Logo
Basilicata. L’incultura della politica nell’approccio alla cultura

Un bene pubblico, un diritto umano e un fattore essenziale per lo sviluppo economico e sociale? Macché

Diciamolo, in Basilicata non esiste un vero e proprio sistema produttivo culturale. La maggior parte delle produzioni, dal cinema agli audiovisivi, dal teatro alla musica, campicchiano sulle risorse pubbliche. In questa dimensione spesso assistiamo a “guerre” tra poveri e a “guerre” tra chi ha la targa politica più forte. Di conseguenza la Regione Basilicata non ha un “piano industriale” per la cultura. In compenso abbondano dichiarazioni  tipo “la cultura investimento per il futuro”. E si sciorinano dati difficilmente dimostrabili: l’Ecosistema produttivo culturale e creativo in Basilicata vale oltre 460 milioni di euro, con quasi 2.000 imprese e circa 8.400 addetti, incidendo per il 3,7% sul valore aggiunto totale della regione. Basta guardare i dati degli istituti previdenziali per mettere in dubbio i numeri forniti da Vito Bardi. Tuttavia, il tema dei dati adesso è marginale. Importante, invece, l’approccio politico agli investimenti nella cultura e l’atteggiamento di alcuni addetti ai lavori.

Bandi pubblici, nazionali e regionali, e affidamenti diretti per lavori artistici che a conti fatti si rivelano un flop sia di pubblico sia di valore aggiunto (culturale ed economico). Se parliamo di industria culturale un euro di “investimento” dovrebbe come minimo generare 1,1 euro di valore economico aggiuntivo. E questo richiede investimenti prevalentemente privati e non solo pubblici. Perché quando il denaro è pubblico spesso ci troviamo di fronte non ad un investimento ma a una spesa, a contributi che in sostanza finanziano per intero le produzioni. Produzioni su cui scarseggiano i controlli a monte e, soprattutto, a valle: i risultati sembra non interessino.

Secondo Istat, il settore culturale e creativo in Basilicata rappresenta il 4,1% delle unità locali e il 2,1% degli addetti totali, dati inferiori alla media nazionale. A Matera si concentra circa un quarto degli addetti e delle unità locali del settore. Su questi dati pesa molto la rete dei musei e il patrimonio culturale in generale. Cinema, teatro, audiovisivi sono ai margini.

Questo ragionamento si inserisce nella logica mercantile del concetto di industria: l’insieme di attività e soggetti che producono e distribuiscono beni e servizi culturali, come libri, film, musica e design, su larga scala con una logica di mercato. Attualmente il concetto include anche le industrie creative, quelle che abbracciano settori più ampi come il turismo, la moda e il patrimonio culturale. Un concetto che in Basilicata si dilata in un miscuglio di iniziative senza capo né coda.

Ora, a scanso di equivoci, preferiremmo parlare di sistema produttivo culturale. Vale a dire un sistema dinamico di produzione e distribuzione di massa di prodotti culturali che vengono trattati non come merci, ma come valore generativo dell’intelligenza collettiva e delle capacità creative e critiche di un territorio.

Se ragioniamo in termini di sistema produttivo non di mercato ha senso l’intervento pubblico anche massiccio. In tal caso, però, non è sufficiente distribuire risorse regionali o statali scarse e in modalità “spezzatino”. Occorrerebbe una visione non mercantile della cultura che si concentri su valori, obiettivi o prospettive diversi dallo scopo prettamente commerciale e di profitto. Insomma, dare priorità al valore intrinseco dell’arte o della cultura invece che al suo potenziale di vendita. Concentrarsi sul bene comune, sull’impatto sociale o sui principi etici, piuttosto che sul ritorno finanziario. E questo richiede nuovi e diversi strumenti di valutazione dell’investimento a monte e a valle.

Per essere più chiari: la “visione non mercantile” richiede un approccio che considera la cultura principalmente come un bene pubblico, un diritto umano e un elemento essenziale per lo sviluppo sociale e personale, non una merce da scambiare a scopo di lucro.

Sarebbe dunque opportuno concentrare gli sforzi della Regione e dei Comuni sul sostegno alla domanda e quindi al consumo di cultura. Bisognerebbe stimolare la domanda permettendo a chiunque, specie alle famiglie con difficoltà economiche, ai giovani, e a coloro che vivono nelle aree più periferiche, l’accesso al consumo di cultura. Il prezzo fa da barriera all’accesso. Nello stesso bisognerebbe tempo adottare criteri più oggettivi, trasparenti e meno discrezionali nell’aiuto pubblico alle produzioni. Insomma, solo per fare un esempio: se finanzi un film in base a criteri di merito, nello stesso tempo devi fare in modo che chiunque possa permettersi di accedere alla sala per vederlo. Il contrario è finanziare un film o un documentario o una produzione teatrale sulla base di criteri discutibili e in assenza di controlli sui costi, sulla distribuzione e, soprattutto, sul pubblico raggiunto.

Certo, non solo il prezzo fa da barriera. Un ostacolo all’accesso è rappresentato dall’analfabetismo culturale. Le persone sono più attratte dal puro divertimento e meno dal valore intrinseco della cultura. A maggior ragione bisogna stimolare la domanda di cultura verso produzioni di qualità. Più gente accede alla cultura, più gente impara ad apprezzarne il valore in tutte le sue potenzialità. E così una società migliora.

©Riproduzione riservata