutto di discussioni e confronto. Se l’Europa deve funzionare ‘come se’ significa che le decisioni rimangono in mano a pochi autocrati autoreferenziali che decidono pace e guerra con un disprezzo evidente di ogni tipo di processo democratico.

C’è stata la possibilità con il Conte Due di creare un nuovo Ulivo su basi diverse. Ma questo supponeva mettere in discussione tutto l’operato della seconda Repubblica e questo non era possibile. E infatti abbiamo assistito a un attacco sistematico dei media e dello stesso PD al governo Conte con la richiesta del MES, strumento volto a garantire il proseguimento delle politiche economiche liberiste svincolandole dal gioco democratico. Una difesa vergognosa di uno strumento come il MES causa di sofferenza ai greci e non solo e ritenuto tossico non da “noi putiniani neoborbonici sovranisti populisti e cazzoni” ma dalla Fondazione Delors.

Giorgia Meloni aveva promesso di cambiare il mondo, ma al contrario del M5S ha mangiato subito la foglia e si è allineata alle storiche politiche di destra in economia e all’atlantismo più prono. Mantiene il consenso perché è normale che un governo di destra faccia politiche di destra. Meno normale che le politiche di destra, più di quelle della Meloni, le abbia fatte il PD, succube di una classe dirigente snob e minoritaria nel Paese ma che ha la pretesa di continuare a guidarlo dopo averlo rovinato.  Forza Elly, resisti. Un nuovo Ulivo?  No grazie. Ci è bastato il primo.