Policoro ha ancora tanto da raccontare del suo passato ultramillenario
Intervista all’archeologa potentina Annarita Doronzio, docente dell’Humboldt-Universität di Berlino, responsabile della missione di scavi riaperti la scorsa estate
Dopo i fasti della seconda metà del secolo scorso, quando in Basilicata furono istituiti ben sei musei archeologici nazionali, la notizia della riapertura degli scavi di Policoro avvenuta la scorsa estate ci autorizza a sperare in un ritorno di quello stesso spirito pionieristico, rafforzato oggi da una visione sempre più multidisciplinare e attenta alla partecipazione delle comunità locali. Un nuovo corso, quindi, che rispetto al passato parla un linguaggio nuovo, contemporaneo, frutto di contaminazioni tra arte, comunicazione e archeologia, come dimostra la recentissima inaugurazione delle installazioni immersive e sensoriali di tre artisti internazionali nel Parco Archeologico della Siritide.
Questa rinnovata fase di scavo – che si concentra su aree cruciali come il santuario di Demetra, cuore simbolico e spirituale dell’area, nella vallata mediana e sulla collina del Castello – è stata resa possibile grazie a un protocollo d’intesa di durata triennale siglato lo scorso febbraio tra il Ministero della Cultura, i Musei Nazionali di Matera, la Direzione Regionale Musei della Basilicata e la Humboldt-Universität zu Berlin, cui è affidata la direzione scientifica insieme al Direttore del Museo della Siritide Carmelo Colelli. “L’obiettivo è non solo restituire nuovi dati scientifici – afferma Annarita Doronzio, studiosa originaria di Potenza oggi docente di Archeologia Classica nell’ateneo berlinese e responsabile della missione – ma anche rafforzare il legame tra ricerca e territorio attraverso momenti di condivisione come le attività di ‘scavo aperto’, che già nel corso dell’ultima estate hanno suscitato grande curiosità e partecipazione”.Gli scavi a Policoro
Un interesse ben giustificato dal fatto che la storia di Policoro affonda le sue radici in un passato ultramillenario di cui ancora non sappiamo tutto e che merita di diventare patrimonio condiviso al pari di quanto succede in altre aree della Magna Grecia come la Sicilia o della Grecia stessa. L’antica Herakleia, polis fondata nel V secolo a.C. dagli Achei di Turi e di Taranto, sorgeva infatti sullo stesso territorio dell’ancor più datata Siris, colonia ionica di oltre tremila anni fa la cui decadenza ebbe inizio già nel VI secolo a.C., a seguito dell’antagonismo con Metaponto, Sibari e Crotone, che si contendevano il controllo della fertile valle del fiume Sinni.
Con Doronzio abbiamo parlato di tutto questo: di storia antica, di archeologia, di scienza, ma soprattutto di comunità, di tutela del territorio e di futuro.
Se si parla di archeologia lucana, non si può non fare il nome di Dinu Adamesteanu. In un suo celebre scritto, La Basilicata antica, il grande studioso rumeno faceva questo bilancio: “Una terra che ha già cominciato a riprendere il discorso con il suo lontano e meno lontano passato e che si avvia, con coraggio, al riscatto totale delle sue non volute miserie”. Dopo qualche decennio di stallo, lei pensa che questo dialogo sia finalmente ricominciato?
“Ritengo proprio di sì, a Policoro ormai abbiamo aperto le danze! Con la Humboldt-Universität zu Berlin, che rappresento, abbiamo ancora due anni abbondanti di lavoro davanti, ma ci saranno tanti altri atenei stranieri che faranno nuovi scavi, contribuendo a portare alla luce nuove zone della città antica, i cui due terzi sono ancora sotto terra, come hanno rivelato di nuovo anche recenti indagini geo-fisiche condotte dal CNR di Tito. Nel tempo trascorso a Policoro ho potuto constatare che rispetto al passato anche recente sono cambiate tante cose, c’è uno spirito diverso, un nuovo orgoglio della coscienza civica, che sta mettendo a fuoco la relazione tra archeologia, tutela del paesaggio e rilancio del territorio. Un risveglio che sta già avendo una risonanza a livello internazionale, come dimostra la recente inaugurazione delle installazioni artistiche appena inaugurate proprio all’interno del Parco per opera del duo belga Gijs Van Vaerenbergh, dell’artista spagnola Selva Aparicio e dell’italiano Max Magaldi, in un progetto di Studio Studio Studio, laboratorio interdisciplinare fondato da Edoardo Tresoldi con la direzione artistica di Antonio Oriente. Proprio l’intervento di Selva Aparicio nel Bosco Sacro di Demetra ha riguardato l’area che è stata oggetto del nostro scavo, in una visione coerente col progetto dell’ecomuseo della Siritide che prevede, infatti, la valorizzazione non solo dei resti archeologici, ma dell’intera area naturalistica, soprattutto nella zona della vallata mediana dove un tempo c’erano i santuari. Pensiamo che negli anni Cinquanta tutta quell’area era nota come ‘zona degli orti’ perché la presenza delle acque sorgive rendeva possibile una vegetazione rigogliosa, e il nuovo progetto finalmente la restituirà ai cittadini”.
La presenza di queste sorgenti fu forse uno dei motivi per cui l’area venne scelta per l’insediamento dei primi coloni greci?
“Certo, ma non solo. Un altro elemento di grande richiamo fu senza dubbio la collina su cui oggi sorge il Castello baronale: un’altura di poco più di 40 metri che, nel cuore di questa vasta pianura alluvionale, rappresentava una vera e propria ‘torre naturale’, capace di dominare l’intera valle del Sinni, i percorsi che conducevano verso l’entroterra e le vie di comunicazione con la costa. Un punto strategico non solo dal punto di vista difensivo, ma anche economico e commerciale. In altre parole, il luogo ideale per fondare un insediamento stabile: vicino all’acqua dolce, circondato da terre fertili e proiettato sulle rotte marittime degli scambi. Tutti elementi che spiegano bene perché i primi coloni greci scelsero proprio quest’area per dar vita prima a Siris e poi a Herakleia. Basti pensare che già nel VII secolo il poeta lirico Archiloco di Paros in Grecia coglieva la fama di Siris come luogo bello e desiderabile, come testimonia uno dei suoi frammenti”.
Abbiamo parlato di patrimonio comune, di memoria condivisa. Sarebbe bello che i lucani sentissero questo passato così lontano come qualcosa di fecondo ancora oggi, come succede per le città toscane con le loro tradizioni medievali per esempio. Ma forse parliamo di un passato troppo lontano? In che modo è possibile riattivare questa memoria quasi ancestrale per noi oggi?
“Io ho avvertito un entusiasmo fortissimo nella popolazione, un orgoglio che forse prima non c’era. I cittadini di Policoro stanno cercando fortemente un’integrazione con la loro città e col loro paesaggio, per esempio hanno creato piste ciclabili intorno agli scavi, hanno capito l’importanza di rendere fruibile quella bellezza per sé e per chi viene nelle loro terre come turista, come ospite”.
Come mai questo risveglio c’è ora e non c’è stato venti o trent’anni fa?
“Le rispondo per quello che concerne la mia professionalità. Per decidere di portare alla luce un patrimonio che giace sotto terra bisogna avere un chiaro progetto di come poi conservarlo e valorizzarlo. Tutto quello che riemerge dalla terra va ripulito, analizzato, catalogato e conservato. Se manca questo tipo di investimento e di progettualità, direi che allora è meglio non intraprendere nessuna azione. Dunque, dopo la grande stagione di Adamesteanu e l’apertura dei nostri straordinari musei, la prosecuzione di questa visione non ha avuto lo sviluppo che ci si sarebbe potuti attendere, oggi invece posso farle i nomi del professore Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero della Cultura, del dottor Filippo Demma Direttore dei Musei nazionali di Matera e della Direzione Musei nazionali Basilicata e del dottor Carmelo Colelli, Direttore del Museo Archeologico Nazionale della Siritide, persone che hanno fortemente a cuore la ripresa degli scavi in quest’area e che evidentemente hanno una visione interdisciplinare che consente loro di dialogare con le istituzioni del territorio”.
Con quali realtà locali è stato per lei facile trovare un punto d’incontro, una visione comune?
“Grande supporto ci è stato dato dal Comune di Tursi, nella persona del sindaco Salvatore Cosma, della Protezione Civile Gruppo Lucano nella persona di Mario Zumpano e naturalmente dal Comune di Policoro, con sindaco Enrico Bianco, il vice sindaco Massimiliano Padula e l’assessore Giuseppe Montano con cui abbiamo lavorato tantissimo. Il prossimo anno, grazie a un recente protocollo con la Humboldt-Universität e il Circolo Velico Lucano metteremo in campo nuovi progetti con la volontà di coinvolgere anche le scuole, riaprendo lo scavo in primavera e non in estate e quindi non dedicandoci solo al pubblico vacanziero. Abbiamo però bisogno di una strategia condivisa che aiuti a comunicare in modo chiaro ciò che stiamo realizzando, mettendo le persone nelle condizioni di sapere che il Museo e il Parco Archeologico sono oggi luoghi vivi e in evoluzione, e che stanno progressivamente tornando a essere percepiti come parte del patrimonio di famiglia dei cittadini del territorio”.
E perché questa comunicazione possa funzionare lei una ricetta ce l’avrebbe?
“Per fortuna la collega e amica archeologa Mary Padula, policorese, ha potuto contribuire efficacemente alla diffusione di queste informazioni. Personalmente, però, il tempo a disposizione è limitato e non sempre riesco a dedicarmi alla comunicazione quanto vorrei — né, naturalmente, a promuovere di persona sulle spiagge l’apertura degli scavi serali. Per questo conto molto sulla collaborazione di tutti: abbiamo un obiettivo comune, quello di restituire a questa terra la memoria di una storia ricca e affascinante, capace di diventare sempre di più il motore di un turismo colto, consapevole e profondamente legato alla nostra identità”.




